Fabrizio Consalvi

Fabrizio Consalvi

Caporedattore - Giornalista Pubblicista dal 2015

Pochi giocatori hanno alzato all'istante, sin dal loro arrivo il livello tecnico di una squadra, di per se già forte e ricca di campioni. Uno di questi è stato Wesley Sneijder, che dall'immediato approdo all'Inter è stato sin da subito protagonista, ossia dopo 24 ore e nel derby. Ma l'esempio perfetto riguarda Ricardo Izecson dos Santos Leite, conosciuto ai più con il suo pseudonimo, Kakà. Classe e potenza, con una progressione in grado di spaccare letteralmente in due le difese avversarie. Perfetto completamento di un reparto di centrocampo che nel Milan d'oro di Ancelotti poteva contare sulla geometria di Pirlo, sulla quantità di Gattuso e su di un Seedorf a tratti sublime. La scintilla di quel reparto che andava ad innescare all'occorrenza Shevchenko e Inzaghi arrivava dal numero 22, che nel suo primo periodo al Milan, era semplicemente imprendibile.

Nasce calcisticamente al San Paolo, dove chiude tutta la trafila delle giovanili e fà il suo esordio a 18 anni, nel Torneo Rio-San Paolo, siglando il suo primo gol in maglia tricolor tre giorni dopo, nel campionato Paulista (tra un campionato brasiliano e l'altro ci sono in terra verdeoro competizioni regionali) nella vittoria per 2-1 contro il Botafogo. Nel suo primo vero campionato nazionale chiude invece con un ragguardevole bottino a soli 18 anni di 12 gol in 27 partite, venendo inserito dalla rivista spagnola Don Balon nella lista dei migliori 100 giovani calciatori.

Figlio di un ingegnere è un brasiliano atipico, sfrutta si la sua classe, ma soprattutto una forza nelle gambe non comune, dotato di un accelerazione sui trenta metri a dir poco sublime. Giocatore completo, poteva usare entrambi i piedi e con ottimi risultati, oltre che nel ruolo a lui più congeniale di trequartista, veniva schierato all'occorrenza anche come seconda punta (nel famoso albero di Natale) o saltuariamente come esterno di centrocampo. Dotato di ottimo senso del gol, era anche un abile rigorista e ovviamente uomo-assist.
Particolare la sua esultanza, con braccia tese al cielo e occhi verso l'alto, dovuto ad un incidente di cui è stato vittima nel 2000, dov'è scampato alla paralisi. Da li, la sua forte fede cristiana. Noto anche per il suo impegno umanitario. Con la maglia del San Paolo ha vinto un Torneo Rio-San Paolo nel 2001 e un Supercampeonato Paulista nel 2002, venendo convocato dal Commissario Tecnico della Nazionale verdeoro Felipe Scolari per i Mondiali in Corea del Sud-Giappone dello stesso anno, dove con i suoi compagni diventa Campione del Mondo.

 

 

Kakà, il Milan e lo Scudetto

Il Milan grazie alla segnalazione e alla regia di Leonardo (all'epoca osservatore per i rossoneri) lo acquista per 8.5 Milioni di euro nell'estate del 2003, facendo il suo esordio in rossonero il 1° Settembre dello stesso anno in un Ancona - Milan 0-2, mentre il debutto in Champions League avveniva pochi giorni dopo contro l'Ajax a San Siro. Chiusura con il primo gol in Italia, nel derby contro l'Inter del 5 Ottobre 2003, siglando il gol del 2-0. Contribuisce in maniera decisiva alla vittoria dello Scudetto dei rossoneri di Ancelotti, con 10 reti in campionato e 4 in Champions League, dove il Milan viene eliminato dopo la straordinaria rimonta subita dal Deportivo La Coruna.

La stagione successiva firma 7 gol in campionato comprensivi di 9 assist, firmando la sua prima tripletta in Serie A contro il ChievoVerona, ma è in Champions League dove da il meglio di se, con doppietta allo Shakhtar Donetsk e assist nei Quarti di Finale di ritorno contro l'Inter, decisivo nella doppia Semifinale con il Psv Eindhoven dove firma all'andata i due assist per i gol di Sheva e Tomasson e soprattutto l'assist decisivo al ritorno, quando al 90' la rete di Ambrosini porta definitivamente il Milan nella Finale di Istanbul. Anche contro il Liverpool firma un assist e un gol nella lotteria dei rigori, con i rossoneri che subirono la famosa rimonta da 3-0 a 3-3, con ko ai penalty e Coppa ai reds. In crescita continua Kakà firmerà nella stagione 2005-2006 ben 14 reti in campionato e 18 sui 19 gol totali partendo da trequartista, ben 5 le reti in Champions League utili al Milan per raggiungere la semifinale persa, contro il Barcellona di Ronaldinho (un altro la cui stella si è eclissata fin troppo presto). E' però la stagione successiva, che Ricardo Leite trova la sua consacrazione.

Kakà, il Milan e la Champions League

Nel campionato 2006-2007 firma 8 gol e 6 assist, ma è nella competizione per club più importante al mondo che trascina i rossoneri verso quella che è stata definita come "la rivincita". Mette a segno ben 10 gol in 13 partite, con 3 assist a corredo. Va a segno in quattro delle prime sei gare del Girone H (dove sono inseriti i rossoneri), con gol all'Aek Atene, rete in Belgio contro l'Anderlecht e tripletta nel ritorno a San Siro (4-1). Gol negli ottavi contro il Celtic e a Monaco contro il Bayern nei quarti, fino alla doppia sfida con il Manchester United di un giovane Cristiano Ronaldo, dove trascina i rossoneri con due gol sublimi all'Old Trafford e da il la alla rimonta nel ritorno di San Siro (3-0), con una rasoiata sul primo palo. Ad Atene nella Finale contro il Liverpool il vero protagonista è stato Inzaghi, ma la Champions League vinta e il titolo di capocannoniere della competizione gli varranno a fine 2007 il Pallone d'Oro e il Fifa World Player, ultimo in ordine cronologico a vincere il trofeo prima del duopolio senza uscita Cristiano Ronaldo - Leo Messi (interrotto dal solo Modric nella scorsa stagione). Al debutto nel campionato 2007-2008, sul campo del Genoa, realizza una doppietta contribuendo al 3-0 finale, mentre cinque giorni più tardi, in occasione della Supercoppa Europea contro il Siviglia, sigla il definitivo 3-1. Infine vince con i suoi compagni il Mondiale per Club (la vecchia Intercontinentale), nella Finale contro il Boca Juniors, andando a anche a segno.

                                                                                                 Kakà bacia il Pallone d'Oro

 

Nel febbraio 2008 rinnova il proprio contratto con la società milanese, portando la scadenza al 2013, mentre ha segnato la sua seconda tripletta in campionato, terza con il Milan contro la Reggina, siglando ben 15 reti e contribuendo in maniera decisiva alla qualificazione dei rossoneri alla successiva Champions. In Europa sigla invece 2 gol su 8 partite, con Milan eliminato agli ottavi dall'Arsenal. Eguaglierà il suo record di gol stagionali (19) tra tutte le competizioni nel derby con l'Inter. Il lungo addio ai rossoneri era in realtà iniziato a Gennaio 2009, con la super offerta del Manchester City tra i 100 e i 120 Milioni, con il giocatore che rifiutò, con la famosa scena della maglia sventolata dalla finestra. La stagione lo portò comunque a realizzare il suo record di gol in Serie A, ben 16 con ultima marcatura contro la Fiorentina, ma l'addio era nell'aria e il Real Madrid trovò l'accordo con il Milan per 67,2 Milioni di euro.

 

 

Kakà, il Real Madrid e l'eclissi di un campione

Se al Milan aveva trovato la crescita e la definitiva consacrazione, inserito in una società che allora era un modello in un gruppo dai valori ben definiti, ben diversa è la questione al Real Madrid. Le merengues sono un club che per tradizione non coccola i suoi campioni, ma in un certo senso se ne serve, tenendo fede alla grandezza del Real (da Di Stefano a Raul, fino a Cristiano Ronaldo, senza eccezioni). Dove il fuoriclasse deve fare da solo. Il primo anno è condizionato dalla pubalgia, con prestazioni che ovviamente ne risentono. Firma il suo gol in blancos il 23 Settembre 2009 contro il Villarreal su calcio di rigore, mentre la prima doppietta arriverà nel match di ritorno con lo stesso avversario. Mette a segno un totale di 8 gol in Liga più uno in Champions, mentre la stagione successiva inizia con un intervento al ginocchio sinistro che lo costringe allo stop per 4 mesi. Chiude l'anno con 7 gol su 14 partite e la Coppa del Re, mentre la Liga è ancora del Barcellona.

Poco spazio, cosi come nella successiva stagione 2010-2011, con l'arrivo di Josè Mourinho segna comunque 5 gol in 27 partite, vincendo la sua prima Liga (secondo titolo nazionale dopo la Serie A vinta nel 2004), mentre in Champions i gol sono 3 su 8 partite (con Real eliminato dal Bayern ai rigori, con errore dal dischetto di Kakà, oltre che di Ronaldo e Sergio Ramos e bavaresi successivi Campioni, in Finale contro il Dortmund). Chiude la sua esperienza a Madrid nella stagione successiva, dove realizza le stesse medie dell'anno precedente, con 5 gol in 27 gare di Liga.

Il ritorno al Milan e gli ultimi anni

Torna in rossonero firmando un contratto di due anni, ma il Milan non è più lo stesso che aveva lasciato e lui non contribuisce in maniera significativa. Raggiunge comunque la ragguardevole cifra dei 100 gol in maglia rossonera nel 3-0 contro l'Atalanta, mentre trimbra la centesima presenza con il ChievoVerona siglando anche una doppietta. Chiude la stagione con 9 reti in 37 partite, l'ultima ad alto livello. Rescissione consensuale con i rossoneri che arriva il 30 Giugno 2014, firmando per l'Orlando City in Major League Soccer, con un periodo in prestito al suo San Paolo. In totale ha disputato 331 partite con la maglia del Milan, siglando 109 gol e 86 assist. Negli Stati Uniti d'America andrà a segno 24 volte su 75 partite, con 19 assist all'attivo. Decidendo di ritirarsi definitivamente il 17 Dicembre 2017.

Con il Brasile ha disputato ben 3 edizioni dei Mondiali, vincendo in Corea-Giappone nel 2002 e siglando il suo primo gol nella competizione iridata in Germania ai Mondiali 2006, nella prima partita dei verdeoro contro la Croazia. Chiuderà la sua esperienza con la maglia del Brasile con un Mondiale vinto e due Confederations Cup. Siglando 29 reti su 92 presenze con la Selecao.

 

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Fabrizio Consalvi

Due Champions League con due squadre diverse, due Europa League con due squadre diverse, campionati vinti in Portogallo, Inghilterra, Italia e Spagna. Parliamo ovviamente di Jose Felix Mourinho, attuale allenatore del Tottenham e uno dei migliori tecnici in circolazione. Andiamo indietro nel tempo però, ripercorrendo le tappe della sua prima vera avventura, quella che gli ha permesso di arrivare immediatamente al grande calcio, di imporsi all'attenzione internazionale e di approdare al Chelsea di Abramovich. Parliamo del Porto, che in due anni fece il double europeo, Coppa Uefa prima - Champions League poi, dentro una stagione tutta particolare, con l'Europeo del 2004 finito in mano alla Grecia di Otto Rehhagel.

CELTIC GLASGOW - PORTO 2-3, LA COPPA UEFA

La prima grande perla di Jose Mourinho al Porto, oltre al campionato portoghese e alla Coppa Nazionale vinta nello stesso anno, fù la Coppa Uefa 2002/2003 (si chiamava ancora cosi), perchè è da quel punto che nacque la base di fondo su cui il tecnico diede poi vita alla stagione successiva. Una squadra prettamente portoghese, con due sole eccezioni, nel russo ex Roma Alenichev, rivitalizzato letteralmente dall'allenatore lusitano e da Derlei, attaccante brasiliano. Il modulo era com'è ovvio che sia il 4-3-3 che sarebbe diventato poi il suo marchio di fabbrica, 10 uomini dietro la linea della palla e ripartenze rapide. Vitor Baia in porta (un istituzione all'epoca in Portogallo). Linea a quattro formata da Paulo Ferreira e Nuno Valente ai lati, con Jorge Costa e Ricardo Carvalho, che segui il tecnico anche al Chelsea, dove formò un'ottima coppia difensiva con John Terry. Alenichev e Maniche le due mezzali, con Costinha play-maker. Le due punte erano Nuno Capucho e Derlei, dietro un certo Deco, altro elemento fondamentale nella costruzione del tecnico portoghese, portato al Chelsea come Carvalho e cercato nella sua prima estate all'Inter.

Il cammino verso la Finale di Siviglia diede al Porto il Polonia Varsavia prima e l'Austria Vienna poi, mentre dai sedicesimi gli avversari furono i francesi del Lens, poi agli Ottavi il Denizlisport e ai Quarti il Panathinaikos. In Semifinale il Porto eliminò la Lazio di Mancini (prima sfida tra i due). In quel di Siviglia dall'altro lato c'era invece il Celtic Glasgow di Larsson (una vera e propria macchina da gol all'epoca). Vantaggio portoghese con Derlei prima dell'intervallo, pari di Larsson ad inizio ripresa, 1-2 Porto con Alenichev, 2-2 ancora di Larsson, servirono i tempi supplementari e il gol decisivo ancora di Derlei. I lusitani tornarono a vincere un trofeo continentale dopo la Coppa dei Campioni 1986-1987, giocando una partita che è definita da Mourinho come "un grande esempio per quanti amano il calcio".

 

 

PORTO CAMPIONE D'EUROPA 2003-2004

Fù la stagione delle sorprese nel pieno senso della parola. La compagine di Mourinho aggiunse al suo arsenale Pedro Mendes (mezzala) e l'attaccante brasiliano Carlos Alberto, con Alenichev dalla panchina, cosi come Benni McCarthy, punta sudafricana. Il percorso del Porto ai gironi fù brillante, nonostante fosse inserito con Real Madrid e Olimpique Marsiglia. Pari all'esordio in casa del Partizan Belgrado e ko con le merengues in casa (1-3). Da li una serie di tre vittorie di fila e il pari a Madrid (1-1), che diede la qualificazione agli Ottavi di Finale, vera e propria svolta della stagione sia per il Porto, che forse dell'intera carriera per Jose Mourinho.

IL MANCHESTER UNITED - MOURINHO e LA CORSA

Fù la prima grande impresa all'Old Trafford, con qualificazione acciuffata all'ultimo istante, con la famosa ormai corsa del tecnico portoghese verso i suoi giocatori. All'andata era terminata 2-1 per il Porto e il ritorno contro Sir Alex Ferguson (che sarebbe diventato successivamente un grande amico-avversario) fù una gara ormai storica. United in vantaggio con Paul Scholes al 32' del primo tempo, pari e gol qualificazione di Costinha al 90'.

VIDEO, CHAMPIONS 2003-04: MANCHESTER UTD - PORTO 1-1

 

 

 

IL PORTO e LA CAVALCATA VERSO LA FINALE

Agli Ottavi si persero per strada Juventus e Bayern Monaco, eliminate rispettivamente da Deportivo La Coruna e Real Madrid. Il meglio di quell'edizione della Champions stava però per arrivare, perchè ai Quarti di Finale il super-Depor fece addirittura meglio. Da sempre squadra ostica per le italiane, rimontò il Milan di Carlo Ancelotti (quello di Maldini, Nesta, Pirlo, Gattuso, Kaka appena arrivato, Sheva, Inzaghi, Seedorf) dal 4-1 subito all'andata a Milano, con un sonoro 4-0 a La Coruna. Il Real non fece di certo meglio, venendo eliminato dal Monaco del momentaneo ex Morientes (era in prestito), mentre il Chelsea allora di Ranieri (l'ultimo anno in blues), fece fuori nel derby londinese l'Arsenal. Il Porto di Mourinho superando il Lione (2-0 in casa, 2-2 in Francia) si apri una strada in discesa verso la Finale di Gelsenkirchen. Nel penultimo atto arrivò proprio il Deportivo La Coruna, liquidato dopo lo 0-0 in Spagna, con il minimo sforzo ad Oporto.

 

PORTO - MONACO 3-0, MOU SUL TETTO D'EUROPA

L'ultimo atto fù anche il lascito su quella che sarebbe stata la sua carriera dopo quella Finale. Dall'altro lato il Monaco di Didier Deschamps allenatore, in certo Giuly, poi al Barcellona e anche al Milan e un giovane Evra. In porta c'era Flavio Roma, dalla panchina anche un esordiente Adebayor, che in quella Finale non mise piede in campo. Monaco che eliminò quello che di li a poco darebbe diventato il suo "futuro" Chelsea (storia che con altre squadre si ripeterà). Il Porto scese in campo con il suo classico undici, passando in vantaggio al 39' con Carlos Alberto, mentre nella ripresa fecero il resto Deco e Alenichev.

La conclusione con Mourinho che si toglie la medaglia è entrato di diritto nelle pagine di storia di questo sport, cosi come le successive dichiarazioni (alla presentazione da tecnico del Chelsea). "Please don't call me arrogant, but I'm European champion and I think I'm a special one", senza bisogno di traduzione, oppure: "Non sono preoccupato dalla pressione. Se avessi voluto un lavoro facile, lavorando con la grande protezione di quello che avevo già fatto, sarei rimasto al Porto – una bella sedia blu, una Uefa Champions League, Dio, e dopo Dio, io".

VIDEO, FINALE CHAMPIONS LEAGUE 2003-04: PORTO - MONACO 3-0

 

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Fabrizio Consalvi

"Un giorno senza calcio, è un giorno inutile". Partiamo da una delle sue citazioni più famose, per iniziare il racconto di una delle Finali più sorprendenti dell'intera storia della Coppa dei Campioni, ora Champions League. Un capolavoro tattico, il secondo a dir la verità della carriera di Ernst Happel, allenatore austriaco che per primo è riuscito nell'impresa di vincere due trofei continentali con due squadre diverse, di due Nazioni diverse, cosi come primo in assoluto a disputare tre Finali di Coppa dei Campioni con tre squadre diverse, sempre di tre Nazioni diverse, Olanda, Belgio, Germania.

Perchè in fondo parte da li la storia del calcio moderno, senza Happel, non sarebbe esistita l'epopea del calcio olandese e quindi della filosofia che lega il Barcellona per come lo conosciamo oggi. Perchè a Happel, esempio perfetto di allenatore viandante, Mourinho si è ispirato in primis, dalle tecniche di allenamento ai rapporti quasi mai cordiali, con la stampa stessa. Scendendo si può dire che sia il calcio veloce di Guus Hiddink, che di Louis Van Gaal (altri due tecnici viaggiatori) sia stato chiaramente ispirato al suo.

           

ERNST HAPPEL E IL CAPOLAVORO AMBURGO

Ado den Haag, Feyenoord (con cui vinse la prima Coppa dei Campioni del calcio olandese nel 1969-70, contro il Celtic favorito alla vigilia), Bruges (condotto in Finale della massima competizione europea), quindi Amburgo. Ed è qui che ci fermiamo, perchè ad Atene nel lontano 1983 è andata in scena una Finale che è il capolavoro tattico di Happel e il punto a cui far riferimento, quando si parla di Juventus e dei "problemi" in Finale di Champions League. Bianconeri con sei Campioni del Mondo in campo (Zoff, Gentile, Scirea, Cabrini, Tardelli, Rossi), più la fantasia di Michel Platini e Zibigniew Boniek. Contro un avversario sulla carta inferiore, la strada verso il primo titolo europeo per club sembrava in discesa, dieci anni dopo la sconfitta con l'Ajax di Crujiff a Belgrado.

Di contro un tecnico che con le italiane aveva sempre vinto, che aveva fin li conquistato un campionato olandese, tre campionati in Belgio e due trionfi di fila in Germania e che da "sfavorito" ha costruito tutte le sue fortune europee, non avendo mai allenato una grande per definizione, ma sempre una squadra contro, il Feyenoord (con l'Ajax di Michels dall'altro lato), il Bruges e non l'Anderlecht in Belgio, l'Amburgo (non il Bayern il Germania). Chiamato "il tiranno" dai suoi giocatori, costruì la compagine tedesca sui tre nazionali a disposizione, Kaltz, Felix Magath (poi a sua volta tecnico sia di Amburgo che in seguito di Werder Brema, Eintracht Francoforte, Stoccarda, Bayern Monaco Schalke 04) e centravanti Horst Hrubesch. Con Hartwig squalificato, Happel modificò il suo integralismo tattico schierando in quell'occasione Rolff in marcatura fissa su Platini, con Bastrup e Milewski a sostegno dell'unica punta Hrubesch. Completarono l'undici Wehmeyer, Jakobs, Hieronymus e Groh, mentre tra i pali l'esperto Stein.

 

 

JUVENTUS - AMBURGO, LA PARTITA

La Juventus durò in pratica meno di dieci minuti, con un occasione in avvio per Platini e un colpo di testa di Bettega deviato da Stein. Ma il colpo da ko dell'Amburgo sarebbe arrivato poco dopo, al 9' quando Magath saltato Bettega ed evitato Tardelli, incrociò la conclusione sul palo opposto, Zoff impotente e 1-0. Da quel momento l'impianto tattico di Happel funzionò in pieno, con Platini praticamente annullato, tolto un taglio pericoloso nella ripresa che portò ad uno scontro in area tra Stein e Platini, con l’arbitro Rainea che lasciò correre. Tardelli fermo tra Wehmeyer e Milewski, gabbia preparata da Happel per togliere velocità. Trapattoni provò invece a cambiare le carte più volte, ma ne l'avanzamento di Platini, ne l'inserimento di Marocchino mutarono le sorti di un match, che era bloccato, fermo, ma nella sostanza perfettamente lineare.

 

L'Amburgo vinse la sua prima Coppa dei Campioni, per completare il ciclo, Trapattoni e la Juventus dovranno aspettare altri due anni (non la Finale dell'Heysel, ma l'Intercontinentale arrivata dopo, diede quella dimensione internazionale che al ciclo trapattoniano ancora mancava), più undici se si arriva alla Finale di Roma del '96 contro l'Ajax. Happel chiuse invece con un capolavoro il suo ciclo europeo, dando una lezione di pragmatismo a chi di solito ne ha fatto la regola. Per chiudere la carriera ci volle invece il ritorno in Austria (non al suo Rapid Vienna, ne tantomeno all'Austria Vienna, ma allo Swarovski Tirol, condotto ovviamente a due trionfi in campionato consecutivi). 

L'ultimo capitolo vero e proprio è la Nazionale austriaca del dopo Mondiali '90 e fino al match contro Israele, lascito immortale a questo straordinario sport.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Fabrizio Consalvi

Da Plizzari a Diogo Costa, da Carnesecchi a Maarten Vandevoort. Sono tutti nella top 10 dei portieri Under 21, stilata secondo rendimento e valutazione. Dall'attuale estremo difensore del Livorno (di proprietà del Milan) e con un ormai piena esperienza tra Serie B e i due Mondiali Under 20 disputati, passiamo al giovanissimo portiere belga che con il Genk vanta già un campionato e una Supercoppa vinta nel suo paese, più l'esordio in Champions League avvenuto lo scorso dicembre contro il Napoli. Presenti, troviamo anche il francese Meslier, il portoghese Diogo Costa e un certo Gabriel Brazao, brasiliano di proprietà dell'Inter.

TOP UNDER 21 - PORTIERI

ALESSANDRO PLIZZARI: Classe 2000 che vanta già un enorme esperienza, con 34 gare complessive in Serie B, prima alla Ternana, poi al Livorno sempre ovviamente in prestito dal Milan, dov'è cresciuto calcisticamente. Nella stagione in corso sono 15 le gare disputate in maglia amaranto, con 29 gol subiti e 2 cleen-sheat. Come per Carnesecchi, sempre presente nelle varie Nazionali azzurre, con 14 presenze in Under 19, 9 in Under 20 dove ha disputato sia il Mondiale del 2017 arrivando terzo con l'Italia di Evani, sia più recente Mondiale svoltosi in Polonia (quarto posto dopo la finalina persa con l'Ecuador). Il contratto con il Milan scade nel 2023.

 

 

ILIAN MESLIER: Francese, classe 2000, di proprietà dell'Fc Lorient ma girato in prestito per questa stagione al Leeds United (Championship inglese) di Marcelo Bielsa. Tre le gare disputate in Inghilterra, 2 in campionato, una in FA Cup, con un gol subito e due cleen-sheat. Nella scorsa annata in Francia, 30 gare tra Ligue 2 e Coppa di Lega, con 32 gol subiti, mentre 11 volte ha mantenuto la porta inviolata. Stabilmente presente nelle varie Nazionali blues, attualmente presente nella Francia Under 21.

DIOGO COSTA: Classe '99, compirà 21 anni il prossimo 19 Settembre, portoghese e attuale secondo portiere del Porto. Per lui in stagione già 12 le gare disputate con 6 gol subiti e ben 7 cleen-sheat. Sempre presente nelle varie Nazionali lusitane con 19 presenze in Under 19, 10 in Under 20 e già 5 in Under 21. Contratto in scadenza, 2022.

RADOSLAW MAJECKI: Classe '99, di nazionalità polacca, milita nel Legia Varsavia, ma è di proprietà del Monaco. In Polonia ha già vinto un campionato, disputando nella passata stagione 26 gare complessive, tra campionato e Coppa, con 31 gol subiti e 11 cleen-sheat. Nel corso di questa stagione, prima dello stop aveva disputato 34 gare, comprese 8 nelle qualificazioni all'Europa League, con 27 gol subiti, 16 invece le volte in cui è riuscito a mantenere la porta inviolata. Presente nelle varie Nazionali della Polonia.

MARCO CARNESECCHI: Classe 2000, di proprietà dell'Atalanta ma in prestito al Trapani, con cui in questa stagione ha disputato 24 partite, comprensive di 45 gol subiti e 2 cleen-sheat. Campione d'Italia lo scorso anno con la Primavera bergamasca allenata da Massimo Brambilla, dove non è sceso in campo nella Fase Finale complice la convocazione ai Mondiali Under 20. Sempre presente ovviamente nelle varie Nazionali, con ben 14 presenze in Under 19, 3 le gare disputate con l'Under 20 allora di Nicolato e già 5 presenze in Under 21, esordio datato 6 Settembre 2019, in Italia - Moldavia 4-0.

 

 

GABRIEL BRAZAO: Classe 2000, di proprietà dell'Inter, via Parma che l'ha prelevato dal Cruzeiro nel Gennaio 2019. Attualmente è in prestito all'Albacete in Spagna. Promettente estremo difensore brasiliano, con la Nazionale Under 17 verdeoro ha vinto una Copa America di categoria. In questa stagione ha disputato 4 gare in tutto in terra spagnola, tra La Liga2 e la Coppa del Re, con 3 gol subiti e un cleen-sheat. Vanta 2 presenze nel Brasile Under 20.

MAARTEN VANDEVOORDT: Estremo difensore belga classe 2002, di proprietà del KRC Genk, dove seppur giovanissimo è il secondo portiere. In questa stagione vanta 12 presenze totali, tra campionato belga e Coppa Nazionale, più Uefa Youth League e l'esordio nell'ultima gara del Girone E contro il Napoli al San Paolo, 4-0 per i partenopei. Con il Genk ha vinto già uno Scudetto e una Supercoppa, mentre il suo percorso nella Nazionale belga arriva all'Under 19 con cui ha disputato 6 gare. Contratto in scadenza nel 2023.

 

 

 

KJELL SCHERPEN: Classe 2000 di nazionalità olandese, l'Ajax l'ha prelevato la scorsa estate dall'Emmen per 1.5 Milioni. 14 le gare disputate in stagione (nell'Eredivisie B, ossia Under 23 olandese), con 18 gol subiti e 5 cleen-sheat, sempre 14 invece le convocazioni ottenute da Ten-Haag, tecnico dei lancieri. Nella passata stagione all'Emmen ha disputato 35 gare (34 in Eredivisie e una in Coppa d'Olanda), con 72 gol subiti e 4 cleen-sheat. Ha fatto l'esordio nell'Olanda Under 21 di Van de Looi il 31 Maggio 2019, nel 5-1 degli orange contro il Messico.

DOMINIK KOTARSKI: Classe 2000 sempre di proprietà dell'Ajax, ma di nazionalità croata. I lancieri l'hanno prelevato nel Gennaio 2018 dalla Dinamo Zagabria con cui disputava la Uefa Youth League. E' l'alterego di Scherpen con cui si divide la porta dell'Ajax Under 23, per lui in stagione 13 gare disputate, 22 gol subiti e 3 cleen-sheat, 18 invece le convocazioni ottenute da Ten-Haag. Sempre presente nelle varie giovanili Nazionali, con 12 presenze nella Croazia Under 17, ben 7 in Under 19 e l'esordio in Under 20 arrivato lo scorso 6 Settembre 2019.

BERKE OZER: Classe 2000 di nazionalità turca, prelevato in prestito dal Westerlo ma di proprietà del Fenerbache. Nell'attuale stagione ha disputato 22 gare nel campionato Under 22 belga, con 23 gol subiti e 6 cleen-sheat. Presente nelle varie giovanili Nazionali, con 7 presenze nella Turchia Under 19.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     Fabrizio Consalvi

Un fuoriclasse pigro, un genio bulgaro con un carattere piuttosto forte, un fenomeno che per almeno un quinquennio ha insegnato calcio in Spagna e nel mondo intero. Parliamo di Hristo Stoichkov (Stoičkov in bulgaro), autentica sentenza del Barcellona nei primi anni '90, quello allenato da Crujiff per intenderci, quello di Romario e Guardiola, che vinceva e imparava, antesignano ventanni prima del "tiki-taka" che avrebbe poi cambiato il gioco. Come un filo sottile, che lega Michels a Cruijff per arrivare a Pep.

I primi anni - Stoichkov e il Cska

Trequartista o attaccante, all'occorrenza anche esterno di destra, cosi come giocava nei primi anni al Barca. Stoichkov nasce calcisticamente al Maritsa Plovdiv, di piede mancino viene notato dal Cska Sofia. Dal carattere scontroso e se ne accorgeranno praticamente tutti gli allenatori avuti da qui in avanti e non solo. Basti pensare che nel 1985 nel derby di Finale di Coppa di Bulgaria vinta dal Cska contro i rivali del Levski Sofia, 5-0 il risultato finale dove mette a segno all'andata ben 4 reti, decide nel match di ritorno di indossare la maglia numero 4 invece della "solita" 8 (che sarebbe diventato il suo numero storico), scatenando di fatto una rissa e venendo punito con un anno di squalifica (poi ridotto a 6 mesi, saltando di fatto il Mondiale del 1986 in Messico).

Al Cska Sofia, fù capocannoniere del campionato bulgaro al termine della stagione 1988-89 con 23 gol, mentre la stagione successiva fù ancora meglio, con 38 gol in 30 partite totali, utili a vincere il campionato, la Coppa di Bulgaria e ovviamente la Scarpa d'Oro. Arriva all'attenzione del calcio internazionale nel corso della Semifinale di Coppa delle Coppe dell'anno successivo, dove ne è il capocannoniere con 7 reti e dove viene eliminato dal Barcellona (6-3 il doppio confronto). Notato da Johan Cruijff, nell'estate del 1990 sbarca ed è il caso di dirlo in Catalogna.

 

Stoichkov e il Barcellona - La storia

Inizialmente fa fatica ad ambientarsi, tanto da dover esser seguito in campo e fuori dal compagno Bakero su ordine di Cruijff, dopo una squalifica di 6 mesi comminata dopo la Finale di Coppa del Re contro il Real Madrid, dove Stoichkov dà un pestone al direttore di gara in seguito all'espulsione del tecnico blaugrana. Ma in poco tempo diventa l'idolo dei tifosi culès e uno dei leader della squadra, insieme a Zubizarreta, Guardiola e Romario (l'asse portante), venendo definito l'Ayatollah del Barca, per via del suo gesto di alzare le mani dopo ogni gol.

"Oggi Dio ha confermato di essere bulgaro". E' una delle sue frasi più celebri e forse l'emblema di quel territorio dell'est Europa, che in poco tempo porterà ai piedi del podio nei Mondiali del 1994. Tornando al Barcellona, vince nella sua prima esperienza in Catalogna 4 campionati consecutivi (dal 1990-91 al 1993-94), una Coppa dei Campioni (nella Finale di Wembley del '91 contro la Sampdoria, decisa da Koeman ai supplementari), più 3 Supercoppe di Spagna. Perde invece la Finale del '94 contro il Milan di Capello ad Atene, con Barcellona sconfitto per 4-0, ma al termine di quell'anno riceverà dalla rivista France Football il Pallone d'Oro.

La sua media gol nei primi 4 anni di Barcellona è ragguardevole, con 20 reti in 34 partite messe a segno nel 1992-1993, mentre l'anno successivo ne realizza 25 in 50 partite totali tra tutte le competizioni. Un rapporto da sempre conflittuale ma andatosi deteriorando nel tempo con Johan Crujiff, spinge la dirigenza blaugrana a metterlo sul mercato nell'estate del '95, dove viene acquistato dal Parma per 12 miliardi di lire.

 

 

Stoichkov - La Bulgaria e il suo Kamata

E' in quegli anni che c'è il meglio di Hristo Stoichkov, tanto da condurre la sua Nazionale a traguardi mai visti prima e che non si sono più ripetuti dopo, nonostante ottimi attaccanti come ad esempio Dimitar Berbatov. Ma quella Bulgaria allenata da Dimitar Penev e con in campo anche Leckov e Balakov, nel Novembre del '93 si permise di far fuori dai successivi Mondiali americani la Francia allenata allora da Platini, battendola al Parco dei Principi per 1-2. Per poi arrivare fino alla Semifinale che tutti ricordiamo per la doppietta di Roberto Baggio, ma dove Stoichkov realizzò un calcio di rigore nel finale. Quella Bulgaria battè Grecia e Argentina nella fase a gironi, la Nigeria ai rigori negli Ottavi di Finale e la Germania in rimonta per 1-2 ai Quarti. Stoichkov fù capocannoniere di quell'edizione dei Mondiali insieme al russo Salenko con 6 gol (3 su calcio di rigore).

Il Kamata (pugnale) bulgaro non si ripetè invece nel '96 dove nell'Europeo pur con un buon cammino nel girone eliminatorio (pari con la Spagna, vittoria con la Romania), venendo sconfitta nella terza gara dalla Francia. Chiudendo di fatto il ciclo d'oro del calcio bulgaro ai Mondiali del '98 proprio in terra transalpina, venendo eliminata in malo modo già al primo turno. Stoichkov può vantare 37 gol realizzati in 83 partite, al terzo posto della classifica dei marcatori della Nazionale, dietro Bonev e Berbatov, venendo insignito per ben 5 volte come Miglior calciatore bulgaro dell'anno.

 

 

Stoichkov - L'esperienza al Parma

Arrivato in gialloblu nel 1995 s'infortuna subito durante il pre-campionato, legando poco in campo con Inzaghi e Zola, nel 4-3-3 disegnato per il Parma da Nevio Scala. Nonostante ciò segna 5 gol in 23 partite di campionato (con l'Inter la sua miglior partita nell'esperienza italiana), con 2 reti messe a segno in Coppa delle Coppe. Chiude l'esperienza italiana dopo una sola stagione, ma praticamente già dal Marzo di quell'anno la strada verso la cessione è ben indirizzata.

Il ritorno al Barca e il declino

Stoichkov torna quindi al Barcellona dove è perfettamente in tempo per giocare con il "Fenomeno". Ossia Luis Nazario da Lima (Ronaldo), vincendo una Coppa di Spagna, una Supercoppa e una Coppa delle Coppe. Al ritorno in blaugrana viene allenato da un certo Bobby Robson, che quell'anno ha come assistente un giovane Mourinho che gli fa anche da interprete. Chiude definitivamente l'esperienza in Spagna nell'estate del '98, dopo alcune divergenze con Van Gaal (non certo un tipo facile), tornando al Cska Sofia, per poi chiudere la carriera tra Arabia SauditaGiappone e Stati Uniti d'America, dove vince tra l'altro una Major League Soccer con il DC United.

 

 

Stoichkov allenatore - La Carriera

Meno fortunata è stata per ora la carriera da tecnico, inizia come assistente al Barcellona nel 2003, ma dopo la brutta esperienza della Bulgaria agli Europei del 2004, viene chiamato a dirigere la sua Nazionale, con risultati piuttosto deludenti. Si trasferisce infine prima al Celta Vigo (che porta alla retrocessione in Segunda Division), poi al Cska Sofia che lascia dopo un solo mese.

Quando il genio e il carattere si mescolano, nascono campioni del genere che provocano una luce d'intensa e breve durata, tale da essere ricordati comunque in eterno. Stoichkov è una rappresentazione perfetta di tutto questo, quando al talento ha unito la costanza di rendimento ne è uscito fuori un fenomeno vero.

 

Fabrizio Consalvi

Restare nell'immaginario collettivo dello sport, nel cuore delle persone, sia per quanto si è fatto, sia per il personaggio che si è in qualche modo interpretato. Si pensa sempre a questo, quando si fa riferimento a Nigel Mansell, pilota britannico protagonista in Lotus, Ferrari, Williams e brevemente in McLaren a cavallo di fine anni '80 - inizio anni '90. I suoi baffoni e la sua esuberanza, abbinata ad una buona dose di sfortuna, che non gli hanno permesso di vincere di più, di quanto in effetti abbia poi portato a casa, anche se si chiamano un titolo Mondiale e un titolo di Indy Car, dove al famoso tris per entrare nel novero dei più grandi gli sono mancate solo la 24 Ore di Le Mans e la 500 Miglia di Indianapolis. Cosi riflettendo sul Leone d'Inghilterra, viene in mente un Gran Premio su tutti, per chi come la maggior parte degli italiani ha semplicemente un cuore rosso. Agosto 1989, Ungheria e una rimonta che è entrata di diritto nella storia della Formula 1, ma andiamo ovviamente per gradi, raccontando passo dopo passo la carriera di uno dei piloti più iconici dell'epoca.

Nigel Mansell - dalla Lotus, alla Williams

Inizia con il kart un pò come la stragrande maggioranza dei piloti, sia dell'epoca sia dell'era moderna. Dopo gli ottimi risultati ottenuti nei kart, nel 1976 Mansell fa il debutto in Formula Ford. La sua prima stagione lo vede trionfare sei volte su nove gare. L'anno successivo invece prese invece parte a tutto il campionato e si laureò Campione di categoria. Ebbe anche un pericoloso incidente in cui si ruppe il collo, causa che gli fece rischiare di interrompere la sua carriera. Prese quindi parte al campionato di Formula 3 del 1978, ottenendo subito Pole Position e podio al debutto con la March. Effettua diverse prove con la Lotus dove nel 1980 diventa collaudatore, con Elio De Angelis e Mario Andretti come piloti ufficiali. In quell'anno gareggia contemporaneamente sia in Formula 3 che in Formula 2, dove con il nuovo motore Honda, sfiora la vittoria nel circuito di Hockenheim. La Lotus ci aveva visto giusto. E nella seconda parte del Mondiale di F1 del 1981 la scuderia inglese schierò una terza vettura, dove Nigel Mansell fece il debutto assoluto nella massima categoria. Con una macchina poco competitiva si fece comunque notare ancora una volta dai vertici.

 

E' nel 1984 che arriva la vera svolta, con prima Pole Position a Dallas e grazie ad una gara memorabile in cui commosse il mondo intero, quando dopo aver dominato per buona parte della corsa, venne sorpassato da diverse vetture, causa di un problema alle gomme. Infine la sua Lotus si piantò a pochi metri dal traguardo per un inconveniente tecnico, con Mansell che provò a spingere la vettura comunque fino all'arrivo, cadendo a terra svenuto. Sfiora la vittoria nel GP di Monaco, quello che in realtà rivelò al mondo il talento di Ayrton Senna, allora al volante della Toleman. La Lotus decise allora di rimpiazzare Nigel proprio con il brasiliano, cosi si aprirono le porte della Williams, targata del motore Honda Turbo.

Verso il termine del Mondiale del 1985 alla guida della FW10 Honda, il Leone d'Inghilterra conquista le sue prime vittorie in Formula 1, con doppietta prima a Brands Hatch nel Gran Premio d’Europa e quindi in Sudafrica. Il 1986 coincise con l’arrivo del due volte Campione del Mondo Nelson PiquetMansell stupì tutti, arrivando ad un passo dal titolo Mondiale, sfuggito ad Adelaide con la gomma scoppiata. Nigel chiuse quindi secondo, alle spalle della McLaren di Alain Prost. Sfortuna che in realtà continua anche nel 1987, dove nonostante i 6 successi all’attivo terminò alle spalle del compagno di scuderia Nelson Piquet, che arrivò al terzo titolo Mondiale in carriera. Nel 1988 il pilota britannico rimase alla Williams, nonostante la perdita dei motori Honda (passati alla McLaren, con risultati straordinari) e fù autore di una stagione poco brillante, con 14 ritiri su 16 gare. Due gli unici arrivi sotto la bandiera a scacchi, uno dei quali a Silverstone sul bagnato, dove arrivò l'annuncio del passaggio alla Ferrari per l'anno successivo.

 

Nigel Mansell - dalla vittoria al debutto all'impresa in Ungheria

In realtà la stagione 1989 per le rosse di Maranello non fù esattamente entusiasmante, con la McLaren Honda di Senna e Prost praticamente imbattibile, furono poche le gioie per la Ferrari. Al debutto in Brasile sulla 640 disegnata da John Barnard e dotata del nuovo cambio con comandi al volante, il primo a debuttare ufficialmente in gara su una monoposto di F1. Fù però in Ungheria che Nigel Mansell fece un vero e proprio capolavoro. Partito dalla dodicesima posizione, ma che in poco tempo recuperò ben sette posizioni, mettendosi in scia di Prost e dei primi. La Ferrari aveva trovato il giusto compromesso con le gomme da gara e nei tempi di Mansell era il più veloce, in un circuito dov'è praticamente impossibile effettuare sorpassi. Il sorpasso su Prost era stato favorito facendosi aiutare dalla scia, ma con Senna le cose erano ben diverse. Nel frattempo Mansell si prese il secondo posto, passando Patrese davanti ai box, ma in rettilineo la McLaren di Senna è ancora veloce e in curva Ayrton chiude, anche se Mansell ne ha di più. Serve un colpo di genio. Undici giri alla fine, Berger si ritira e tre curve dopo ecco che Senna si trova davanti un doppiato. Gli prende la scia e non può vedere cosa sta facendo Mansell. Le tre vetture sono una accanto all’altra, con Mansell che chiude la curva e passa la McLaren. Vittoria.

 

Due successi, il secondo che lo fà amare a anche oggi dal popolo della Ferrari, nonostante un 1990 non proprio brillante. Con l'arrivo in rosso di Prost al posto di Berger e con Mansell che soffre il francese, arrivando ad annunciare il ritiro (un bluff) in Inghilterra. Una sola vittoria in Portogallo, dove partito dalla Pole, strinse verso il muro il compagno di squadra Alain Prost (che arrivò a scambiare le vetture tra i due credendo che quella del pilota inglese fosse migliore), il quale partito secondo venne sorpassato da Berger e Senna su McLaren, con quest'ultimo che vinse il titolo a fine stagione.

Nigel Mansell - Il titolo in F1 e il trionfo in Indy

Il Leone d'Inghilterra torna quindi alla Williams, che nel frattempo con i motori Renault, si avvia verso un ciclo vincente chiuso nel 1997 (Mansell, Prost, Hill e Villeneuve, quattro titoli del Mondo con quattro piloti diversi), interrotto solo da Michael Schumacher su Benetton e chiuso da Hakkinen su McLaren. Alla Williams Mansell trova come compagno Patrese e nel 1991 vince tre Gran Premi di fila, Francia, Gran Bretagna e Germania, per poi trionfare in Italia e Spagna, chiudendo secondo nel Mondiale dietro il solo Ayrton Senna. E' il prologo per quanto accadrà l'anno successivo, quel 1992 che lo vede trionfare con 9 vittorie e 14 pole position su 16 gare. Campione del Mondo che lo porta allo stato attuale, ad essere dopo Lewis Hamilton il pilota britannico con più gran premi vinti in carriera. Al termine della stagione, il Leone d'Inghilterra decise per il ritiro dalla Formula 1, nonostante un accordo con la Williams per il 1993, ma con Prost come compagno di squadra. Il Leone si accorda quindi con il Team Newman Haas per correre in Formula Indy come compagno di Mario Andretti. Al primo anno negli States Nigel Mansell vinse subito il campionato andando forte sia sugli stradali, che sugli ovali. Arriva terzo alla sua prima 500 Miglia di Indianapolis dove riceve il titolo di “Rookie of the Year”.

 

Il 1994 lo vede nuovamente impegnato in America ma Frank Williams lo richiama in scuderia, per sostituire il compianto Ayrton Senna, rimasto vittima nel Gran Premio di San Marino a Imola. Mansell divide il sedile della seconda Williams (la prima è di Damon Hill, che perderà il titolo ad Adelaide in Australia con Michael Schumacher e il famoso incidente che coinvolse i due. Gran Premio vinto proprio da Mansell, all'ultimo trionfo in un GP di F1) alternandosi con il giovane David Coulthard. Chiude la carriera in McLaren, dove nel 1995 inizia la collaborazione con la Mercedes, ma il rapporto non durò granchè. Con problemi al sedile e con un abitacolo piuttosto stretto. Salta quindi le prime due gare in Brasile e Argentina, debuttando su McLaren a Imola, penultimo Gran Premio della sua carriera, perchè l'ultimo è il successivo in Spagna, dove al termine decide, applicando una clausola del suo contratto, di sciogliere anticipatamente la sua collaborazione, abbandonando in via definitiva la Formula 1. Nigel Mansell ha disputato un totale di 187 Gran Premi di Formula 1, con 31 vittorie, 32 pole position, 30 giri più veloci in corsa e 480 punti conquistati. Si è classificato per 82 volte a punti e per 59 sul podio, partendo in 56 occasioni dalla prima fila.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Fabrizio Consalvi                           

Il Genio. Scritto con la maiuscola, per celebrare uno dei calciatori più forti e lunatici degli anni '90, perchè sennò quella parola non avrebbe assolutamente senso e soprattutto quel soprannome non avrebbero luogo. Parliamo di Dejan Savicevic, nato a Titograd, l'odierna Podgorica, il più forte giocatore della storia montenegrina, in grado di interpretare tutti i ruoli d'attacco senza far mai mancare la sua classe e il suo estro. Fenomeno vero di Stella Rossa prima e Milan poi, in grado di vincere ben due Coppe dei Campioni da assoluto protagonista e di restare impresso nella memoria sia dei tifosi che dei suoi avversari.

Dejan Savicevic - dal Buducnost alla Stella Rossa

Dejo inizia la sua carriera nel Budcnost Titograd, con cui ha giocato dal 1982 al 1988 e dove realizza un totale di 35 reti in 131 partite, dove affina la sua abilita di interpretare tutti i ruoli d'attacco, da interno, trequartista, regista ovviamente e mezza-punta. Poteva essere impiegato anche da attaccante vero e proprio (il moderno falso nueve) e da esterno di centrocampo. Fantasista agile, veloce e talentuoso, mancino e abile nel fornire assist per i compagni, era specializzato in grandi giocate e dribbling, molto dotato anche sul piano atletico. Giocatore dal carattere controverso, discontinuo nel rendimento e per nulla disciplinato tatticamente, quest'ultima caratteristica in comune con molti suoi connazionali arrivati successivamente, basti pensare a Mirko Vucinic oppure a Stevan Jovetic, entrambi montenegrini.

Savicevic viene acquistato dalla Stella Rossa nell'estate del 1988, andando a formare prima con Pixie Stojkovic, poi con Prosinecki, Pancev e gli altri, una compagine formidabile, in grado di arrivare sul tetto d'Europa nel giro di due anni. A Belgrado Savicevic vince tre campionati consecutivi, diventando mano a mano il leader tecnico della squadra e idolo del Marakanà. Nella Coppa dei Campioni 1988-89 fa letteralmente impazzire il Milan di Sacchi nel ritorno degli Ottavi di Finale, portando in vantaggio la sua squadra, nel match poi sospeso per nebbia e ripetuto il giorno successivo. Il giorno dopo, nel recupero della sera prima, Dejan non è lo stesso. Tipicità degli artisti. Il rigore sbagliato, nella serie di penalty, aiuta il Milan ad accedere ai Quarti di Finale di una Coppa che conquisterà in quel di Barcellona nella storica Finale con la Steaua Bucarest.

 

 

Nella Coppa Uefa dell'anno successivo firma invece 3 reti su 6 gare disputate, con doppietta nel match interno al Colonia negli Ottavi di Finale, dove la Stella Rossa verrà eliminata nella gara di ritorno in Germania. Ma la scalata al trofeo più importante sta per arrivare nel 1990-91, con la prima storica e unica Coppa dei Campioni vinta da una compagine dell'est Europa. La Stella Rossa di Ljupko Petrovic. Con la cessione di Stojkovic al Marsiglia del rampante Bernard Tapie nell’estate del 1990 arriva il momento chiave. Il team può rinunciare al suo capo popolo. In rosa c’è gente del calibro di Belodedici, Jugovic, Binic, Pancev, oltre al già citato Prosinecki. Sono pronti conquistare l’Europa. E poi c’è il Genio, capace di andare a segno nella vittoriosa semifinale di andata contro il Bayern Monaco disputata nell'ormai vecchio Olympiastadion. E' il propellente per far decollare il razzo biancorosso verso la vittoria di Bari contro il Marsiglia. In quella Finale Savicevic non calcia i rigori, ma il suo dovere l'ha compiuto ampiamente in precedenza. Nel suo periodo alla Stella Rossa mette a segno 23 gol su 72 gare totali, classificandosi secondo nel Pallone d'Oro del 1991 vinto da Jean-Pierre Papin, dopo aver vinto anche la Coppa Intercontinentale (con espulsione di Savicevic).

 

Dejan Savicevic - l'arrivo al Milan

Viene acquistato dal club rossonero nell'estate del 1992 per 10 miliardi di lire, andando a completare una compagine che all'epoca vedeva i tre olandesi nella loro ultima stagione insieme, più Boban e Jean Pierre Papin. Solo che a differenza di oggi, si potevano schierare solo 3 stranieri contemporaneamente in campo e nella prima stagione in Italia il montenegrino trova complessivamente uno scarso minutaggio, anche per via dell'agguerrita concorrenza in un Milan che è uno dei più ricchi di stelle di sempre. Il primo gol arriva il 24 Gennaio del 1993 contro il Genoa, mentre in totale in campionato firma 4 gol, compresa una doppietta alla Fiorentina. Vince il suo primo Scudetto italiano e quarto campionato complessivo, non trovando molto spazio nella Coppa dei Campioni, che vede i rossoneri di Capello (con cui non ha avuto inizialmente un grande rapporto, vista la differenza abissale tra i due) battuti in Finale dall'Olympique Marsiglia in quel di Berlino.

 

La gloria, quella definitiva, arriverà la stagione successiva 1993-94. Vanno via Rijkaard e Gullit, il primo all'Ajax, il secondo alla Sampdoria, mentre Marco Van Basten è al passo d'addio al calcio, così il Genio di Savicevic può esplodere in tutto per tutto in quel di Atene. Intanto dal Marsiglia, a novembre, arriva Marcel Desailly, di professione difensore centrale, che viene re-inventato con grande successo come centrocampista davanti alla difesa ed è una delle chiavi del double Scudetto-Champions League ’94. Per Savicevic ci sono 4 gol stagionali, nessuno in campionato su 20 presenze, dove il Milan trionfa senza grossi problemi, un assist in Supercoppa Europea persa contro il Parma (giocata al posto dell'Olympique Marsiglia dopo lo scandalo che coinvolse la società allora di Bernard Tapie) e un assist in Supercoppa Italiana vinta per 1-0 sul Torino. Ma soprattutto ci sono 3 gol in Champions League, di cui 2 al Werder Brema nella fase a gironi e la Finale di Atene sul Barcellona di Crujiff. Dove Savicevic è letteralmente imprendibile per tutta la gara. L’assist per il primo di gol Massaro è solo l’antipasto ma è il gol del momentaneo 3-0 con pallonetto beffardo su Zubizarreta, dopo aver superato Nadal.

Gioca da protagonista a Milano anche nel successivo biennio, peraltro in termini numerici il più positivo sul piano personale. Nella stagione 1994-95 segna 9 gol in campionato su 19 presenze, in una stagione che segna il prologo della fine dell'era Capello, con Scudetto alla Juventus e Finale di Coppa dei Campioni (la terza consecutiva) persa in quel di Vienna contro l'Ajax di Van Gaal (a segno Kluivert). Savicevic non gioca quella gara per un risentimento alla coscia destra. Vince comunque un'altra Supercoppa Italiana, nel 5-4 ai rigori contro la Sampdoria e una Supercoppa Europea, in doppia sfida contro l'Arsenal (che aveva vinto la Coppa delle Coppe sul Parma). Infine sfugge di nuovo la seconda Coppa Intercontinentale della sua carriera, con il ko del Milan con il Velez Sarsfield, mentre l'anno prima era stato il San Paolo a battere i rossoneri.

 

L'ultimo trionfo in rossonero è lo Scudetto del 1995-96, l'ultimo anche dell'era Capello che l'anno seguente sarebbe andato al Real Madrid. Savicevic forma con Baggio, Boban e Weah un super reparto d'attacco, mettendo a segno 6 reti in campionato su 23 presenze, un gol in Coppa Uefa e 2 in Coppa Italia. Nonostante il ritorno di Capello nell'estate del 1997, il Milan vive un'altra stagione complicata, dove comunque raggiunge la Finale di Coppa Italia (persa contro la Lazio). Savicevic segna l'ultimo gol in maglia rossonera l'8 gennaio 1998, nel Derby di andata contro l'Inter valido per i Quarti, che si chiude con lo storico punteggio di 5-0 per il Milan.

Dejan Savicevic - il Rapid Vienna e il futuro da tecnico

Torna nel Gennaio del 1999 alla Stella Rossa, dove resta per soli cinque mesi, disputando solo 3 partite, prima di trasferirsi al Rapid Vienna, per quella che è la sua ultima squadra di club prima del ritiro. In Austria segna 12 gol su 26 gare nell stagione 1999/2000, mentre chiude con 8 gol su 28 gare l'annata seguente. Inizia quindi la sua carriera da allenatore, diventando Commissario Tecnico della Jugoslavia dal 2001 al 2003 e della sola Serbia e Montenegro nel 2003. Nella sua carriera in Nazionale da calciatore ha siglato un totale di 20 gol su 52 gare, disputate dal 1988 al 1992 (con la Jugoslavia unita) e dal 1994 al 1999 (con la vecchia denominazione, ma con le sole Serbia e Montenegro). Infine Savicevic ha partecipato a due edizioni dei Mondiali senza andare a segno, nel 1990 in Italia con la vecchia Jugoslavia eliminata ai rigori dall'Argentina nei Quarti e nel 1998 in Francia eliminato agli Ottavi dall'Olanda.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Fabrizio Consalvi

Uno degli ultimi prototipi di attaccante vecchio stampo, di quelli che nel calcio di oggi risulterebbe quasi atipico, dove tutti gli elementi sul terreno di gioco devono saper partecipare alla manovra, oltre che a finalizzare. David Trezeguet non rientra infatti per nessuna ragione in questa descrizione dell'archetipo di punta moderna. Sgraziato, poco propenso a venire incontro, se non per chiedere l'uno-due, ma enormemente efficace dentro quello spazio, che si chiama area di rigore, dov'era quasi implacabile. Un senso della porta fuori dal comune, un esatta conoscenza di dove sarebbe andato a finire il pallone, un destro potente e un colpo di testa sempre preciso.

Raccontare la carriera di David Trezeguet poi, porta per forza di cose a metterlo in correlazione per lunghi tratti, con il suo partner complementare, vale a dire Alessandro Del Piero. Perchè insieme erano semplicemente perfetti e la descrizione dell'uno-due fatta qualche riga sopra, rientra in questi termini. Tutto di prima o al massimo di seconda, il francese viene incontro, assist al bacio del numero 10 e gol di David Trezeguet. Questo movimento l'abbiamo visto centinaia di volte.

David Trezeguet - da Rouen al Monaco

Cosi la carriera del numero 17 bianconero inizia in Sud America e precisamente alla Platense per essere precisi. Con il calciatore di origine argentina per via dei genitori e dove a 16 anni trova l'esordio in prima squadra. Cinque sono le presenze in tutto, prima di tornare in Francia e trasferirsi al Monaco allenato da Jean Tigana e iniziare a far coppia con Thierry Henry, anche lui all'epoca giovane prospetto del club monegasco. Cinque sono le stagioni in cui gioca in Ligue 1, tre quelle in coppia con il futuro attaccante di Arsenal e Barcellona. Insieme vinceranno un campionato francese nel 1996/1997, oltre ovviamente a Mondiale ed Europeo vinto con la Nazionale.

 

La coppia viene divisa dalla Juventus, che preleva Henry nel corso della stagione 1998/1999 con pessimi risultati e poca pazienza, mentre il secondo dopo 52 gol su 93 gare disputate e una semifinale di Champions League (1997/1998), persa proprio nel doppio confronto con i bianconeri. Trezeguet si era reso comunque protagonista nei Quarti di Finale, eliminando il Manchester United di Ferguson e per di più all'Old Trafford. Dopo lo 0-0 dell'andata dove il francese non giocò perchè infortunato, fù un suo bolide dalla distanza a piegare Schmeichel nell'1-1 che qualificò il Monaco. 24 gol su 40 presenze il suo score di quell'anno, mentre nelle due stagioni successive realizzò rispettivamente 14 gol su 34 gare disputate e nel 1999/2000 ben 24 gol su 39 gare, ma nel totale 22 realizzazioni arrivarono solo in Ligue 1, che vinse con il suo Monaco da protagonista.

Nel mezzo e prima del suo passaggio alla Juventus, avvenuto nell'estate del 2000 per 45 miliardi di lire, la vittoria ai Mondiali di casa con la Francia di Jacquet nel 1998, con un gol realizzato all'Arabia Saudita e l'Europeo del 2000, che purtroppo per noi, ha deciso con il golden-gol nella Finale di Rotterdam contro l'Italia di Zoff. Il suo rapporto con le blues, si chiuderà dopo il Mondiale del 2006, in cui restituirà il tutto con gli interessi, con il rigore calciato sulla traversa. Partecipa anche ai precedenti Mondiali del 2002 in Giappone e Corea del Sud, ma senza lasciare traccia cosi come l'intera Francia, eliminata ai gironi. Un rapporto poi arrivato ai minimi termini con il C.T. Raymond Domenech, gli priverà dell'Europeo del 2008, dove considererà chiusa la sua esperienza con la maglia della Nazionale. Il suo score conclusivo sarà di 34 gol su 71 gare.

 

David Trezeguet - la Juventus e il 5 Maggio

Nel club bianconero non arriva esattamente in punta di piedi. Nella stagione 2000/2001 parte dietro le gerarchie prestabilite, con la coppia Inzaghi - Del Piero inamovibile almeno inizialmente. Segna il suo primo gol in Serie A chiudendo un Milan - Juventus, con la rete del definitivo 2-2 da poco fuori area, in diagonale. La stagione non è delle migliori per i bianconeri, che vedranno la Roma di Capello vincere lo Scudetto e rimontare a Torino da 2-0 a 2-2 e il rapporto con Carlo Ancelotti chiudersi al termine di quell'annata. Trezeguet comunque già nella seconda parte viene schierato più spesso titolare, arrivando ad essere il capocannoniere della squadra, con 14 gol in campionato su 25 gare disputate e uno in Champions League, nel 2-1 interno con il Panathinaikos.

E' la stagione successiva a consacrarlo definitivamente. La Juventus gli da lo spazio necessario, la triade Moggi - Giraudo - Bettega cede Zinedine Zidane al Real Madrid e Filippo Inzaghi al Milan, per acquistare dal Parma Lilian Thuram e Gianluigi Buffon, mentre dalla Lazio arriva Pavel Nedved. In panchina c'è il ritorno di Marcello Lippi e per David Trezeguet è la sua miglior stagione in assoluto. Capocannoniere della Serie A al pari di Dario Hubner, con 24 gol su 34 gare disputate (le ha giocate tutte in campionato), più 8 gol su 10 presenze in Champions League (con bianconeri eliminati nella seconda fase a gironi). Insieme la coppia Trezeguet - Del Piero firmerà 40 gol in due (16 sono di Alex), per uno Scudetto vinto all'ultima giornata, in quel di Udine in un 5 Maggio rievocato giusto qualche giorno fa.

 

Nell'annata successiva è meno presente in realtà, ma quando conta sempre decisivo. Inizia il calvario tra un infortunio e l'altro, saltando praticamente metà campionato, con 17 gare disputate e 9 gol fatti, più ovviamente il secondo Scudetto consecutivo. E' in Champions League dove si rende protagonista. Sono 4 le sue realizzazioni totali nel 2002/2003, di cui 2 nella seconda fase a gironi, contro Basilea e Deportivo La Coruna e soprattutto i 2 al Real Madrid, di cui il primo al Bernabeu per il momentaneo 1-1 (match terminato poi 2-1 con gol di Roberto Carlos) e l'1-0 con cui a Torino i bianconeri ribaltarono la qualificazione (match chiuso sul 3-1). Champions persa poi in Finale con il Milan ai calci di rigore, dove Trezeguet (non proprio uno specialista), sbagliò la sua esecuzione.

Continua la sua marcia nel 2003/2004, ultima stagione con Marcello Lippi in panchina. Trezeguet firma 22 gol stagionali su 34 presenze, di cui 16 in campionato, 4 in Champions League, uno in Coppa Italia (che la Juventus perde in Finale contro la Lazio) e uno in Supercoppa Italiana, vinta dai bianconeri ai rigori sul Milan. Per Trezeguet sembra arrivato il momento dell'addio, per via di un rinnovo con adeguamento che tarda ad arrivare e che aveva condizionato anche la seconda parte della stagione precedente. Il francese non era esattamente un tipo malleabile quando c'era da trattare. Sarà Fabio Capello ad incidere, con successivo rinnovo del contratto.

 

La dirigenza bianconera completa l'opera prelevando Emerson dalla Roma e soprattutto Zlatan Ibrahimovic dall'Ajax. Trezeguet non vivrà in realtà una piena stagione 2004/2005, con problemi alla spalla che ne condizioneranno il rendimento fino all'operazione avvenuta in quel di Ottobre (dopo il match con l'Udinese per l'esattezza). I gol in totale sono comunque 9 in campionato, compreso quello decisivo e ormai famoso sul Milan, con rovesciata di Del Piero e colpo di testa del francese. In Champions regalerà un solo gol, ma fondamentale nella rimonta ancora una volta sul Real Madrid agli Ottavi di Finale (match deciso ai supplementari con il 2-1 di Zalayeta, dopo l'1-0 maturato al Bernabeu). Lo Scudetto verrà poi revocato dopo lo scandalo Calciopoli, cosi come il successivo titolo 2005/2006 (dove metterà a segno ben 23 gol in campionato su 32 partite formando con Ibra e Del Piero uno dei reparti offensivi più forti d'Europa all'epoca), verrà tolto e assegnato all'Inter, dopo la retrocessione d'ufficio della società bianconera. Sono 6 invece le realizzazioni in Champions League in quella stagione, tra cui il gol numero 100 in maglia bianconera, siglato al Bruges, che lo portano a superare due mostri sacri nella storia del club, il connazionale Michel Platini e il gallese John Charles, diventando il calciatore straniero con più gol all'attivo.

 

David Trezeguet - la Serie B, il ritorno e l'addio

Non deve essere stata un estate da ricordare quella del 2006 per il francese, dal rigore sbagliato a Berlino (per la nostra gioia) allo scendere in campo in quel di Rimini per la 1° giornata della Serie B 2006/2007. Decide infatti insieme a Buffon, Del Piero, Nedved e Camoranesi di restare, firmando 15 gol su 31 partite disputate. La Juventus torna subito in Serie A e dopo l'annata vissuta con il connazionale Didier Deschamps, sulla panchina bianconera arriva Claudio Ranieri. Cosi come avvenuto nel 2003/2004 anche la stagione 2006/2007 sembra poter essere l'ultima alla Juventus, poiché nel frattempo è entrato in rotta con la nuova dirigenza subentrata nel post-Calciopoli, una situazione manifestata anche pubblicamente. I problemi svaniranno dopo il rinnovo, l'ultimo da giocatore della Juventus.

Nella stagione 2007/2008 sarà grande protagonista, con ben 20 gol realizzati, di cui uno alla Roma all'Olimpico e uno all'Inter nell'1-2 con cui i bianconeri batteranno i nerazzurri a San Siro. Saranno in totale 20 le reti messe a segno, tutte in campionato, con secondo posto nella classifica marcatori dietro al solo Alex Del Piero, a quota 21. In due firmano 41 reti, battendo il precedente record della stagione 2001/2002. Le ultime due stagioni alla Juventus sono le seguente, quando nel 2008/2009 alle prese con diversi problemi al ginocchio, disputerà solo 15 partite totali, con una rete all'attivo, messa a segno contro il Chelsea agli Ottavi di ritorno, dove i bianconeri verranno eliminati e nel 2009/2010 dove con Ferrara prima e Zaccheroni poi come allenatori, mette a segno 10 gol su 27 presenze. In totale con la maglia bianconera ha realizzato 171 gol e 18 assist su 320 partite disputate, alla media di 0,53 a partita, vale a dire una ogni due.

Firma a parametro zero per l'Hercules, chiudendo di fatto la carriera europea nella Liga spagnola, dove mette a segno 12 gol su 31 gare, non riuscendo a salvare la sua squadra dalla retrocessione. L'ultima vera grande avventura è allora nel River Plate (per poco c'era stata l'esperienza al Baniyas), retrocesso e in Serie B nella stagione 2011/2012, con i Millionarios sigla 6 gol su 9 gare contribuendo all'immediato ritorno in Superliga, dove nel 2012/2013 firmerà 3 gol su 15 partite. Infine prima del definitivo ritiro sono prima al Newell's Old Boys, dove nel match contro il Colon supera la quota di 300 reti in carriera tra tutte le competizioni. Chiude definitivamente al Pune City, in India dove mette a segno 2 gol in 9 gare. Terminata la carriera calcistica, torna in bianconero nel 2015 da dirigente, prima come Presidente delle Juventus Legends, poi con il ruolo di Brand Ambassador del club, carica che ricopre tutt'ora.

 

 

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Fabrizio Consalvi

Un fenomeno con il fisico di un robot. Un goleador come francamente se ne sono visti pochi, per regolarità realizzativa e continuità di rendimento. Un attaccante capace di svariare, nel corso di tutta la sua carriera, da prima a seconda punta, aprendo lo spazio agli inserimenti delle mezzali. Un campione assoluto che risponde al nome di Andriy Shevchenko, nato a Dvirkivscyna, vicino Kiev dove si è trasferito con la sua famiglia all'età di 3 anni e da dove è costretto a scappare dopo il disastro nucleare di Chernobyl. Atleticamente aveva tutto, corsa, grande forza fisica, colpo di testa, capacità d'inserimento senza palla, dribbling, tiro dalla distanza. In quest'epoca di attaccanti completi, ossia capaci di saper giocare su tutto il fronte d'attacco e di scomparire quando serve (falso nove), lui è stato forse il primo vero prototipo, ed era fantastico.

Andriy Shevchenko - la Dinamo Kiev e il sergente Valerij

Attira l'attenzione giovanissimo di un talent-scout ucraino, che lo nota in una speciale prova di dribbling per l'ammissione alla scuola specialistica di Kiev. Non la supera, ma arriva la Dinamo Kiev e inizia il percorso nelle giovanili della più importante scuola calcistica ucraina e una delle maggiori dell'ex Unione Sovietica. Il suo primo campionato professionistico è datato nel 1994/95, quando da capocannoniere della seconda squadra della Dinamo con 12 reti, fa il suo esordio in campionato, nella Premier-Liga ucraina, in Shakhtar Donestk - Dinamo Kiev 1-3, mentre trova il suo primo e unico gol stagionale contro il Dnipro. Al suo debutto segna anche in Champions League, chiudendo con un gol in due partite e diventando capocannoniere della Coppa d'Ucraina con 6 reti in 8 gare, vincendo il trofeo cosi come il campionato e arrivando per la prima volta in Nazionale.

 

In attacco alla Dinamo di Lobanovski, fa coppia con Rebrov dominando di fatto il campionato ucraino per cinque stagioni consecutive. L'annata 1995/96 è caratterizzata da 16 gol in 31 gare di campionato (secondo in classifica marcatori, vinta da Rebrov), con Dinamo che si aggiudicherà anche la Coppa Nazionale. 2 invece saranno i gol in Champions di Sheva, entrambi messi a segno contro l'Allborg, compagine danese nelle qualificazioni. La stagione 1996/97 viene vissuta a metà a causa di un infortunio e le sue reti sono 6 in 20 partite totali, senza poter disputare la Champions League, ma sarà l'anno successivo quello che della definitiva esplosione. Vince un altro campionato e un'altra Coppa Nazionale, con 19 gol in 23 partite disputate in patria, ma è la Champions e il percorso nel Girone C a farlo diventare già grande. Match d'esordio ad Eindhoven con il Psv e vittoria, 1-3 con gol di Sheva. Si ripete nel 2-2 casalingo con il Newcastle di Shearer e va ancora a segno nel 3-0 al Barcellona. Non basta, perchè al Camp Nou il 5 Novembre 1997 regala una prestazione letteralmente sontuosa realizzando una tripletta nello 0-4 con cui la Dinamo abbatte i blaugrana. Chiude il tutto con la rete al Psv Eindhoven in casa, che vale i Quarti di Finale, da cui sarà eliminato dalla Juventus di Del Piero, Zidane e Inzaghi.

Discorso a parte merita il metodo d'allenamento del Sergente Valerij Lobanovski, che sarà approfondito in un apposito capitolo, dedicato all'ex Commissario Tecnico dell'Unione Sovietica ai Mondiali del 1986 in Messico e allo storico allenatore della Dinamo. Tornando a Shevchenko (uno dei pochi a reggere in pieno i metodi d'insegnamento del tecnico e la cosa sarà anche divertente i primi giorni a Milano), nel 1997 viene eletto miglior giocatore del campionato e miglior calciatore ucraino dell'anno. Nella stagione 1998/99, l'ultima a Kiev, segna 33 gol stagionali in totale, vincendo nuovamente il double (campionato e Coppa Nazionale) e per la prima volta la classifica marcatori del campionato ucraino con 18 gol.

 

Nella stessa stagione con raggiunge la Semifinale della Champions League, dove la Dinamo viene eliminata dal Bayern Monaco, che perderà la Finale al Camp Nou contro il Manchester United di Alex Ferguson. Sheva diventa, insieme a Dwight Yorke, capocannoniere della massima manifestazione continentale con 8 gol segnati, 10 considerando anche i turni preliminari (di cui tre in due partite inflitti al Real Madrid nei Quarti di Finale) e viene eletto miglior attaccante della competizione. Alla fine dell'anno si piazza al terzo posto nell'edizione 1999 del Pallone d'Oro. Chiude la sua esperienza in patria, vincendo 5 campionati e 3 Coppe d'Ucraina.

Andriy Shevchenko - l'arrivo al Milan

L'attaccante viene acquistato dal Milan per 23,91 milioni di Euro (47 miliardi dell'epoca) e l'annuncio viene dato prima dalla Dinamo Kiev e poi dalla società rossonera intorno al Maggio del 1999, per permettere un ambientamento in Italia migliore. Galliani e Braida ci avevano visto giusto, perchè Shevchenko va in gol nel suo secondo match ufficiale in rossonero, prima di campionato 1999/2000, Lecce - Milan 2-2, mentre l'esordio era arrivato nel ko di Supercoppa contro il Parma con risultato di 1-2 per gli emiliani. I rossoneri reduci dallo Scudetto 98/99 con Zaccheroni in panchina e la rimonta sulla Lazio di Eriksson, non vivranno una stagione esaltante, ma Andriy Shevchenko segna la bellezza di 23 gol in campionato, diventando capocannoniere nell'anno d'esordio, il secondo straniero a riuscirci dopo Platini. Due le triplette da ricordare, quella alla Lazio e al Perugia, mentre si classifica sempre al 3° posto nella graduatoria del Pallone d'Oro vinto dal portoghese Luis Figo.

La stagione successiva, iniziata con Zaccheroni e conclusa con Mauro Tassotti in panchina è anche migliore dal punto di vista realizzativo, con 24 gol in campionato e 34 in totale, contando anche Champions League e Coppa Italia. Sono 9 i gol messi a segno nella massima rassegna continentale, dalle due doppiette decisive nelle qualificazioni contro la Dinamo Zagabria, alla doppietta al Besiktas all'esordio nel Girone H. Segnerà ancora al Besiktas cosi come al Galatasaray nel Girone 2 e al Deportivo La Coruna, con Milan che venne eliminato dalla competizione.

La svolta per i rossoneri arriva a metà della stagione 2001/2002 con l'esonero di Fatih Terim e il ritorno, ma da allenatore di Carlo Ancelotti. I gol di Sheva sono 17 in 38 gare totali, contando anche i 3 in Coppa Uefa in una delle rare partecipazioni del Milan dell'epoca nella seconda manifestazione continentale, chiusa in Semifinale, dove i rossoneri vengono eliminati dal Borussia Dortmund. Milan che termina il campionato al 4° posto, fondamentale per l'accesso in Champions e per quello che sappiamo, che accadrà la stagione successiva.

 

Andriy Shevchenko - un rigore da Champions League

Sarà infatti il 2002/2003 a consacrarlo definitivamente, raggiungendo l'ambita Coppa dalle grandi orecchie, che in rossonero mancava dal 1995 (Finale con il Barcellona di Crujiff). Shevchenko in realtà non vive una stagione esaltante dal punto di vista realizzativo, a causa di un infortunio al menisco esterno del ginocchio sinistro, che lo lascia diversi mesi fuori dai campi di gioco. Segnerà un totale di 5 gol in 24 gare di campionato, chiuso al 3° posto, ma è in Champions League che da letteralmente il meglio di se. Gol al Lens in trasferta nel Girone G, gol decisivo contro il Real Madrid a San Siro (1-0) nel Girone 3. Va a segno nei Quarti di Finale con l'Ajax nel match di ritorno terminato 3-2 e deciso da Inzaghi e soprattutto, trova il gol qualificazione nel ritorno del derby di Semifinale contro l'Inter (0-0 l'andata, 1-1 il ritorno con gol nerazzurro di Martins). Nella Finale di Manchester contro la Juventus, è lui a decidere la lotteria dei rigori, battendo Buffon e alzando insieme ai suoi compagni la Champions League. Infine tre giorni dopo conquisterà anche la Coppa Italia con i rossoneri.

 

Il momento d'oro prosegue anche all'inizio della stagione successiva, siglando il gol decisivo nella Supercoppa Europea disputata a Montecarlo, 1-0 sul Porto di Mourinho, suo futuro allenatore, mentre è in campionato che da il meglio di se con 24 gol su 32 partite giocate, titolo di capocannoniere e Scudetto, con rete nel match decisivo a San Siro contro la Roma di Capello. Ancelotti trova infatti la formula perfetta, con Kaka alle spalle del duo Sheva - Inzaghi oppure il famoso albero di Natale, dove l'attaccante ucraino è il perfetto terminale offensivo, in grado di aprire gli spazi per gli inserimenti di Seedorf e Kaka, senza contare la maestria di Pirlo. Sono 4 invece le realizzazioni in Champions League, con doppietta allo Sparta Praga nella gara di ritorno degli Ottavi e gol nell'andata dei Quarti con il Deportivo, 4-1 che verrà ribaltato dagli spagnoli nel ritorno.

 

La stagione 2004/2005 si apre come meglio non si poteva, con la tripletta decisiva nella Supercoppa Italiana contro la Lazio, disputata a San Siro e il Pallone d'Oro conquistato nel dicembre del 2004, primo calciatore ucraino a riuscire nell'impresa. In Serie A si ferma si fa per dire, a quota 17 reti su 29 gare disputate, con l'ausilio di 6 assist, mentre ancora in Champions da il meglio di se, con 6 gol su 10 gare, andando a segno consecutivamente con Celtic Glasgow (3-1 a San Siro) e la doppia sfida al Barcellona (1-0 e gol decisivo in casa e ko 2-1 al Camp Nou). Sarà decisivo anche ai Quarti di Finale di nuovo contro l'Inter (2-0 e 0-3), cosi come nel 2-0 interno al Psv Eindhoven. La Finale è contro il Liverpool, dove Sheva firma un assist per il 2-0 momentaneo di Crespo, ma i reds rimontano dallo 0-3 e ai rigori, l'ucraino si fa parare l'ultimo tentativo da Jerzy Dudek.

Si arriva cosi al 2005/2006, l'ultima in rossonero prima dell'approdo al Chelsea. Sigla ben 19 gol in 28 partite in campionato, mentre di nuovo in Champions chiude da capocannoniere della competizione, con 9 realizzazioni su 12 partite, con quaterna al Fenerbache, un record che condivide con Van Basten, Prso, Simone Inzaghi, Van Nistelrooij, Messi, Gomis, Mario Gomez, Lewandowski, Ibrahimovic, Luiz Adriano, Cristiano Ronaldo e Ilicic. Milan che viene eliminato dalla competizione dal Barcellona (futuro Campione d'Europa nella Finale di Parigi contro l'Arsenal).

 

Il 7 Maggio 2006 lascia il campo per via di un infortunio nel match interno contro il Parma, mentre il susseguirsi di voci sul suo addio e conseguente arrivo al Chelsea viene spento dallo stesso attaccante, dopo un incontro con il Presidente Silvio Berlusconi: "È inutile nascondere le cose. Quando sono andato dal Presidente abbiamo parlato di tante cose, tra cui la possibilità di cambiare squadra. Per ora ne stiamo solo discutendo, non c'è nulla di deciso. Ma voglio chiarire che una mia eventuale partenza non sarebbe da mettere in relazione al mio rapporto con il Milan che resta affettuoso o ai legami con allenatore e compagni. Sarebbe una decisione presa esclusivamente per la mia famiglia. Voglio dire ai miei tifosi che sono e saranno sempre importanti per me. Dopo sette anni al Milan, devo valutare bene le cose". Dichiarazioni alle quali successivamente faranno seguito quelle che sanciscono l'addio definitivo: "Lascio per motivi familiari, ringrazio la società per tutto quello che mi ha dato e anche perché mi ha ascoltato e ha valutato la mia volontà di trasferimento. Non c'è un problema di rapporti e men che meno un problema economico".

Andriy Shevchenko - il Chelsea e il declino

Viene annunciato dalla società blues, con un comunicato il 31 Maggio del 2006. Shevchenko si unisce alla nuova squadra dopo i Mondiali in Germania, dove guida per la prima volta in assoluto l'Ucraina alla rassegna iridata. Segna due gol contro Arabia Saudita e Turchia, all'interno del Girone H, dove l'Ucraina si qualifica insieme alla Spagna. Viene infine eliminato dall'Italia di Lippi ai Quarti di Finale. Al Chelsea sceglie la sua maglia numero 7 e l'avventura inglese, inizia come meglio non si poteva in termini realizzativi. Gol del momentaneo pari (con bacio alla maglia da cui ne scaturirono polemiche tra i tifosi rossoneri) in Community Shield contro il Liverpool, nel match poi perso per 2-1. Al Chelsea però l'aria non è la stessa di Milano, l'ambientamento a Londra è complicato e il gruppo dei blues di Mourinho era già definito, con Drogba prima punta. Le apparizioni sono 30 in Premier League, con soli 4 gol all'attivo e 7 assist, mentre 3 sono i gol in FA Cup, cosi come in Coppa di Lega. E' sempre in Champions dove Sheva trova l'ispirazione migliore, andando a segno in 3 occasioni, con Levski Sofia nell'ultima gara del Girone A, nell'1-1 di Oporto ed è decisivo ai Quarti di Finale al Mestalla contro il Valencia. Chelsea che verrà eliminato in Semifinale dal Liverpool di Benitez (poi battuto in Finale proprio dal suo ex Milan).

 

La stagione successiva 2007/2008 è ancora peggiore, sia in termini di match disputati che di gol fatti, tanto da venir definito come il peggior affare degli ultimi dieci anni in Premier League dal Sun, tabloid inglese. Sono 5 i gol realizzati in campionato, uno solo in Champions League, contro il Rosenborg con Mourinho ancora in panchina (verrà esonerato dopo il match di ritorno con i norvegesi). Il Chelsea viene allenato per il resto della stagione da Avraham Grant e nella massima competizione europea, Sheva trova spazio solo per un minuto nella Semifinale di ritorno contro il Liverpool. Neppure schierato in Finale a Mosca contro lo United, che vincerà ai rigori.

Torna quindi al Milan, in prestito con diritto di riscatto, ma sarà una stagione totalmente incolore. Indossa 76 in luogo della numero 7, ora sulle spalle di Alexandre Pato e non va mai a segno in campionato, su 18 presenze totali, firmando soli 2 gol, uno in Coppa Uefa contro lo Zurigo e uno in Coppa Italia contro la Lazio. Chiude quindi definitivamente la sua esperienza al Milan con 127 gol fatti su 226 presenze in Serie A, contando anche Champions League, Coppa Uefa, Coppa Italia e supercoppe, sono 175 i gol realizzati in rossonero, secondo marcatore di tutti i tempi, dietro solo a Gunnar Nordhal con 221 reti.

 

Al Chelsea invece i numeri sono di 22 gol su 77 partite. Torna quindi alla Dinamo Kiev, firmando un contratto biennale e torna ad indossare la numero 7. Il campionato ucraino ora è dominato dallo Shakhtar Donetsk e la sua Dinamo chiude al secondo posto, Sheva gioca anche più dietro rispetto al passato e realizza 8 gol su 30 gare totali, con rete in Champions all'Inter futura Campione d'Europa nell'1-2 di Kiev. Nelle ultime due stagioni prima del ritiro le sue medie si alzano, con 16 gol su 32 gare nel 2010/2011 e 6 gol su 22 nel 2011/2012. Ufficialmente chiude la sua carriera all'Europeo del 2012 disputato in casa, dove va a segno con una doppietta nel match d'esordio dell'Ucraina contro la Svezia, vinto per 2-1. Ora è il Commissario Tecnico della sua Nazionale, incarico offerto già nel 2012 dal Presidente della Federazione Anatoliy Konkov, ma rifiutato da Sheva, perchè troppo prematuro a poco dal ritiro. Entra quindi a far parte dello staff di Mykhaylo Fomenko nel 2016 e sostituisce l'ex allenatore dell'Ucraina subito dopo gli Europei del 2016. Porta con se nel suo staff Mauro Tassotti.

 

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Fabrizio Consalvi

Un impresa straordinaria e per certi versi irripetibile, inserita in un'annata quella del 2004 che già di per se si presentava come unica. Perchè la vittoria della Grecia agli Europei disputati in Portogallo è un caso ancora più eclatante di favola sportiva, meglio ancora della Danimarca del 1992, che di talenti e colonne portanti ne aveva, da Schmeichel in porta ai due Laudrup, mentre la formula della competizione, con sole 8 squadre partecipanti inserite in 2 gironi, favoriva in un certo senso un possibile exploit. Ma nel 2004 le finaliste erano già 16 e nel giorno dell'inaugurazione la vittoria della Grecia difensivista di Otto Rehhagel (uno che in Germania ha vinto due Bundesliga e una Coppa delle Coppe con il Werder Brema, salvo ripetersi e farlo in grande stile con il Kaiserslautern di un giovane Miro Klose, trascinato prima alla promozione in Bundesliga e poi al trionfo) probabilmente non era neanche nei migliori pronostici. Eppure già la Champions League con il successo del Porto di Mourinho avrebbe dovuto fare da insegnamento.

La Grecia di Otto Rehhagel: la squadra

"Il discorso sulla Grecia che giocava male non mi ha mai disturbato. Dove c'è scritto come si deve giocare a calcio? Io ho allenato la mia squadra in base alle caratteristiche dei calciatori che c'erano. Se avessi avuto Xavi, Iniesta e Messi, il nostro stile sarebbe stato sicuramente più offensivo. La verità è che abbiamo lavorato in modo intelligente sul campo, mentre gli altri ci hanno sottovalutato". Queste sono le parole che il tecnico tedesco ha rilasciato nel corso di un intervista datata 2015 e niente è di più vero. Un 4-5-1 molto stretto, con Nikopolidis in porta e una linea di difesa a quattro composta da Seitaridis, Kapsis, l'ex giallorosso Troianos Dellas e Fyssas, centrocampo a cinque con Katsouranis play-maker, Zagorakis e Basinas come mezzali, Charisteas (il giocatore più rappresentativo) e Giannakopoulos sui lati e Zisis Vryzas (un passato da attaccante con Perugia, Fiorentina e Torino) come unico alfiere.

                                                                                                                     Grecia Europei 2004, LineUp

 

Grecia Campione: il cammino

L'inizio fù talmente esaltante da non far capire che quella sarebbe stata anche la fine. Gara d'inaugurazione all'Estadio do Dragao di Oporto contro i padroni di casa del Portogallo, non certo con la formazione che conosciamo oggi, ma in un epoca in cui potevano schierare contemporaneamente Figo, Rui Costa, Deco, Pauleta e un certo Cristiano Ronaldo, che andò anche a segno per l'1-2 finale, perchè al 7' la Grecia si portò in vantaggio con l'ex Inter Karagounis e raddoppiò su rigore con Basinas ad inizio ripresa. Portogallo che vinse le successive due partite del Gruppo A con Spagna (la favorita del raggruppamento) e Russia, mentre Grecia che ottenne il punto poi diventato decisivo con le Furie Rosse (1-1 con gol di Morientes e rete di Charisteas). Ellenici a quota 4 cosi come la Spagna, ma con una differenza reti migliore, perchè il ko degli iberici nel derby con il Portogallo costò caro e il gol di Vryzas nella sconfitta con la Russia già eliminata valse la prima storica qualificazione ai Quarti di Finale.

 

Già solo l'andamento del Girone A sarebbe bastato per capire l'andamento di un Europeo straordinario, cosi come francamente irripetibile, ma le Furie Rosse dell'epoca non erano ancora la Nazionale che avrebbe dominato l'Europa e il Mondo dal 2008 al 2012 (un Mondiale e due Europei consecutivi) e anzi, vivevano ancora con la sindrome di bella incompiuta che ha caratterizzato la Nazionale spagnola fino alla vittoria in Austria-Svizzera. Il Girone B non tradì le attese con Francia e Inghilterra comodamente ai Quarti di Finale e come non ricordare la doppietta di Zidane (punizione e rigore) alla Nazionale dei Tre Leoni nel 2-1 conclusivo, ma è nel Girone C cosi come nel Girone D che iniziarono ad arrivare le sorprese più grandi, fuori Italia e Germania in un colpo solo, con gli azzurri di Trapattoni condannati da Ibrahimovic e dal successivo ormai famoso "biscotto" tra Svezia e Danimarca e i teutonici eliminati da Olanda e Repubblica Ceca senza neanche vincere una partita (cosa più unica che rara per una Nazionale abituata ad arrivare sempre fondo).

Grecia Campione: l'apoteosi

Ed è qui che inizia la vera strada verso la gloria degli ellenici, che al turno successivo incrociano la Francia Campione d'Europa uscente, allenata da quel tecnico cosi amato che risponde al nome di Raymond Domenech e allo Stadio Josè Alvalade di Lisbona, arriva la prima grande impresa degli Europei, con lo 0-1 finale e il gol di Charisteas al 20' del secondo tempo, ancora decisivo e Grecia in Semifinale. Non basta, perchè se Portogallo e Olanda regolano Inghilterra e Svezia ai rigori, la Repubblica Ceca di Milan Baros, Ian Koller e un certo Pavel Nedved continua la sua marcia senza sosta, regolando la Danimarca senza problemi.

Ed è qui che arriva la seconda impresa in pochi giorni. Di fronte ci sono la compagine ellenica di Otto Rehhagel e proprio la Repubblica Ceca, che dopo la Finale del 1996 vogliono stavolta andare fino in fondo e si presentano all'Estadio do Dragao di Oporto con un cammino perfetto, 4 vittorie su 4 dopo aver regolato Olanda, Germania, Lettonia e Danimarca. La gara è assai lunga e bloccata e passa alla storia, per il silver-gol di Troianos Dellas su azione d'angolo al 15' del primo tempo supplementare. Risultato? Repubblica Ceca eliminata, Grecia straordinariamente in Finale, ma di straordinario c'è anche l'avversario, proprio quel Portogallo incontrato nel match d'inaugurazione e di nuovo di fronte, da padrone di casa dopo il 2-1 firmato Ronaldo e Maniche sull'Olanda, ancora eterna incompiuta.

 

Mai infatti prima di allora e cosa mai accaduta anche dopo, la Finale di un edizione di una grande manifestazione per Nazionali, Europei e Mondiali si è chiusa con la stessa gara che è stata d'inaugurazione. Portogallo - Grecia diede inizio e chiuse l'Europeo del 2004 e la cosa è ancor più straordinaria, se consideriamo che il risultato in fondo, è stato esattamente lo stesso. 1-2 al Do Dragao per aprire quell'edizione, 0-1 al Da Luz di Lisbona (casa del Benfica) e Grecia Campione d'Europa, il tutto dopo un primo tempo senza grandi occasioni da rete, con ancora Charisteas a firmare lo storico gol decisivo, quando al 12' del secondo tempo su angolo di Basinas è saltato più in alto di tutti e ha battuto di testa il portiere Ricardo. Il Portogallo ha provato in tutti i modi a realizzare il gol del pari, ma la retroguardia avversaria si è dimostrata insuperabile fino al fischio finale, lusitani che per dimenticare quella delusione hanno dovuto attendere altri 12 anni e precisamente gli Europei del 2016 in Francia. Per la Grecia si è trattato del primo, storico e irripetibile successo nella competizione.

 

 

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Fabrizio Consalvi

Page 5 of 6
Ad Sidebar