Fabrizio Consalvi

Fabrizio Consalvi

Caporedattore - Giornalista Pubblicista dal 2015

Dopo l'eliminazione dalla Coppa Italia subita dal Napoli, serve la reazione. L’Inter di Antonio Conte si trova ad un bivio importante del suo campionato. La gara con la Samp è decisiva per proseguire nella corsa scudetto. Di fronte una squadra, la Sampdoria, che ha palesato evidenti limiti in questo campionato, ma che ha sempre quei due giocatori come Quagliarella e Gabbiadini, che possono sempre tirare fuori dal cilindro il colpo a sorpresa, ed in più c’è Ranieri, che qualche asso nella manica lo tiene sempre per queste occasioni.

Ma Inter – Samp non è solo la sfida di oggi, è soprattutto una sfida che fa tornare al passato, dall’Inter dei record allo scudetto doriano, dai colpi di Mancini che fanno innamorare Moratti fino alle manette di Mourinho.

E’ il 6 Novembre del 1988 quando Nicola Berti decide il match con un gol in apertura, dopo una cavalcata di Matthaus che Pagliuca fatica a trattenere. E’ ancora un calcio romantico, quello delle interviste prepartita di Zenga e Vialli che si promettono inviti a cena, dell’Inter del Trap che non sa ancora di poter diventare l’Inter dei record, di una Sampdoria che fa le prove generali per una gara che, due anni più tardi, regalerà di fatto lo scudetto ai doriani.

 

Inter - Sampdoria 1-0

Inter: Zenga, Bergomi, Brehme, Matteoli (74’ G. Baresi), R. Ferri, Mandorlini, Bianchi, Berti, Diaz (80’ Morello), Matthaus, Serena. A disposizione: Malgioglio, Galvani, Verdelli. Allenatore: Trapattoni

Sampdoria: Pagliuca, Mannini, A. Carboni (62’ S. Pellegrini), Pari, Vierchowod, Salsano, Victor, C. Bonomi (71’ Pradella), Vialli, Dossena, R. Mancini. A disposizione: Bistazzoni, Affuso. Allenatore: Pezzotti

Rete: 1’ Berti

 Arbitro: Baldas di Trieste

 

L’anno successivo è ancora l’Inter ad avere la meglio, è la stagione prima dei Mondiali del ’90 e Matthaus vuol far vedere di che pasta è fatto regolando i blucerchiati per due a zero con una doppietta. La Samp deve fare a meno di Vialli, infortunato, e cede il passo dicendo in pratica addio ai sogni scudetto.

 

Inter - Sampdoria 2-0

Inter: Zenga, G. Baresi, Brehme, Matteoli (78’ Cucchi), Bergomi, Verdelli, Bianchi (73’ S. Rossini), Berti, Klinsmann, Matthaus, Serena. A disposizione: Malgioglio, Di Già, Morello. Allenatore: Trapattoni

Sampdoria: Pagliuca, Mannini, A. Carboni, Pari, Vierchowod, Lanna, Invernizzi (68’ Salsano), Katanec (89’ Victor), A. Lombardo, R. Mancini, Dossena. A disposizione: Nuciari, Breda. Allenatore: Pezzotti; Direttore Tecnico: Boskov

Reti: 31’ e 41’ Matthaus

Arbitro: D’ Elia di Salerno

 

La gara della svolta, in casa Samp, arriva l’anno seguente. E’ il 5 Maggio del 1991, i doriani arrivano da primi della classe, l’Inter prova il tutto per tutto e va anche in gol con Klinsmann ma l’arbitro annulla per fuorigioco, la gara è nervosa, Bergomi e Mancini sono espulsi, Pagliuca mette in campo la prestazione perfetta, poi ci pensano Dossena e Vialli, nella ripresa, a siglare le reti decisive dopo che l’Inter, con Matthaus, sbaglia un rigore con la parata di super Pagliuca.

 

 

Inter - Sampdoria 0-2

Inter: Zenga, Bergomi, Brehme, Stringara (68’ Pizzi), R. Ferri, A. Paganin, Bianchi, Berti, Klinsmann, Matthaus, Serena. A disposizione: Malgioglio, Mandorlini, G. Baresi, Iorio. Allenatore: Trapattoni

Sampdoria: Pagliuca, Mannini, Invernizzi, Pari, Vierchowod, L. Pellegrini, Lombardo, Cerezo, Vialli (90’ Lanna), R. Mancini, Dossena (87’ Bonetti). A disposizione: Nuciari, Mikhaijlichenko, Branca. Allenatore: Pezzotti; Direttore Tecnico: Boskov

Reti: 60’ Dossena, 76’ Vialli

Arbitro: D'Elia di Salerno

 

Nel 1996, a Dicembre, un altro colpo della Samp a Milano. E’ la formazione di Montella e Mancini quella che passa con uno spettacolare 4-3. In panchina nei nerazzurri c’è Sir Roy Hodgson, Branca mette a segno una doppietta ma non basta, perché dalla parte opposta Mihajlovic disegna traiettorie incredibili su calcio piazzato, Montella capitalizza, Ince e Djorkaeff mettono grinta e classe, ma nella ripresa in sette minuti la Samp ribalta tutto con Roberto Mancini a siglare il 4-3 con Sven Goran Eriksson in panchina, prima dell’approdo di entrambi alla Lazio nell’estate successiva.

 

 

Inter - Sampdoria 3-4

Inter: Pagliuca, Angloma, Festa, Fresi, Bergomi, Sforza (69’ Winter), Ince, Berti, Djorkaeff, Ganz (76’ Pistone), Branca. Allenatore: Ardemagni - Hodgson

Sampdoria: Ferron, Sacchetti, Mannini, Mihajlovic, Pesaresi, Karembeu (75’ Carpatelli), Franceschetti, Veron, Invernizzi (49’ Salsano), Montella (90’ Evani), R. Mancini. Allenatore: Spinosi - Eriksson

Reti: 7’ Montella, 11’ Branca, 42’ Berti, 46’ Branca, 57’ Montella, 85’ Franceschetti, 90’ R. Mancini Arbitro: Trentalange di Torino

 

L’ultimo Inter – Samp che vogliamo citare è quello del 2009-10. Non vince nessuno, ma la partita passa comunque alla storia. L’Inter capolista di Mourinho riceve la Samp di Del Neri, al 31’ viene espulso Samuel per doppia ammonizione, passano sette minuti ed arriva un’altra espulsione, di Cordoba, sempre per un doppio giallo. Mourinho va su tutte le furie e mima il celebre gesto delle manette. La sua Inter soffre, lui lascia in campo tutti gli attaccanti ed alla fine porta a casa un pareggio che si rivelerà fondamentale per l’economia di quel campionato, vinto a Siena all’ultima giornata.

  

 

Inter - Sampdoria 0 - 0

Inter: Julio Cesar, Maicon, Cordoba, Samuel, J. Zanetti, Stankovic, Cambiasso, Muntari (35' pt Lucio), Sneijder (36' st Thiago Motta), Milito (26' st Pandev), Eto'o A disposizione: Toldo, Quaresma, Krhin, Mariga Allenatore: José Mourinho

Sampdoria: Storari, Zauri, Gastaldello, Lucchini, Ziegler, Semioli (39' st Padalino), Palombo, Poli (34' st Tissone), Guberti (11' st Mannini), Pazzini, Pozzi A disposizione: Guardalben, Accardi, Rossi, Scepovic Allenatore: Luigi Del Neri Arbitro: Paolo Tagliavento (sezione arbitrale di Terni) Ammoniti: 23' pt Pozzi, 28' pt Samuel, 33' e 38' pt Cordoba, 35' pt Pazzini, 10' st Eto'o, 18' st Lucchini. Espulsi: 31' pt Samuel, 38' pt Cordoba, 29' st Pazzini. Recupero: pt 2', st 4'. Spettatori: 53.806

 

Domenica, chiaramente, sarà un’altra partita, altri protagonisti, ma questo Inter – Samp, in fondo, non è mai una partita come le altre.

Alessandro Grandoni

Con i due recuperi è ripartita anche la Premier League, vale a dire Aston Villa - Sheffield United terminata a reti inviolate e il successo pieno del Manchester City di Pep Guardiola sull'Arsenal del suo ex vice Mikel Arteta. E' ovviamente su quest'ultima gara che intendiamo soffermarci, per capire com'è stato in ritorno in campo sia dei citizens, in preparazione dell'appuntamento adesso fondamentale della stagione, ossia la Champions League e per comprendere il processo del nuovo Arsenal del tecnico spagnolo.

Se i padroni di casa sono scesi in campo con quasi la miglior formazione possibile, segno di come Guardiola ovviamente userà queste nove gare, dieci con quella di ieri sera per preparare al meglio il ritorno della vecchia Coppa dei Campioni, di tutt'altro avviso è stato invece l'Arsenal. Presentatosi all'Ethiad Stadium con un 4-4-2 finto, dove Nketiah era il compagno di reparto di Aubameyang, in luogo sia di Pèpè che soprattutto di Lacazette, rimasto in panchina almeno per la prima parte di gara. Arsenal che pian piano sta inserendo i suoi giovani, con la sicurezza di Guendouzi, uno dei migliori nel match nonostante la pesante sconfitta. I gunners hanno pagato certamente gli infortuni in corso sia di Xhaka, che di Mari, dove soprattutto quest'ultimo ha lasciato il posto ad un David Luiz apparso onestamente fuori contesto. Suo l'errore sul gol di Sterling che ha aperto il match, suo il fallo con conseguente espulsione, che l'ha chiuso con la rete di De Bruyne dal dischetto ad inizio di ripresa. Gara poi conclusa definitivamente dalla rete di Foden, elemento da seguire con attenzione.

Detto dell'Arsenal, buona impressione ha fatto invece nonostante le mancanze dell'avversario, la condizione generale del Manchester City. Che ha giocato su buoni ritmi, contando come la gara di ieri sia stata la prima in assoluto dopo la sospensione e guardando anche a quanto accade in altri contesti, vedi i ritmi in Coppa Italia e in Bundesliga. Per essere in Inghilterra, soprattutto la parte centrale della prima frazione ha fatto vedere un City piuttosto avanti, sia nel giro palla, che negli inserimenti, con David Silva, Sterling in più occasioni, Mahrez e Gabriel Jesus vicini al gol e risultato che si è sbloccato "solo" al 48' del primo tempo, per merito di un grande Leno, estremo difensore dell'Arsenal.

Per il City in conclusione, questo sarà un mese di preparazione completa, per quella che ad oggi potrebbe essere anche l'ultima occasione in Champions da qui a uno o due anni, a seconda di come andrà a finire il ricorso al TAS di Losanna, sulla vicenda Fair-Play Finanziario. L'obiettivo dei citizens di Guardiola, sarà dal ritorno degli Ottavi di Finale (in casa contro il Real Madrid sconfitto per 1-2 al Bernabeu all'andata) e in caso di qualificazione, il rush-finale tutto a Lisbona.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Fabrizio Consalvi

Si è decisa ai calci di rigore ma è molto più in profondità, che va letta la Finale di ieri sera di Coppa Italia, disputata allo Stadio Olimpico di Roma. Il Napoli di Gennaro Gattuso (al primo trionfo da allenatore) ha conquistato la sesta "coccarda" della sua storia, battendo ai penalty per 4-2 i bianconeri dopo lo 0-0 dei tempi regolamentari. Ma aldilà degli errori dal dischetto di Dybala e Danilo e delle perfette esecuzioni dei partenopei, da Insigne a Politano, da Maksimovic a Milik quello che si è visto è un gruppo compatto, che fin dalla semifinale casalinga contro l'Inter, ha dato la netta sensazione di volere questo trionfo e di andarselo a prendere, per voglia, abnegazione e fame. Detto delle qualità morali del gruppo azzurro di Gattuso, veniamo ai meriti tecnici andando a snocciolare la partita di ieri sera, anche al netto delle difficoltà della Juventus di Maurizio Sarri, sia momentanee, che di struttura.

Partendo proprio dai bianconeri, è stato facile notare ovviamente che la prima mezzora di gioco è stata la migliore. Cosi come contro il Milan, il maggior dinamismo iniziale della Juventus, ha portato a diverse situazioni di gioco positive e anche a qualche conclusione, di cui una veramente pericolosa. Con entrambe le compagini schierate con un 4-3-3 (ma ben diversa è stata l'interpretazione), la Juventus è partita pressando a tre-quarti (più in basso rispetto alla gara con i rossoneri, che non hanno strutturalmente un reparto arretrato come quello partenopeo, ne la capacità di abbassarsi completamente dietro la linea del pallone). Gli errori di Demme e di Meret in fase d'impostazione, sono stati si qualitativi nei primi minuti, ma anche indotti dalla posizione sia dei tre davanti (con Ronaldo tornato a sinistra e Matuidi - Alex Sandro a supporto, con Dybala centrale e Douglas a destra). L'occasione di Ronaldo su assist di Dybala si riferisce proprio a questo.

L'intelligenza di Gattuso ha bloccato successivamente questo sviluppo, abbassando il raggio d'azione di Fabian Ruiz (era lo spagnolo da quel punto in poi a prendere la sfera dal basso), con elastico tra le linee bianconere coadiuvato da Zielinski e sui lati da Callejon e Insigne. Detto del tiro da fuori di Bentancur (che è stata l'altra occasione bianconera di costruzione), mentre la ripartenza Dybala - Ronaldo, con perfetta uscita di Meret viene da tutt'altra situazione di gioco. Con Fabian Ruiz a dare aiuto a Demme, gli azzurri che rientravano compatti, lasciando le sole corsie esterne ai bianconeri, che al cross sono arrivati ben poco e che in realtà a poco sarebbe servito, mancando del tutto un uomo d'area. Ben più che con il Milan, sono emerse le difficoltà strutturali della squadra allenata da Maurizio Sarri. L'assenza di Higuain pesa in questo senso, perchè il vuoto in area con una squadra come quella partenopea che quando difende bassa non lascia spazi centrali si acuisce ancor di più.

Sono mancati gli inserimenti in tal senso, che potessero aprire la retroguardia azzurra. Il problema strutturale di cui parliamo nel titolo è riferito a questo, con un possesso palla lento (legato al discorso del rendimento di Pjanic), considerando come delle mezzali solo due sono veramente a disposizione (Ramsey fisicamente non da sempre affidamento, Rabiot è ancora tenero per usare un eufemismo, mentre Khedira, che è l'unico ad avere e dettare i tempi della squadra, è più spesso in infermeria ormai che in campo). Al netto del ko ai rigori, se la fase di pressing può adesso durare solo mezzora, diventa complicato pensare ad un prossimo futuro roseo. Considerando infine come i ritmi ovviamente per tutti saranno molto bassi (ieri sera nell'ultima parte del match, sembrava una gara d'inizio stagione, di quelle che di solito si giocano ad Agosto). Importante e su questo entra in ballo la società, sarà al termine di questa lunga e insolita annata, fare un rinnovamento del reparto mediano.

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Dai problemi dei bianconeri, veniamo ovviamente ai meriti del Napoli di Gennaro Gattuso, che sin dall'arrivo ha saputo andare oltre al lavoro svolto da Carlo Ancelotti nel suo anno e mezzo partenopeo. Ripartendo dal 4-3-3 sarriano, ha impostato un centrocampo che aspetta molto più basso che in precedenza, intuendo come dare equilibrio alla fase difensiva (non a caso sia con l'Inter che con la Juventus, il duo Maksimovic - Koulibaly sia stato praticamente perfetto e non sarà semplice per Manolas adesso riprendere il posto), usando un pressing molto più ragionato, nel senso di rispettare i tempi della partità, tanto le qualità nel palleggio di Insigne, Mertens e compagni non cambiano. Aldilà dell'aspetto emotivo, Gattuso è un maestro nel far gruppo, ricompattando in poco tempo tutto l'ambiente azzurro, per fissare un obiettivo primario (la Coppa Italia appunto). Stupendo in tal senso il discorso dopo la vittoria finale di ieri sera tenuto al centro del campo, dove ha immediatamente alzato l'asticella guardando ad una lotta Champions in campionato ancora lunga.

 

L'intelligenza del tecnico ex Milan è venuta fuori anche nella seconda parte di gara, con gli inserimenti di Politano e Milik, entrambi subito pericolosi nella zona di sinistra della retroguardia bianconera. Quella per intenderci più vulnerabile e non è un caso, che l'occasione di Demme (con deviazione in angolo di Buffon) nella parte finale della prima frazione sia venuta lì, con conseguente palo esterno di Insigne sugli sviluppi del corner. Infine l'occasionissima nel recupero sempre da calcio d'angolo, ma il tutto nasce dall'errore d'impostazione di Bernardeschi (uno su cui bisognerebbe fare un pezzo a parte e altro elemento su cui la maglia bianconera è di troppo) che ha regalato letteralmente il corner.

I rigori hanno fatto il resto e completato una cinque giorni dove il Napoli ha ampiamente meritato questa Coppa Italia, a dimostrazione il lavoro di campo spesso, paga più di tutto il resto.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Fabrizio Consalvi

Continua la marcia di avvicinamento alla Finale di Coppa Italia tra Napoli e Juventus. Domani sera gli azzurri di Gennaro Gattuso e i bianconeri di Maurizio Sarri, si troveranno di fronte con in palio il secondo trofeo stagionale allo Stadio Olimpico di Roma. Interessante, specie dopo quanto visto dalle due formazioni, contro rispettivamente Inter e Milan, sarà il quadro tattico di quello che vedremo nei 90 minuti di gioco, dove ricordiamo non sono previsti supplementari, ma immediatamente i calci di rigore.

Napoli - Juventus: il quadro tattico

Importante sarà allora la prestazione nelle singole fasi delle due squadre, con le due squadre che presumibilmente cambieranno poco o nulla rispetto alla rispettiva semifinale, con in linea di massima il solo Fabian Ruiz che dal lato partenopeo prenderà il suo posto, rimettendo in panca Elmas titolare contro l'Inter. Fondamentale sarà l'apporto proprio dello spagnolo ex Betis, in quanto primo riferimento nel recupero palla basso degli azzurri, insieme a Zielinski, prevedendo uno spartito almeno inizialmente simile a quello visto sabato sera contro l'Inter, ma con una velocità di ribaltare l'azione che dovrà essere maggiore. Demme sarà l'incaricato a schermare Pjanic (che aldilà dei dubbi dovrebbe prendere regolarmente il suo posto, come regista basso dei bianconeri, con Bentancur alla sua destra e Matuidi a sinistra, con l'uruguaiano che dovrà garantire quella corsa, quel recupero alto del pallone che ha fatto vedere per buoni 45 minuti contro il Milan). La muscolarità del centrocampo bianconero, contro la maggior qualità di quello azzurro, sarà necessariamente una delle chiavi di volta del match, dove il ritmo degli uomini di Sarri dovrà essere se non alto, quantomeno sostenuto.

Due i mismatch sulle fasce, da un lato quello destro Di Lorenzo e Politano (occhio a Callejon) per gli azzurri, dall'altro Alex Sandro e Douglas Costa (qualora la posizione del tridente bianconero sia la stessa vista contro il Milan). Mentre a sinistra Insigne terrà più basso Danilo (per questo l'inserimento di Cuadrado al posto del brasiliano è da valutare con attenzione, quanto meno per un ordine tattico maggiore, con Alex Sandro che tende a salire ovviamente di più e a scambiare con Douglas Costa o CR7). Fondamentale sarà dal punto di vista bianconero il lavoro di Dybala, sia nell'attaccare il lato (con Mario Rui che dovrebbe prendere posto come terzino sinistro) che centralmente specie seguendo i movimenti su tutto il fronte d'attacco di Cristiano Ronaldo, con la coppia Koulibaly - Maksimovic che si è dimostrata ottima contro Lautaro Martinez e Lukaku.

Dal punto di vista partenopeo invece, sarà ovviamente Mertens la chiave di volta, con il belga che andrà presumibilmente ad impegnare il lato sinistro della difesa bianconera. Quello con Alex Sandro e Bonucci (più attaccabile come marcatore), dove spesso e volentieri durante questa lunga stagione, la Juventus ha patito più di qualche problema. Chiudiamo parlando del ritmo del match di domani sera, che probabilmente sarà lo stesso di quello visto nelle due semifinali. Quindi una gara nei primi 45 e in calando nel secondo tempo, dove le 5 sostituzioni stavolta potrebbero fare la differenza.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Fabrizio Consalvi

Dopo le due semifinali di venerdi e sabato scorso, eccoci proiettati verso l'ultimo atto della Coppa Italia 2019/2020, con la Finale dell'Olimpico di Roma in programma mercoledi 17 Giugno alle ore 21, tra Napoli e Juventus. Non la prima Finale nella competizione tra le due formazioni, che già nel 2012 arrivarono entrambe all'ultimo appuntamento con la "coccarda", vinta allora dal Napoli di Mazzarri per 2-0. Ma prima di arrivare a quel match, bisogna andare indietro nel tempo, fin dal 1937, anno del primo incrocio dentro fuori tra azzurri e bianconeri, con successo dei partenopei per 2-1. In totale sono dieci i confronti in Coppa Italia tra le due formazioni, con 5 vittorie per la Juventus, 3 successi per il Napoli e 2 pareggi (con entrambe le gare in questione terminate ai rigori, il 3-3 del 2006 con passaggio del turno per gli azzurri e lo 0-0 del 2009, con qualificazione per i bianconeri). Se invece andiamo a contare tutti gli incroci in Coppa (quindi inserendo Supercoppa e Coppa Uefa) sono 7 i successi bianconeri, 6 quelli azzurri.

Non si può partire allora, che dalla Coppa Uefa 1988/1989. Quarti di Finale e derby italiano tra le due formazioni. Al vecchio "Comunale" di Torino il match dell'andata termina 2-0 per i bianconeri allenati da Zoff, ma al ritorno in quel del San Paolo, il Napoli di Maradona ribalta tutto, 2-0 ai regolamentari e 3-0 decisivo di Renica nel secondo tempo supplementare. Napoli che proseguì la sua marcia fino ad alzare la Coppa Uefa contro lo Stoccarda. Juventus che tornerà l'anno successivo, vincendo il trofeo nella doppia Finale contro la Fiorentina.

NAPOLI - JUVENTUS 3-0 dts (2-0) (Coppa Uefa stagione 1988/1989)

NAPOLI: Giuliani, Ferrara, Francini, Corradini, Alemao, Renica, Carannante (1'sts Neri), Crippa, Careca, Maradona (6'pts Romano), Carnevale. All.: Bianchi.

JUVENTUS: Tacconi, Bruno P., De Agostini, Galia, Brio (36'pt Favero), Tricella, Marocchi, Rui Barros, Altobelli, Mauro (46'st Magrin), Laudrup. All.: Zoff.

MARCATORI: 10'pt Maradona (Rig.) (N), 45'pt Carnevale (N), 14'sts Renica (N)

 

Il successivo incrocio è nella Supercoppa Italiana 1990/1991. La Juventus l'anno precedente aveva vinto Coppa Italia (con il Milan) e Coppa Uefa (come detto poco fà contro la Fiorentina). C'era un nuovo allenatore in panchina, Gigi Maifredi, che non lascerà tracce indelebili. Dall'altro lato, il Napoli Campione d'Italia di Maradona e il punteggio è divenuto storico, 5-1 per gli azzurri.

NAPOLI - JUVENTUS 5-1 (Supercoppa stagione 1990/1991)

NAPOLI: Galli, Ferrara, Francini, Crippa (35'st Rizzardi), Alemao, Baroni, Corradini, De Napoli, Careca, Maradona, Silenzi (35'st Mauro). All.: Bigon.

JUVENTUS: Tacconi, Napoli N., Bonetti D. (1'st De Marchi), Galia, Julio Cesar, De Agostini, Haessler (1'st Fortunato D.), Marocchi, Casiraghi, Baggio, Schillaci. All.: Maifredi

MARCATORI: 8'pt Silenzi (N), 20'pt Careca (N), 38'pt Baggio (J), 42'pt Crippa (N), 44'pt Silenzi (N), 26'st Careca (N)

 

Ci vorranno diversi anni prima che le due formazioni si ritrovino di fronte, in un match che non sia campionato. Sarà la Coppa Italia 1999/2000, Ottavi di Finale. Al San Paolo i bianconeri di Ancelotti passano per 1-3 sul Napoli di Novellino, con doppietta di Kovacevic e gol di Inzaghi. Al ritorno al Delle Alpi il gol di Esnaider (uno dei pochi...) sigilla la qualificazione dei bianconeri.

JUVENTUS - NAPOLI 1-0 (Coppa Italia stagione 1999/2000)

JUVENTUS: Van der Sar, Mirkovic, Montero, Birindelli, Zambrotta, Oliseh, Bachini, Davids (7'st Pessotto), Fonseca (23'st Rigoni), Kovacevic, Esnaider. All.: Ancelotti.

NAPOLI: Coppola, Lombardi, Lopez, Malafronte, Mora, Scarlato (1'st Turrini), Miceli, Scapolo, Matuzalem (1'st Alessi), Schwoch (32'pt Bellucci), Robbiati. All.: Novellino.

MARCATORI: 26'pt Esnaider (J)

 

Eccolo il famoso 3-3 del 2006/2007. Entrambe le formazioni in Serie B (era estate) e al San Paolo le due formazioni danno vita ad un super match, risolto ai rigori in favore dei partenopei. Al termine di quella stagione entrambe le squadre (insieme al Genoa), torneranno in Serie A.

NAPOLI - JUVENTUS 8-7 dcr (3-3) (Coppa Italia stagione 2006/2007)

NAPOLI: Iezzo, Grava, Cannavaro, Domizzi, Savini, Montervino, Bogliacino (5'pts Amodio), Dalla Bona, De Zerbi (34'st Pià), Bucchi, Calaiò (22'st Trotta). All.: Reja.

JUVENTUS: Buffon, Balzaretti, Kovac, Birindelli, Chiellini, Zanetti, Giannichedda (14'st Guzman), Marchionni, Paro, Nedved (37'st camoranesi), Bojinov (14'st Del Piero). All.: Deschamps.

MARCATORI: 27'pt Chiellini (J), 38'pt Bucchi (N), 8'st Calaiò (N), 33'st Del Piero (J), 15'pts Del Piero (J), 17'sts Cannavaro P. (N)

SEQUENZA RIGORI: Trotta (N) - gol, Buffon (J) - fuori; Bucchi (N) - gol, Guzman (J) - gol; Domizzi (N) - gol, Birindelli (J) - gol; Dalla Bona (N) - parato, Marchionni (J) - parato; Cannavaro P. (N) - parato, Del Piero (J) - gol; Montervino (N) - gol, Chiellini (J) - gol; Amodio (N) - gol, Balzaretti (J) - fuori.

 

Un altro match tra le due formazioni, in Coppa Italia terminerà ai calci di rigore, dopo lo 0-0 dei tempi regolamentari e supplementari. A passare il turno questa volta sarà la Juventus di Ranieri (stagione 2008/2009) con errore finale di Gargano. Mentre nell'annata successiva 2009/2010, il gol di Diego e la doppietta di Del Piero, portano la Juventus ai Quarti di Finale.

JUVENTUS - NAPOLI 3-0 (Coppa Italia stagione 2009/2010)

JUVENTUS: Manninger, Caceres (38'st Zebina), Legrottaglie, Chiellini, Grosso (1'st Grygera), Salihamidzic, Melo, De Ceglie, Diego, Amauri, Del Piero (40'st Immobile). All.: Ferrara.

NAPOLI: Iezzo, Campagnaro (31'st Quagliarella), Rinaudo, Contini, Zuniga, Gargano, Cigarini, Dossena (15'st Hamsik), Datolo, Hoffer (19'st Maggio), Denis. All.: Mazzarri.

MARCATORI: 24'pt Diego (J), 31'pt Del Piero (J), 37'st Del Piero (Rig.) (J)

 

Torniamo allora a parlare di Finali, con l'unico precedente a questo punto della competizione in Coppa Italia. Stagione 2011/2012, all'Olimpico di Roma il Napoli di Mazzarri batte per 2-0 la Juventus di Conte, con gol di Cavani e Hamsik, vincendo il trofeo e infliggendo ai bianconeri l'unica sconfitta di quella stagione. Segni particolari, è l'ultima gara disputata con la Juventus da Del Piero.

JUVENTUS - NAPOLI 0-2 (Coppa Italia stagione 2011/2012)

JUVENTUS: Storari, Barzagli, Bonucci, Caceres, Lichtsteiner (23'st Pepe), Vidal, Pirlo, Marchisio, Estigarribia, Del Piero (23'st Vucinic), Borriello (27'st Quagliarella). All.: Conte.

NAPOLI: De Sanctis, Campagnaro, Cannavaro P., Aronica, Maggio, Dzemaili, Inler, Hamsik (40'st Dossena), Zuniga, Cavani (47'st Britos, Lavezzi (27'st Pandev). All.: Mazzarri.

MARCATORI: 28'st Cavani (Rig.) (N), 38'st Hamsik (N)

 

Dalla Coppa Italia 2011/2012 alla Supercoppa Italiana 2012/2013 in realtà passa di norma poco tempo, solo qualche mese e di fatti ad Agosto le due formazioni si ritrovano una contro l'altra. Stavolta terminerà per 4-2 ai supplementari per i bianconeri di Antonio Conte, con autogol di Maggio e Vucinic decisivi agli extra-time.

JUVENTUS - NAPOLI 4-2 dts (2-2) (Supercoppa Italiana stagione 2012/2013)

JUVENTUS: Buffon, Lucio, Bonucci, Barzagli, Lichtsteiner (44'st Padoin), Vidal, Pirlo, Marchisio, Asamoah, Matri (1'st Vucinic), Giovinco (11'sts Giaccherini). All.: Conte.

NAPOLI: De Sanctis, Campagnaro, Cannavaro P. (17'st Fernandez), Britos, Maggio, Behrami, Inler (1'sts Dossena), Hamsik (23'st Gargano), Zuniga, Pandev, Cavani. All.: Mazzarri.

MARCATORI: 27'pt Cavani (N), 37'pt Asamoah (J), 41'pt Pandev (N), 29'st Vidal (Rig.) (J), 7'pts Maggio (Aut.) (J), 11'pts Vucinic (J)

 

Ultimi due precedenti, partiamo dalla Supercoppa 2014/2015 vinta dal Napoli ai rigori contro la Juventus di Allegri. Doppio botta e risposta tra Tevez e Higuain, con penalty che daranno il trofeo ai partenopei.

JUVENTUS - NAPOLI 8-9 dcr (2-2) (Supercoppa Italiana stagione 2014/2015)

JUVENTUS: Buffon; Lichtsteiner (33'st Padoin), Bonucci, Chiellini, Evra; Pirlo (21'st Pereyra); Marchisio, Pogba, Vidal; Llorente (1'sts Morata), Tevez. All.: Allegri.

NAPOLI: Rafael; Maggio, Albiol, Koulibaly, Ghoulam; David Lopez (1'pts Inler), Gargano; Callejon, Hamsik (33'st Mertens), De Guzman (1'sts Jorginho); Higuain. All.: Benitez.

MARCATORI: 5'pt Tevez (J), 23'st Higuain (N), 2'sts Tevez (J), 13'sts Higuain (N)

SEQUENZA RIGORI: Jorginho (N) - parato, Tevez (J) - palo, Ghoulam (N) - gol, Vidal (J) - gol, Albiol (N) - gol, Pogba (J) - gol, Inler (N) - gol, Marchisio (J) - gol, Higuain (N) - gol, Morata (J) - gol, Gargano (N) - gol, Bonucci (J) - gol, Mertens (N) - parato, Chiellini (J) - parato, Callejon (N) - parato, Pereyra (J) - alto, Koulibaly (N) - gol, Padoin (J) - parato.

 

Chiudiamo definitivamente con il doppio confronto del 2016/2017. All'andata della semifinale, la Juventus di Allegri batte per 3-1 il Napoli di Sarri (domani dall'altra parte), a segno vanno due volte Dybala e una Higuain. Al ritorno la doppietta dell'ex è decisiva, visto il 3-2 per i partenopei. Juventus che vincerà quell'edizione della Coppa Italia in Finale contro la Lazio.

NAPOLI - JUVENTUS 3-2 (And. 1-3) (Coppa Italia stagione 2016/2017)

NAPOLI: Reina; Hysaj, Chiriches, Koulibaly, Ghoulam; Zielinksi (37’st Allan), Diawara, Hamsik (30’st Pavoletti); Callejon, Milik (16’st Mertens), Insigne. All.: Sarri

JUVENTUS: Neto; Dani Alves, Bonucci, Benatia, Alex Sandro; Rincon (25’st Pjanic), Khedira; Cuadrado, Dybala (31’st Barzagli), Sturaro (41’st Lemina); Higuain. All.: Allegri

MARCATORI: 32’pt Higuain (J), 8'st Hamsik (N), 13’st Higuain (J), 16’st Mertens (N), 22'st Insigne (N)

Da Juventus - Milan a Napoli - Inter, il calcio italiano torna in grande stile con la seconda semifinale di Coppa Italia, in programma domani sera allo Stadio San Paolo. Tra gli azzurri di Gattuso e i nerazzurri di Antonio Conte ci si giocherà la qualificazione alla Finale di Mercoledi a Roma, partendo dallo 0-1 dell'andata, bottino importante dal lato dei partenopei. Altra grande classica, che vede i precedenti nel secondo trofeo nazionale con l'Inter in vantaggio, 6 le vittorie dei nerazzurri, con 2 pareggi e 4 sconfitte nelle 12 gare disputate in totale. Andiamo allora a vedere gli ultimi match storici, partendo dalla stagione 1996-1997.

Napoli - Inter, Coppa Italia: sfide storiche

Uno sliding-doors allo stato puro, con Roy Hodgson tecnico dei nerazzurri da un lato e Gigi Simoni dall'altro, che la stagione successiva avrebbe sostituito l'allenatore inglese. All'andata di quella semifinale disputata a San Siro, il punteggio fù di 1-1 con vantaggio dell'Inter con Zamorano e pari di Andrè Cruz.

INTER - NAPOLI 1-1 (stagione 1996-1997 - andata)

INTER: Pagliuca, Bergomi (31'st Berti), Galante, Fresi, Angloma, Djorkaeff, Ince, Winter, Sforza, Zamoran, Branca (37'st Ganz). All.: Hodgson.

NAPOLI: Taglialatela, Ayala, Milanese, Cruz, Colonnese, Crasson, Boghossian (23'pt Altomare), Turrini, Beto (18'st Policano), Pecchia, Caccia (30'st Caio). All.: Simoni.

MARCATORI: 5'pt Zamorano (I), 11'pt Cruz (N)

 

Dall'andata veniamo al match di ritorno, con 1-1 risultato che fù identico al San Paolo. Furono necessari i calci di rigore per decretare la sfidante del Vicenza di Guidolin in Finale, con Napoli che poi fù battuto all'ultimo atto dalla compagine veneta. Quella sera a segno andarono Zanetti e Beto, l'errore decisivo ai rigori fù invece di Paganin.

NAPOLI - INTER 5-3 dcr (1-1) (And. 1-1) (stagione 1996-1997)

NAPOLI: Taglialatela, Milanese, Bordin, Baldini, Colonnese, Boghossian, Turrini, Beto, Policano (13'st Esposito), Aglietti (20'st Caio), Caccia. All.: Simoni.

INTER: Pagliuca, Bergomi (46'st Pistone), Zanetti, Galante, Fresi (5'sts Berti), Paganin, Angloma, Djorkaeff, Winter (36'st Sforza), Zamorano, Ganz. All.: Hodgson.

MARCATORI: 11'pt Zanetti (I), 28'st Beto (N)

SEQUENZA RIGORI: Milanese (N) - gol, Zamorano (I) - gol; Caccia (N) - gol, Djorkaeff (I) - gol; Caio (N) - gol, Paganin (I) - sbaglia; Turrini (N) - gol, Pistone (I) - gol; Boghossian (N) - gol.

 

Passano ben 14 anni, prima che Napoli e Inter si trovino di nuovo di fronte in Coppa Italia. Stagione 2010-2011, stavolta sono quarti di finale e in gara unica. Al San Paolo l'Inter di Leonardo, supera ai rigori il Napoli di Mazzarri per 4-5, dopo lo 0-0 di regolamentari e supplementari, decisivo l'errore di Lavezzi ai penalty. Inter che vincerà poi il trofeo in Finale contro il Palermo.

NAPOLI - INTER 4-5 dcr (0-0) (stagione 2010-2011)

NAPOLI: De Sanctis, Aronica, Dossena (24'st Zuniga), Maggio, Campagnaro, Cannavaro, Pazienza (47'st Yebda), Hamsik, Gargano, Cavani, Lavezzi. All.: Mazzarri.

INTER: Castellazzi, Cordoba (37'st Lucio), Zanetti, Maicon, Ranocchia, Chivu, Stankovic (17'st Mariga), Motta, Cambiasso, Eto'o, Pandev. All.: Leonardo.

SEQUENZA RIGORI: Cavani (N) - gol, Eto'o (I) - gol; Hamsik (N) - gol, Cambiasso (I) - gol; Lavezzi (N) - sbaglia, Pandev (I) - gol; Zuniga (N) - gol, Motta (I) - gol; Yebda (N) - gol, Chivu (I) - gol.

 

Trascorre solo una stagione e nel 2011-2012 le due formazioni si trovano di nuovo una contro l'altra. Ancora quarti di finale, sempre il San Paolo come teatro del match ad eliminazione diretta. Gli azzurri stavolta hanno la meglio, con una doppietta di Edinson Cavani. Napoli che vincerà quell'edizione della Coppa Italia in Finale contro la Juventus.

NAPOLI - INTER 2-0 (stagione 2011-2012)

NAPOLI: De Sanctis, Aronica, Maggio, Campagnaro, Zuniga, Cannavaro, Hamsik (42'st Dossena), Gargano, Inler (37'st Dzemaili), Cavani, Lavezzi (20'st Pandev). All.: Mazzarri.

INTER: Castellazzi, Zanetti, Maicon, Ranocchia, Samuel, Chivu, Motta (32'st Zarate), Sneijder, Cambiasso, Obi (1'st Alvarez), Milito. All.: Ranieri.

MARCATORI: 6'st Cavani (N) (Rig.), 45'st Cavani (N)

 

Passiamo agli ultimi due precedenti, ad eccezione ovviamente dello 0-1 dell'andata di questa stagione. Arriviamo al 2014-2015 e sono ancora quarti di finale, sempre in gara unica. Al San Paolo di misura passa il Napoli con gol decisivo di Higuain. Azzurri che verranno eliminati in semifinale dalla Lazio, che sarà sconfitta all'ultimo atto dalla Juventus di Allegri.

NAPOLI - INTER 1-0 (stagione 2014-2015)

NAPOLI: Andujar, Strinic, Britos, Koulibaly, Albiol, De Guzman (39'st Ghoulam), Hamsik (31'st Gabbiadini), Lopez, Gargano, Callejon (27'st Mertens), Higuain. All.: Benitez.

INTER: Carrizo, Juan Jesus, Santon (41'st Dodo), Ranocchia, Nagatomo, Medel, Brozovic, Hernanes (29'st Guarin), Shaqiri, Icardi, Puscas. All.: Mancini.

MARCATORI: 45'st Higuain (N)

 

Chiusura con il match disputato nella stagione 2015-2016 e stavolta, sempre al San Paolo a spuntarla è l'Inter di Mancini per 0-2 con gol di Jovetic e Ljajic. Nerazzurri che verranno poi eliminati in semifinale dalla Juventus, che vincerà quell'edizione della Coppa Italia. Il match è ricordato anche per l'accesso diverbio tra l'attuale tecnico dei bianconeri Maurizio Sarri e l'attuale C.T. dell'Italia.

NAPOLI - INTER 0-2 (stagione 2015-2016)

NAPOLI: Reina, Hysai, Strinic, Chiriches, Koulibaly, Allan (14'st Hamsik), Valdifiori, Lopez (21'st Jorginho), Callejon, Mertens, Gabbiadini (26'st Higuain). All.: Sarri.

INTER: Handanovic, Juan Jesus, Alex Telles, Miranda, Nagatomo, Kondogbia, Medel (42'st Felipe Melo), Jovetic, Biabiany, Ljajic, Perisic (28'st Palacio). All.: Mancini

MARCATORI: 29'st Jovetic (I), 45'st Ljajic (I)

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Fabrizio Consalvi

Si torna in campo, dopo poco più di tre mesi sarà l'Allianz Stadium di Torino a riaprire le danze, con la Semifinale di ritorno di Coppa Italia tra Juventus e Milan, dove si ripartirà dall'1-1 dell'andata, gol di Rebic e Cristiano Ronaldo. Da una milanese all'altra per i bianconeri, che chiusero prima del lockdown battendo tra le mura amiche l'Inter di Antonio Conte per 2-0. Coppa Italia che ha visto tra le due formazioni ben 25 incontri Ben 11 sono le vittorie bianconere, 7 sono invece le vittorie fatte registrare dal Milan nel secondo trofeo nazionale, mentre altrettanti 7 sono stati i pareggi. Rossoneri che va ricordato non battono o eliminano, la Juventus in Coppa Italia dalla stagione 1984-1985, con 0-0 a Milano e 0-1 a Torino, erano i Quarti di Finale di quella competizione, che i rossoneri si videro soffiare in Finale dalla Sampdoria di Vialli e Mancini. Partiamo allora con le gare storiche e partiamo proprio dall'unica vittoria rossonera, negli ultimi 35 anni. Il gol decisivo fù siglato da Virdis al 27' del primo tempo.

Juventus - Milan, Coppa Italia: sfide storiche

JUVENTUS - MILAN 0-1 (And. 0-0) (stagione 1984-1985)

JUVENTUS: Tacconi, Favero, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea, Koetting, Prandelli, Deriggi (1'st Dolcetti), Vignola, Limido. All.: Trapattoni.

MILAN: Terraneo, Baresi, Galli, Battistini, Di Bartolomei, Tassotti, Verza, Wilkins, Hateley, Scarnecchia, Virdis. All.: Liedholm.

MARCATORI: 27'pt Virdis (M)

 

Dalla stagione 1984-1985, facciamo un salto nel tempo fino al 1989-1990. Doppia Finale tra il Milan di Sacchi che un mese dopo, avrebbe alzato al cielo la seconda Coppa dei Campioni consecutiva in quel di Vienna, con Rijkaard decisivo sul Benfica. Juventus che invece superando in doppia sfida la Fiorentina, avrebbe messo in bacheca la seconda Coppa Uefa della sua storia. Nella gara di andata di Coppa Italia il risultato fù 0-0 e a San Siro a decidere il match fù Galia al 17' del primo tempo.

MILAN - JUVENTUS 0-1 (And. 0-0) (stagione 1989-1990)

MILAN: Galli, Tassotti, Costacurta, Colombo (21'st Salvatori), Galli, Baresi, Donadoni, Rijkaard, Van Basten, Evani, Massaro (1'st Borgonovo). All.: Sacchi.

JUVENTUS: Tacconi, Napoli, De Agostini, Galia, Bruno, Bonetti, Aleinikov, Barros, Casiraghi, Marocchi, Schillaci (30'st Alessio). All.: Zoff.

MARCATORI: 17'pt Galia (J)

 

Dalla Finale del 1989-1990, si passa alla Semifinale del 1991-1992. Al Milan è il primo anno di Fabio Capello, che vincerà lo Scudetto chiudendo senza sconfitte (la prima in campionato arriverà la stagione successiva, in casa contro il Parma). Juventus dove è appena ritornato Giovanni Trapattoni. Andata terminata 0-0, al ritorno al Delle Alpi decide Schillaci, con bianconeri che persero poi la Finale contro il Parma di Scala.

JUVENTUS - MILAN 1-0 (And. 0-0) (stagione 1991-1992)

JUVENTUS: Peruzzi, Carrera, Marocchi, Conte (32'st Di Canio), Kohler, Julio Cesar, Galia, Reuter, Schillaci (39'st Luppi), Corini, Casiraghi. All.: Trapattoni.

MILAN: Antonioli, Tassotti, Gambaro, Ancelotti, Costacurta, Baresi, Fuser (8'st Cornacchini), Rijkaard, Serena (23'st Evani), Donadoni, Massaro. All.: Capello.

MARCATORI: 22'pt Schillaci (J)

 

Passano ben dieci anni dall'ultimo confronto in Coppa Italia e si arriva a 2001-2002. Stagione che riporta la Juventus sul tetto d'Italia con il famoso 5 Maggio e il Milan a raggiungere quel quarto posto in campionato, che la stagione successiva varrà la Champions League in quel di Manchester proprio contro i bianconeri. Milan e Juventus si ritrovano in Semifinale e a San Siro la compagine di Lippi s'impone per 1-2 con Del Piero decisivo, ottenendo la qualificazione con l'1-1 arrivato nel ritorno a Torino (gol di Jose Mari e Zambrotta). Juventus che in Finale troverà il Parma, con i gialloblu che trionferanno ribaltando il 2-1 dei bianconeri nell'andata, grazie a Junior.

MILAN - JUVENTUS 1-2 (stagione 2001-2002)

MILAN: Rossi, Roque Junior (26'st Contra), Chamot, Laursen, Helveg, Brocchi (20'st Shevchenko), Gattuso, Donati, Serginho, Jose Mari (32'st Umit Davala), Javi Moreno. All.: Ancelotti.

JUVENTUS: Carini, Birindelli, Ferrara, Montero, Zenoni, Tacchinardi (21'st Nedved), Davids, Paramatti (39'st Maresca), Amoruso (30'st Del Piero), Zalayeta. All.: Lippi.

MARCATORI: 39'pt Moreno (M), 3'st Birindelli (J), 41'st Del Piero (J)

 

Sorvolati altri dieci anni, arriviamo alle stagioni 2011-2012 e 2012-2013. Dove Juventus e Milan si ritrovano per ben due volte consecutive. La prima vede i bianconeri di Conte vincere a Milano nell'andata della Semifinale per 1-2, con doppietta di Caceres e momentaneo pari di El Sharaawy. Il ritorno vede invece i rossoneri ribaltare il tutto, con Mesbah e Maxi Lopez nei novanta minuti, 1-2 con gol dei padroni di casa di Del Piero. A risolvere la qualificazione è Vucinic, con un gran gol dalla distanza. Lo stesso montenegrino deciderà nei Quarti dell'anno successivo (2012-2013), con gara unica a Torino e 2-1 ai supplementari.

 

Chiusura con le due Finali che in tempi recenti, Juventus e Milan hanno disputato. La prima nel 2015-2016, con Brocchi in panchina da un lato e Allegri dall'altro. Bianconeri che hanno risolto il match ai supplementari con Alvaro Morata. Milan che si sarebbe "vendicato" l'anno seguente, vincendo ai rigori la Supercoppa con in panchina Vincenzo Montella (ad oggi è l'ultimo trofeo vinto nella storia dai rossoneri). L'anno successivo l'incrocio ci fù ai Quarti, con il 2-1 della Juventus sul Milan (gol di Dybala, Pjanic e Bacca), Infine l'ultima Finale tra le due formazioni, quella del 4-0 dei bianconeri nel 2017/2018. Milan allenato da Gattuso. Juventus che vince con la doppietta di Benatia, più il gol di Douglas Costa (in campo domani sera) e l'autorete di Kalinic.

 

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Fabrizio Consalvi

 

Storia, tradizione, sentimenti e ideali. Rivalità cittadina fondata su basi talmente solide, da essere portate avanti nel corso del tempo, tra due fazioni che in comune hanno poco o nulla, se non il fatto di voler rappresentare con orgoglio la propria città. Perchè il calcio o in questo caso il fùtbol, sa spesso essere una cosa più che seria. Lo sport per eccellenza, sta per tornare in via definitiva (Bundesliga a parte ovviamente), con l'anticipo di Liga in programma domani sera, 11 Giugno alle ore 22 e lo fà con una delle partite più sentite e calde di Spagna. Una lunga tradizione fondata su oltre 100 anni di storia, fatti di alti e bassi per entrambe, beffe storiche, cadute roboanti e cicli vincenti, ma sempre mantenendo viva la propria identità, che si tratti di rojiblancos o bèticos.

 

El Gran Derbi - le origini

Il capoluogo andaluso è una città calda, spesso in realtà torrida e che vive di una grande passione, basti pensare alla Plaza de Toros, dal nome completo (Plaza de Toros de la Real Maestranza de Caballería de Sevilla), la più antica di tutta la Spagna e luogo dove si svolge annualmente la Feria de Abril, uno dei festival di corride più famoso al mondo. Facile pensare come anche il calcio, sia arrivato nel capoluogo andaluso molto presto e difatti il Siviglia FC è uno dei club più antichi, fondato nel 1890 (secondo club più antico di Spagna, dopo il Recreativo Huelva, anno 1889), per intenderci per arrivare alla nascita del Barcellona ci vorrà il 1898, mentre per il Madrid, poi divenuto Real ci vorrà 1902.

                                         

Da quelle parti, il calcio non è allora ovviamente cosa da poco. Infatti, nel Siviglia si riflettono fin da subito gli ideali politici e sociali di chi l’ha fondato. Origini nobili e quindi non tutti possono avere l'onore d'indossarne la maglia. Può farlo solo chi ha un certo grado di parentela con qualche ricco signore andaluso. Ed è proprio da qui, che nascerà l’altra squadra di Siviglia, praticamente l'alterego. Nervión è il quartiere in cui si trova lo stadio del Sevilla FC: il Sánchez Pizjuán dove si giocherà domani sera. Heliópolis è il quartiere dove gioca il Betis (nome latino del fiume Guadalquivir), ovviamente nello stadio Benito Villamarín.

El Gran Derbi - la nascita del Betis

Nel 1909 in seguito ad una scissione dal Sevilla Football Club nacque la squadra del Betis Football Club. Eladio García de la Borbolla decise di dimettersi e fondare una propria squadra, ma è tutta la storia della nascita del Betis ad essere fondamentale. I rojiblancos infatti stavano per ingaggiare uno dei più bravi, calciatori della zona, ma il ragazzo non aveva origini aristocratiche, ossia la contiguità con una delle tante famiglie latifondiste andaluse. L’ingaggio venne annullato dalla dirigenza ma non tutti furono d’accordo: Eladio Garcia de la Borbolla si dimette e in seguito a varie fusioni nel 1914, fonda il Real Betis Balompiè. I colori sono quelli della bandiera andalusa, ossia i colori attuali.

                                                                                                          

El Gran Derbi - titoli e trofei

Una Liga a testa, questo recita il palmares di entrambe. Quello del Real Betis ha origini più antiche, datato 1934-35. Il Betis ha aggiunto in era moderna 2 Coppe del Re, datate 1976-77 e 2004-2005 con Oliveira (ex Milan) e Daniel Martin decisivi. Quello del Siviglia invece è datato 1945-46, siamo nell'immediato dopoguerra, che per la Spagna in realtà significava essere da poco sotto la dittatura franchista. L'ultima giornata fù decisiva contro il Barcellona, arrivato secondo ad un punto. La squadra era guidata da Ramón Encina, il gol decisivo venne messo a segno da Araujo. Per il Betis per contrappasso erano invece anni complicati, quelli che avrebbero portato alla vera identità del club e ad un coro che ha fatto storia: : “Viva el Betis, manque pierda!”

                                                                                                       

Dal lato rojiblancos troviamo ben 5 Coppe del Re, oltre alla Liga già citata, le ultime delle quali nelle stagioni 2006/2007 (con double con l'Europa League) e 2009-2010. Siviglia che ha vinto 5 edizioni dell'Europa League (precedemente Coppa Uefa), negli ultimi 15 anni. Le prime due con Juande Ramos in panchina, con la Supercoppa Europea (battendo il Barcellona). Le altre tre consecutive con Unay Emery. Questo tris di successi di fila in una competizione europea non si verificava dal Bayern Monaco, che tra il 1973-1974 e il 1975-1976, vinse 3 Coppe dei Campioni consecutive. Traguardo raggiunto poco prima dall'Ajax e dal Real Madrid di Zidane in era moderna). “Nunca se rinde” ossia arrendersi mai, viene scritto a caratteri cubitali nell’inno del club.

El Gran Derbi - le sfide storiche

Senza mezzi termini, El Gran Derbi più importante nella storia della città. Ottavi di Finale di Europa League, stagione 2013/2014. All'andata, in casa del Siviglia trionfa il Betis per 0-2, congelando nei pensieri di molti il passaggio del turno. A segno vanno Baptistão e Salva Sevilla, illudendo i tifosi verdiblancos.

SIVIGLIA - REAL BETIS 0-2

SIVIGLIA: Beto, Fazio, Navarro, Cristòforo (1'st Gameiro), Bacca, Rakitic, Iborra, Moreno, Reyes, Vitolo (21'st Marin), Coke (1'st Figueiras). All.: Unay Emery.

REAL BETIS: Adan, N'Diaye, Juanfran, Didac Vilà, Perquis, Reyes (35'st Amaya), Cedrick (29'st Vadillo), Ruben Castro (32'st Salva Sevilla), Jordi, Caro, Baptistão. All.: Gabriel Calderon.

MARCATORI: 15'pt Baptistão (B), 32'st Salva Sevilla (B)

 

Come detto in precedenza, è il match di ritorno a riservare le emozioni migliori. Al Villamarin il Siviglia ribalta tutto con il compianto Jose Antonio Reyes al 20' del primo tempo e Carlos Bacca (in seguito al Milan). Si va ai rigori dove il Betis si porta avanti di nuovo, con la parata di Adan su Vitolo, ma N'Diaye trova il palo e Beto para il penalty finale su Nono. Siviglia ai Quarti, con i rojiblancos che a Torino alzeranno al cielo la terza Europa League consecutiva (quinta in assoluto contando le 2 Coppe Uefa), battendo in Finale il Benfica.

REAL BETIS - SIVIGLIA 0-2 (3-4 ai rigori)

REAL BETIS: Adan, N'Diaye, Amaya, Juanfran, Perquis (15'pt Nono), Juan Carlos, Reyes (47'st Molina), Cedrick, Rubèn Castro, Jordi, Baptistão (28'st Salva Sevilla). All.: Gabriel Calderon.

SIVIGLIA: Beto, Fazio, Figueiras,, Marin, Bacca (1'sts Samperio), Rakitic, Moreno, Gameiro, Reyes (5'st Coke), Pareja, Mbia (31'st Vitolo). All.: Unay Emery.

MARCATORI: 20'pt Reyes (S), 30'st Bacca (S)

SEQUENZA RIGORI: Vitolo - parato (S), Ruben Castro - gol (B); Coke - gol (S), Salva Sevilla - gol (B); Gameiro - gol (S), Amaya - gol (B); Moreno - gol (S), N'Diaye - palo (B); Rakitic - gol (S), Nono - parato (B).

 

Arriviamo in epoca ancora più recente. Probabilmente uno dei Derby di Siviglia più conosciuti. E' il 2 Settembre 2018 e al Villamarin il Real Betis non vince una stracittadina da 12 anni. Nel pre-partita lo storico Capitano dei verdiblancos Joaquin, fà un discorso ripreso dai canali ufficiali della Liga, rimasto ormai nella storia. Il match termina 0-1 con a decidere ovviamente il colpo di testa a 5 dalla fine dell'ex Fiorentina.

 

E' il 6 Gennaio 2018 e al Sánchez Pizjuán va in scena il ritorno. Vantaggio Betis con Fabian Ruiz, ora al Napoli. Pari con Ben Yedder, ancora Betis con Feddal, 2-2 di Kjaer al 39'. Nella ripresa i verdiblancos allungano, prima Durmisi (ora alla Lazio), poi Leon portano il punteggio sul 2-4, accorcia al 22' Lenglet. Infine Cristian Tello firma il 3-5. Sulla panchina del Siviglia c'è Vincenzo Montella. Su quella del Betis, l'attuale tecnico del Barcellona Quique Setien.

SIVIGLIA - REAL BETIS 3-5

SIVIGLIA: Sergio Rico; Corchia (40'st Sarabia), Kjaer, Lenglet, Escudero; Banega, N'Zonzi, Vazquez (12'st Correa); Navas, Ben Yedder, Nolito (24'st Muriel). All.: Montella.

REAL BETIS: Adan; Barragan (16'pt Guerrero), Mandi, Feddal, Durmisi; Javi Garcia; Joaquin (15'st Tello), Fabian Ruiz (31'st Camarasa), Guardado, Boudebouz; Sergio Leon. All.: Setien.

MARCATORI: 1' Fabian Ruiz (B), 13' Ben Yedder (S), 21' Feddal (B), 40' Kjaer (S), 63' Durmisi (B), 65' Sergio Leon (B), 67' Lenglet (S), 95' Tello (B)

 

Veniamo all'ultimo confronto e veniamo dunque alla stagione ancora in corso. E' il 10 Novembre 2019 e al Villamarin trionfa il Siviglia di Lopetegui con il punteggio di 1-2. Va subito a segno Ocampos, pari di Moron Garcia alla fine del primo tempo e gol decisivo di Luuk De Jong al 10' della ripresa.

REAL BETIS - SIVIGLIA 1-2

REAL BETIS: Robles, Mandi, Sidnei, Feddal (18'st Joaquin), Emerson, Guardado (32'st Borja Iglesias), Bartra (24'st Cristian Tello), Canales, Moreno, Moron, Fekir. All.: Rubi.

SIVIGLIA: Vaclik, Jesus Navas, Kounde, Carlos, Reguilon, Banega (30'st Jordan), Fernando, Oliver Torres (6'st Vazquez), Ocampos, De Jong, Nolito (25'st Gudelj). All.: Lopetegui.

MARCATORI: 13'pt Ocampos (S), 45'pt Moron Garcia (B), 10'st De Jong (S)

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Fabrizio Consalvi

C'è stato un tempo, in cui era semplicemente l'auto dei sogni. Parliamo di Formula 1 ovviamente, in cui spostando le lancette del tempo con un bel lavoro di fantasia, ritroviamo di colpo tutto ciò che nei primi anni '90, voleva dire vedere in pista una Williams Renault. Certo erano anni di magra per i colori Ferrari e per chi, come me, era arrivato al mondo più tardi per vedere i Mondiali di Niki Lauda o l'ultimo prima dell'era Schumacher, quello targato Jody Scheckter del 1979. Quelli in buona sostanza erano necessariamente anni in cui per vedere una macchina vincente bisognava dirigersi altrove. La McLaren-Honda del 1988 e le successive fino al 1991, ma essere nato nell'85 significava per forza di cose, confrontarsi soprattutto con una monoposto dal colore blu e bianco, con sfumature che cambiavano a seconda dello sponsor e quindi del marchio di tabacco posto sulla livrea. Perchè dal 1992 al 1997 la Williams Renault era semplicemente un sogno, vincente, ad alta velocità.       

                                                                                                        

Un esempio "per certi versi" di come si dirige una scuderia. Un progettista visionario che conosciamo ancora oggi in Red Bull, dopo aver vinto tutto sia con le bibite, che con la McLaren, dal nome di Adrian Newey. Un direttore tecnico di personalità, anche "troppo forte" come Patrick Head e un capo-fondatore padre-padrone, l'anima in sostanza come Frank Williams. Una sola prerogativa, innovare e vincere, senza troppi compromessi, spesso e volentieri con due top come driver, altrettanto spesso entrambi da titolo, ma mai al punto da arrivare allo scontro (la diversità con la McLaren stava su questo punto), perchè da Piquet in poi, trionfava si il pilota, ma alla fine a diventare sempre più grande era la scuderia. 7 titoli piloti (togliendo Piquet e Prost, tutti gli altri al loro primo e unico titolo in assoluto), 9 Mondiali Costruttori, 114 GP, questo dice il palmares. Ecco allora un lungo ritratto, di una delle tre case storiche del grande circus, adesso in difficoltà economica e non solo, sostanzialmente in vendita. Dall'avvento al primo titolo targato Alan Jones all'ultimo alloro datato 1997, quello di Jacquet Villeneuve a Jerez de la Frontera.

Williams 1977-1980 - ascesa e primi titoli

L’attuale scuderia venne fondata nel 1977 dopo che quella vecchia (Frank Williams Racing Cars), venne venduta al petroliere canadese Walter Wolf. Nei suoi primi otto anni di Formula 1, la Williams non era mai riuscito a vincere una gara, e non ci era nemmeno arrivato vicino, perché spesso le sue macchine non finivano le corse. Abbandonato il precedente progetto, Frank Williams insieme a Patrick Head, fondò una nuova scuderia dal nome iniziale di Williams GP Engineering, grazie anche a munifici sponsor provenienti dall’Arabia Saudita. Sotto la supervisione di Head le monoposto divennero cosi affidabili e nel primo Mondiale disputato nel 1977 schierò la Williams-March 761, con Patrick Neve come unico pilota, otto gare a partire dal Gp di Spagna, con miglior risultato un 7° posto in Italia, a Monza. La prima vera auto disegnata da Patrick Head fù la FW06, che nel Gp d'Argentina ottenne un 14° posto con Alan Jones, primo vero pilota di punta della scuderia inglese, con sede a Grove. Nel Mondiale del 1978 la Williams vide un buon 4° posto in Sudafrica, mentre il primo podio in assoluto arrivò a Watkins Glen.

                                                                                                                       

Le prime soddisfazioni arrivarono l'anno successivo, con la FW07, prima vettura a sfruttare l'effetto suolo, soluzione aerodinamica costruttiva introdotta da Colin Chapman della Lotus Campione del Mondo in carica. La Williams per la prima volta si presentò con due monoposto, con Jones affiancato dall'ex Ferrari Clay Regazzoni, che fù anche il primo pilota a portare al successo la scuderia inglese, nel Gp di Gran Bretagna. Al Gran Premio di Germania le Williams ottennero invece la prima doppietta in assoluto, con Jones primo e Regazzoni secondo, lottando per il titolo dopo soli due anni dalla fondazione. Altri tre furono le tappe, chiuse con un successo, in Austria, Olanda e Canada. Il Mondiale piloti lo vinse Jody Scheckter su Ferrari, ma la Williams raggiunse il secondo posto nel Mondiale Costruttori, un record considerati i soli due anni di età della scuderia.

                                                                                                               

La prima doppietta, Mondiale piloti e Mondiale Costruttori avvenne nella stagione successiva, 1980. In gara ci fù ancora la FW07 dell'anno precedente (all'epoca un progetto vincente poteva durare diversi anni). Alan Jones vincendo 5 gare in calendario (Argentina, Francia, Gran Bretagna, Canada e USA-Est), più quattro piazzamenti a podio (2 secondi posti in Belgio e Italia e 2 terzi posti, in Brasile e Germania), si laureò per la prima volta Campione del Mondo piloti. Mentre grazie ai piazzamenti di Carlos Reutemann, compresa una vittoria a Montecarlo, arrivò anche il primo titolo Costruttori, raggiunto con ben 60 punti di vantaggio sull'allora Ligier. Il rivale nel 1980 fù Nelson Piquet su Brabham, il quale vinse il titolo piloti nella stagione successiva, 1981, in cui la Williams consolidò il proprio primato nel Mondiale Costruttori, vinto con ben 30 punti di vantaggio sulla Brabham. L'edizione del 1981 è ricordata soprattutto per il duello in seno alla Williams, tra Alan Jones e Carlos Reutemann, il quale favorì la Brabham di Nelson Piquet, il quale divenne Campione del Mondo, pur vincendo soli 3 Gp, ma ottenendo ben 4 piazzamenti a podio. Con polemiche finali tra i due piloti Williams, con Reutemann che accusò il team di aver favorito Alan Jones nell'ultimo Gp in calendario a Las Vegas. Il pilota argentino chiuse infatti a -1 da Piquet.

Williams 1982 - il Mondiale di Keke Rosberg

Dal progetto della FW07 la Williams passò alla FW08, evoluzione della monoposto precedente, pensata anche con quattro ruote sul posteriore (idea accantonata quasi immediatamente). L'esordio della nuova vettura arrivò nel GP di San Marino, dove in quel di Imola, allora quarto appuntamento stagionale, dopo Sudafrica, Brasile e USA-West, ossia Long-Beach. In casa Williams vi furono diverse vicissitudini tra i due piloti dell'anno precedente, ossia Jones e Reutemann, con il ritiro definitivo del primo e l'arrivo di Keke Rosberg (padre di Nico, anch'egli ex Williams, prima di passare e vincere il suo titolo Mondiale con la Mercedes, unico negli ultimi anni a togliere il Mondiale piloti a Lewis Hamilton). Williams che chiuse di fatto il 1982 con Daly come secondo pilota.

Il Mondiale vale la pena ricordarlo, fù caratterizzato dall'incidente che nelle qualifiche del Gp del Belgio, allora corso a Zolder, tolse la vita a Gilles Villeneuve, ma questa è tutt'altra storia.La Ferrari vinse comunque il Mondiale Costruttori, anche grazie a Patrick Tambay e Mario Andretti, con quest'ultimo che corse gli ultimi due Gp con il Cavallino Rampante, ottenendo un terzo posto in Italia. Ferrari che vide anche nel corso della stagione esattamente in Germania, ad Hockenheim, l'incidente occorso a Didier Pironi, il quale chiuse in quel frangente la sua carriera. Mentre in McLaren tornò dal ritiro Niki Lauda, che la stagione successiva vincerà il suo terzo e ultimo titolo piloti. Tornando alla Williams, Rosberg il finlandese vinse con 5 punti di vantaggio su Pironi e John Watson, quest'ultimo su McLaren e 10 su di un lanciato Alan Prost. Tutt'ora è il record di punti più basso ottenuto da un pilota per vincere un titolo Mondiale di Formula 1 (44 con un solo Gp vinto, quello in Svizzera e 6 podi). Vale infine la pena di ricordare che i punti erano attribuiti con il seguente metodo: 9 al primo classificato, 6 al secondo, 4 al terzo, 3 al quarto, 2 al quinto e 1 al sesto. Per l'assegnazione del Campionato erano validi gli 11 migliori risultati.

                                                                                                   

Williams 1987 - il Mondiale di Nelson Piquet

Cinque, sono gli anni trascorsi dall'ultimo Mondiale vinto dalla casa inglese. Dai motori Ford-Cosworth, la Williams passò grazie ad un accordo raggiunto nel 1983 ai motori Honda V6 turbo, specialmente dopo l'abolizione nel regolamento delle vetture ad effetto suolo). E' invece del 1985 l'arrivo di Nigel Mansell e il ritorno di una vera competitività, che nel Mondiale di quell'anno, portò Rosberg a vincere in Australia e il pilota britannico ad aggiudicarsi gli appuntamenti in Europa e Sudafrica.

Il 1986 è uno degli anni più significativi nella storia del team britannico: a marzo il patron Frank Williams resta paralizzato in un incidente stradale a Nizza e si ritrova costretto su una sedia a rotelle, tenendolo lontano dai circuiti per tutto l'anno, con evidenti ripercussioni sulla gestione della squadra. Il tutto caratterizzato da una situazione familiare al quanto particolare, descritta magnificamente dalla moglie Virginia Berry in un libro, "Una vita diversa", pubblicato nel 1991. Dal libro e dalla storia della Scuderia di famiglia è stato tratto un documentario, "Williams", uscito nel 2017 e disponibile su Netflix.

Fù l'anno in cui si rivelò il talento di Nigel Mansell e dove il pilota britannico perse il Mondiale per un problema alle gomme in Australia, favorendo di fatto Alan Prost su McLaren, il quale beffò i due piloti Williams pur avendo una macchina inferiore. La sconfitta ha dell'incredibile, se si considera che le FW11 vinsero largamente il Mondiale Costruttori con ben 9 vittorie nei Gran Premi. Piquet si aggiudicò le tappe in Brasile, Germania, Ungheria e Italia, mentre Mansell vinse in Belgio, Canada, Francia, Gran Bretagna e Portogallo. Da notare come il calendario di Formula 1 arriva ad avere la successione di gare che abbiamo anche oggi, con una parte centrale totalmente europea.

                                                                                                  

Quella del 1986 fù anche l'ultima volta, in cui la Williams (anche a causa della mancanza di Frank), non intervenne direttamente nella disputa tra piloti interni, dal 1987 in poi anche con due top driver, la scelta sarà sempre ben precisa. Williams che difatti dominò tutta la stagione. Piquet che vinse il suo terzo e ultimo titolo Mondiale piloti, si aggiudicò tre tappe (Germania, Ungheria e Italia), giungendo secondo in ben 6 Gp e un terzo posto in Portogallo, Mansell si piazzò alle sue spalle, vincendo ben 6 Gp (San Marino, Francia, Gran Bretagna, Austria, Spagna e Messico), ma con 4 ritiri e l'incidente occorso al britannico in quel di Suzuka in Giappone il quale gli impedì di correre le ultime due corse, permettendo a Piquet di aggiudicarsi il Mondiale.

Piccola nota a margine, a sostituire Mansell arrivò in Williams un certo Riccardo Patrese. Con l'italiano che da li in poi si legò alla Williams fino al 1992, quando arrivò secondo nel Mondiale piloti. In tutto Patrese con la Scuderia britannica ha vinto 4 Gran Premi (San Marino 1990 quella che il pilota considera la più bella della carriera, Messico e Portogallo 1991 ed infine Suzuka 1992), con ben 24 podi.

                                                                                                   

Williams 1992-1993 - dominio incontrastato

Nell'introdurre le FW14B e FW15C, bisogna partire ovviamente dal 1989, anno dell'accordo durato ben 8 anni e tanti successi, con la Renault come fornitore motoristico. La combinazione tra la potenza del motore francese e le innovazioni telaistiche apportate dall'ingegnere britannico Adrian Newey, con Patrick Head come Direttore Tecnico, portano la Williams, dopo l'esperienza con i motori Judd e il dominio Prost-Senna con la McLaren-Honda, in pochi anni a dominare letteralmente il circus. Per molti all'epoca, le Williams FW14B e FW15C con cui Mansell nel 1992 e Prost nel 1993 vinsero i rispettivi Mondiali piloti furono le più avanzate auto che avessero mai corso in Formula 1. Per tutte le caratteristiche tecniche rimando al pezzo scritto dal Guerin Sportivo il 18 Aprile del 2019, dal titolo "L'auto venuta da un altro pianeta". Per capirne l'importanza, mi limito a sottolineare i risultati raggiunti in quel Mondiale e nella sua evoluzione nel Mondiale successivo.

                                                                                                            

Anno 1992, Nigel Mansell e Riccardo Patrese come piloti, 9 le vittorie di britannico, che vince il suo primo e unico Mondiale di Formula 1 da padrone incontrastato. Mancando il successo in sole sei occasioni, Monaco, Canada, Ungheria, Italia, Giappone (dove vinse Patrese), Australia e Belgio (dove vinse il suo primo Gran Premio in Formula 1, un giovane promettente di Kerpen, al volante di una Benetton, il quale sarà l'unico fino al 1997 a lottare e per due anni battere le Williams), ben 6 doppiette, una vittoria per Patrese, 21 podi, 15 Pole Position e 11 giri veloci. 164 i punti conquistati nel Mondiale Costruttori, vinto con 65 punti di vantaggio sulla McLaren.

 

Anno 1993, Mansell vola in IndyCar dove vincerà il Mondiale, diventando uno dei pochi ad aver trionfato sia in Formula 1 che negli USA, in Williams arriva Alan Prost, dopo l'anno sabbatico per vincere il quarto e ultimo titolo Mondiale della sua carriera (che terminerà proprio dopo questa stagione). Alla guida della seconda vettura, dopo l'addio di Patrese, che si accasa in Benetton diventando compagno di Schumacher, arriva un giovane Damon Hill, figlio di Graham Hill, fino ad allora collaudatore per la scuderia. Prost vince 7 Gp (Sudafrica, San Marino, Spagna, Canada, Francia, Gran Bretagna e Germania) con a corollario due terzi posti e tre secondi posti. Damon Hill trionfa in Ungheria, Belgio e Italia, aggiudicandosi i primi tre Gp della sua carriera, con 7 podi a corredo. La Williams si conferma Campione del Mondo Costruttori con ben 168 punti, il doppio della McLaren-Ford arrivata seconda (con Senna e Schumacher, come unici veri avversari).

 

Williams 1994-95 - il duello Hill-Schumacher

Raccontare queste due stagioni, introdotte tra le righe precedenti, porta inevitabilmente a confrontarsi con quanto accadde il 1° Maggio 1994, l'incidente mortale in quel di Imola, Gp di San Marino, occorso ad Ayrton Senna, da poco accasatosi in Williams. Quel Mondiale è per forza di cose inevitabilmente condizionato, con cause, processi arrivati in seguito e quindi sentenze che hanno portato alla luce numerose anomalie nell'atteggiamento sia della Williams che della Federazione. Con assoluzione nel 2007 a chiusura di un lungo iter giudiziario sia di Frank Williams, che di Adrian Newey mentre Patrick Head verrà riconosciuto colpevole con reato estinto in prescrizione. Ma questa è tutt'altra storia.

Al posto di Senna viene promosso un giovane David Coulthard, mentre Damon Hill corre con curioso numero 0. Schumacher vince le prime 4 gare con la sua Benetton-Ford, per Damon Hill ci vorrà la Spagna per aggiudicarsi il primo Gran Premio e grazie anche alla squalifica comminata a Schumacher (rispettivamente Gran Bretagna e Belgio), l'inglese può rimontare, vincendo tre appuntamenti di fila nella fase clou, Belgio, Italia e Portogallo, oltre al penultimo Gp in quel di Suzuka, con il tedesco secondo. Si arriva al famoso ormai Gran Premio d'Australia ad Adelaide, l'incidente tra i due, le polemiche, Schumacher Campione del Mondo. Williams che si aggiudica comunque il Mondiale Costruttori (terzo consecutivo)

 

Peggio per la Williams, andò nell'anno seguente, il 1995 in cui Schumacher fece il bis nel Mondiale piloti, con la Benetton che la stessa fornitura di motori Renault della Williams, aggiudicandosi 11 Gp (9 con Schumacher, record condiviso con Mansell fino al 2004, poi battuto dallo stesso tedesco con 13 ed eguagliato da Vettel) e 2 con Johnny Herbert, mentre le Williams vinsero 5 Gp (di cui 4 con Damon Hill e uno con Coulthard. Benetton che si aggiudicò entrambi i Mondiali.

Williams 1996-1997 - Hill-Villeneuve e gli ultimi trionfi

Altri due furono i trionfi targati Williams-Renault, che tornò al successo in entrambi i titoli iridati in un 1996, che portò all'approdo di Schumacher alla Ferrari (con Rory Byrne e Ross Brawn, particolare per nulla insignificante). Damon Hill vinse praticamente in solitudine il Mondiale, con avversario il compagno di Scuderia e altro figlio d'arte Jacquet Villeneuve, il quale in due vinsero 12 Gran Premi sui 16 stagionali (tre furono di Schumacher, uno di Olivier Panis in un appuntamento a Montecarlo diventato storico, in quanto Gran Premio con solo tre monoposto arrivate al traguardo). Damon Hill arrivò cosi all'agognato titolo Mondiale piloti, con alla guida della FW18, abbandonando il team a fine stagione (andò alla Arrows e infine alla Jordan, prima di ritirarsi nel 1999).

 

L'anno seguente è quello ormai famoso per il duello Schumacher - Villeneuve, una Ferrari tornata finalmente competitiva per il Mondiale, dovrà attendere ancora qualche anno per veder realizzati i suoi sogni (tre per l'esattezza, ci vorrà il 2000 per iniziare il ciclo rosso) e il finale è da dimenticare, con l'incidente tra i due e il titolo Mondiale che vola verso Villeneuve. L'episodio dell'incidente tra Schumacher e il canadese avrà degli strascichi, tanto che l'11 novembre dello stesso anno la FIA squalificherà il pilota tedesco eliminandolo dalla classifica, conservando punti e vittorie. Villeneuve si aggiudica 7 Gp, con Heinz-Harald Frentzen che ne aggiunge uno, per il titolo costruttori, portando la Williams a diventare la prima Scuderia ad arrivare a 9 Mondiali, superando proprio la Ferrari, che in seguito dal 1999 al 2008 si porterà a 16, record tutt'ora imbattuto).

 

La FW17 fù anche l'ultima vettura disegnata da Adrian Newey, che a Marzo dello stesso annò si accordò con la McLaren, con cui nel 1998 e 1999 aggiunse altri due titoli Mondiali con Hakkinen (uno Costruttori), mentre successivamente con la Red-Bull motorizzata Renault arrivò ad altri 4 Mondiali di fila, in entrambe le categorie. La Renault dal 1998 si disimpegnò momentaneamente dalla Formula 1 (salvo tornare acquistando la Benetton nel 2002 e arrivare con Briatore e Alonso ad altri due titoli Mondiali in prima persona, mentre i 4 targati Red-Bull sono come fornitore di motori).

Poche sono state a dire il vero le soddisfazioni da allora, dai motori Mecachrome del 1998 (derivati Renault) e Supertec del 1999, fino al matrimonio poi man mano naufragato con la BMW, che pure ha portato i migliori risultati negli ultimi 20 anni, con un Ralf Schumacher certamente non all'altezza del fratello e un Juan-Pablo Montoya che nel 2001 portarono la Scuderia di Grove a vincere 4 Gran Premi, mentre la stagione migliore è quella del 2003 (altri 4 Gran Premi, di cui 2 con Ralf Schumacher e 2 con Montoya), con il secondo posto nel Mondiale Costruttori). Nel 2007 arriva invece la Toyota, mentre tra il ritorno momentaneo di Renault e l'ultimo periodo con la Mercedes, dal 2014 ad oggi il declino è stato sin troppo veloce. L'ultima vittoria è datata 2012 con il venezuelano Pastor Maldonado in Spagna.

Le notizie di questi ultimi giorni, come lo stop immediato della partnership con la ROKiT e le voci di vendita, danno un senso di malinconia, per la Scuderia di Sir Frank e per quello che è stata, una parte fondamentale e storica della Formula 1. La terza Scuderia più vincente di tutti i tempi, con monoposto che hanno lasciato più di un segno, per visionarietà e capacità in pista.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Fabrizio Consalvi

Chi l'ha detto che per entrare nella storia della Formula 1, bisogna essere per forza dei cannibali, centrare record e vincere un titolo dopo l'altro. Dopo tutto non tutti hanno il talento innato di Lauda e Senna, oppure l'ossessiva mentalità vincente di Schumacher e in ultima istanza Lewis Hamilton. A volte il semplice talento deve essere unito all'intelligenza del pilota, la capacità farsi trovare al posto giusto al momento giusto e soprattutto di unire insieme al potenziale della monoposto, le proprie abilità di pilota, in questo caso costruite nel tempo. Parlare della carriera di Mika Hakkinen porta a confrontarsi con tutto questo, arrivato in Formula 1 a piccoli passi, imparando da Ayrton Senna nella sua parte finale di carriera in McLaren. Scuderia che a metà degli anni '90 stava man mano cambiando pelle e quindi livrea, dal bianco-rosso Marlboro che nell'immaginario collettivo porta ai duelli di fine anni '80, all'argento Mercedes. Per essere ricordato dalla storia, come l'unico, Villeneuve e Alonso a parte, capace di battere sua maestà Michael Schumacher e la Ferrari, il tutto prima che la rossa diede il via al proprio quinquennio d'oro, dove come accade oggi per la Mercedes, gli avversari vengono sgretolati uno dopo l'altro.

Mika Hakkinen - l'approdo in Formula 1 e l'arrivo in McLaren

Avvicinatosi al mondo dei motori sin da piccolo, ovviamente grazie al kart, Mika Hakkinen fà il suo debutto con una monoposto nel 1987 in Formula Ford 1600, vincendo il titolo al primo tentativo per somma di punti, in un campionato composto da piloti nordici. Due sono invece i titoli vinti con il team Dragon, dal GM Opel Lotus Series al British GM-Vauxhall Series. Da li il passaggio in Formula 3, sempre alla guida di una Dragon, motorizzata Toyota, con risultati migliori in una pole position e un successivo secondo posto a Brands-Hatch. Il titolo in Formula 3 britannica arriva nel 1990 West Surrey Racing-Mugen Honda, primo posto con 126 punti davanti al connazionale Mika Salo. Da astro nascente come Michael Schumacher (i primi duelli tra i due risalgono in questi anni). In Italia lo si scopre a Imola nel settembre 1990 e dall’Inghilterra è arrivato anche il dominatore della serie locale, un certo Mika Hakkinen. Alla guida di una Dallara vince il Gran Premio senza problemi.

                                                                                                         

Un Manager come Keke Rosberg (Campione con la Williams) e padre di Nico futuro Campione del Mondo ma con marchio Mercedes. Il primo contratto arriva con la Lotus e l'approdo in Formula 1 è datato 1991, debutto assoluto nel Gran Premio degli Stati Uniti (precisamente a Phoenix, mentre Indianapolis nel 2001 è il teatro della sua ultima vittoria in F1), mentre i primi punti arriveranno ad Imola, con un 5° posto nell'allora GP di San Marino. Score nettamente migliorato nell'anno successivo, il 1992 che vede Mansell diventare Campione del Mondo su Williams e il giovane Hakkinen conquistare 11 punti totali, frutto di due quarti posti in Francia e Ungheria, con sei piazzamenti. Da li l'interessamento di Ron Dennis, team-principal e capo storico della McLaren.

L'ingaggio è come collaudatore, con Ayrton Senna e Michael Andretti come piloti ufficiali per il 1993. Da qui l'inizio di un rapporto praticamente unico, che porterà a due titoli Mondiali e al ritiro, come uomo McLaren più di chiunque altro (Senna a parte) e infine come uomo Mercedes. Quando deciderà nel 2001 di ritirarsi dalla Formula 1, il suo "erede" sarà inizialmente Raikkonen, ma sarà soprattutto Hamilton a prendersi quel testimone, che riporta il tutto ai nostri giorni. Quando, dopo il GP di Monza, Ron Dennis decide di appiedare Andretti, Hakkinen comprende che è arrivata la sua occasione. Da collaudatore a pilota ufficiale. All'esordio sull'allora McLaren Ford arriva un terzo posto alle qualifiche del Gran Premio del Portogallo, meglio di Senna, ma con ritiro per incidente in gara. In Giappone arriva il primo podio della carriera, dietro al brasiliano e a Prost, allora su Williams dove chiuderà con il 4° titolo del Mondo la sua carriera. Nell'ultima gara in Australia ecco un ritiro per guasto tecnico, ma è li che arriva il soprannome "finlandese volante". quando Mark Sutton, fotografo inglese, immortala la sua MP4/8 librarsi in aria dopo aver preso un cordolo e Hakkinen, la autografò divertito esclamando: “Look at there! It’s a flying finn!”.

                                                                                                         

Dai motori Ford ai motori Peugeot, si arriva al 1994 dove Hakkinen con l'addio di Ayrton Senna passato alla Williams diviene prima guida. 26 sono i punti raccolti con 6 arrivi a podio, il primo di quali a Imola nel giorno della morte del pilota brasiliano. Nonostante un motore spesso inaffidabile il risultato finale sarà un 4° posto, dietro al nuovo Campione del Mondo Schumacher, Damon Hill e Gerhard Berger su Ferrari. Nota positiva della stagione fu il 2° posto ottenuto in Belgio.

Mika Hakkinen - l'incidente e il coma

Il 1995 vede l'inizio della collaborazione, che nel tempo sarà sempre più stretta con la Mercedes (rapporto che per durerà fino al 2014 e che riprenderà dal Mondiale 2021, con prima un passaggio alla Honda fallimentare e un odierno motore Renault, che sarà sulle monoposto McLaren per la stagione 2020 che partirà il 5 Luglio in Austria, ma questa è un'altra storia). A fine anno i punti conquistati dal finlandese furono 17, in particolare grazie ai due secondi posti a Monza e a Suzuka. Durante le prove dell'ultimo appuntamento, ad Adelaide in Australia, Hakkinen ebbe un gravissimo incidente durante le prove libere del venerdì a causa di un'improvvisa foratura dello pneumatico posteriore sinistro. Il pilota finlandese entrò in coma, rimandendovi per due giorni. I medici riportarono una frattura alla base del cranio. Il risveglio avvenne il 12 Settembre, con alcuni giorni in terapia intensiva, sotto sedativi. Ron Dennis lo cura, Norbert Haug, ne segue la convalescenza. Il recupero è comunque veloce e il pilota finlandese sarà perfettamente ai nastri di partenza per il Mondiale del 1996, dove conquista 31 punti finali e la 5° posizione in classifica piloti, dietro il Campione del Mondo Damon Hill e al compagno di scuderia Jacquet Villeneuve, Schumacher e Alesi. E' nel '96 che in McLaren arriva come secondo pilota l'ex Williams David Coulthard, mentre miglior risultato sarà un 3° posto a Monza.

 

McLaren - l'arrivo di Newey e i trionfi

Il cambio di passo parte dal 1997, anno in cui inizia ufficialmente il legame tra il progettista Adrian Newey e la Scuderia inglese, dopo l'addio alla Williams (lasciata comunque con 2 titoli Mondiali consecutivi, 1996 con Hill e 1997 con Villeneuve) il cui rapporto inizio ad incrinarsi dal dopo Senna in poi. Il lavoro in McLaren si concentrerà soprattutto sullo sviluppo della vettura per il 1998, ma già nel Mondiale 1997 la Scuderia inglese da evidenti segnali positivi, con 3 GP vinti (due da Coulthard), di cui l'ultimo a Jerez. Il finlandese vince con un ordine di scuderia. Dove fino a quel momento, aveva aiutato lo scozzese. Fra i due i rapporti sono ottimi, ma quando parte il Mondiale '98 le gerarchie vengono stabilite definitivamente, con Hakkinen cresciuto a tal punto da diventare per due anni la vera e unica bestia nera del ferrarista. Due stagioni, in cui la sua McLaren è stata la migliore monoposto in assoluto, in cui specialmente la prima (MP4/13), prima vera auto interamente disegnata dal genio di Newey divenne un qualcosa di inarrivabile. L'inizio del Mondiale '98 è stato poi francamente un brusco risveglio per tutti, dalla vittoria di Villeneuve (ultimo targato Williams), ci si ritrova con una McLaren a tratti imprendibile, con buona pace di una Ferrari che dovrà attendere altri due anni, prima del sorpasso definitivo.

Due vittorie consecutive, praticamente in solitaria sia a Melbourne (dominando dalle qualifiche alla gara, con doppietta finale), sia in Brasile con un'altra doppietta, un secondo posto in Argentina e un solo ritiro nelle prime cinque gare (a Imola), con trionfo in Spagna e che sancì la prima vera fuga del Mondiale. Hakkinen in vetta con 36 punti, 7 di vantaggio su Coulthard e soprattutto 12 su Schumacher e vittoria a Montecarlo. Un solo problema caratterizzava francamente quella McLaren, la poca affidabilità del motore, in condizioni di surriscaldamento. In Canada arriva difatti un doppio ritiro, mentre in Francia ci fù la prima doppietta Ferrari dal 1990. La rossa di Schumi trionfò anche a Silverstone, per un duello che da questo punto, arriva fino a Suzuka. Dopo una doppietta in Germania, l'affidabilità colpì di nuovo il finlandese in Ungheria, mentre è in Belgio che arrivò la vera svolta della stagione. Con Hakkinen subito fuori a causa di un incidente al via con Herbert e sotto una pioggia battente, Schumacher prese il comando e cominciò a guadagnare parecchi secondi sugli inseguitori, fino a quando, al ventiseiesimo giro, non si ritrovò davanti David Coulthard. L'episodio ormai divenuto famoso fù una battuta d'arresto pesante in casa Ferrari, ma in Italia una doppietta delle rosse, portò all'aggancio in vetta, Hakkinen e Schumacher entrambi a quota 80 punti.

 

Due i Gran Premi decisivi, prima in Lussemburgo con vittoria di Hakkinen e secondo posto del tedesco, che porta il finlandese a Suzuka con i famosi 4 punti di vantaggio. L'epilogo è ormai storia, con alla seconda partenza lo stop di Schumacher per problemi alla frizione e la retrocessione in fondo al gruppo. Schumi diede vita poi ad una rimonta fino al 3° posto e all'esplosione della gomma posteriore destra, causata dai detriti lasciati da una precedente collisione tra Tuero e Takagi. In totale Hakkinen vinse 8 GP, segnando 9 pole position e diventando Campione del Mondo per la prima volta, battendo Schumacher su una delle piste più difficili del Mondiale.

L’anno seguente il copione si ripete, ma da Silverstone in poi il rivale sarà Eddie Irvine. In Gran Bretagna infatti arrivò l'incidente quando Schumacher, partito male dalla prima fila (era quarto in quel momento) nel tentativo di recuperare sul compagno e sulle due McLaren esce dritto alla curva Stowe riportando la frattura di tibia e perone della gamba destra. Anche con Irvine la lotta è senza esclusione di colpi, ma sempre corretta. In Ferrari intanto arriva il connazionale Mika Salo, mentre in Austria un errore di David Coulthard, porta le due McLaren al secondo e terzo posto, con vittoria di Irvine. Problemi che continuano in Germania, con doppietta Ferrari che porta al sorpasso nel Mondiale piloti. Irvine resta in vetta anche dopo il successivo Gran Premio d'Ungheria, ma in Belgio un secondo posto di Hakkinen dietro Coulthard porta al contro-sorpasso. Il Mondiale passa alla storia per il ritorno di Schumacher in Malesia (con doppietta Ferrari e un Irvine trascinato dal tedesco) e per il finale come sempre a Suzuka, in cui Irvine manifesta problemi sin dal venerdi, mentre Hakkinen brucia alla partenza Schumacher, involandosi verso il secondo titolo consecutivo. Gli sono bastate cinque vittorie, anche se ha ottenuto 11 pole position.

 

Mika Hakkinen - il sorpasso e l'addio

La stagione 2000 vede il duello feroce fra i due e il sorpasso più bello, entrato ormai nella storia delle corse. Succede in Belgio. Schumacher è in testa ma mentre l’asfalto si asciuga, la McLaren di Hakkinen rimonta, in mezzo la BAR di Zonta (che assiste praticamente da testimone). Schumacher si butta a sinistra, tenendo la traiettoria migliore. Zonta si sposta per agevolare il doppiaggio quando vede arrivare lanciatissimo Hakkinen. Zonta tra i due e il finlandese davanti dopo la curva del Raidillon. E' l'ultima vittoria dei 4 Gran Premi, in cui Hakkinen chiude la stagione 2000, quella che segna di fatto il passo, con la Ferrari di Schumacher ad ottenere un titolo piloti, che a Maranello mancava dal 1979. La rossa vincerà anche il titolo costruttori, dando il via ad un dominio incontrastato, lungo 5 anni.

 

E' questo probabilmente il culmine della carriera del finlandese, che già all'inizio del 2001 comprende sia arrivato il momento di staccare la spina. Lasciare al termine del periodo migliore della propria vita sportiva è un lusso, che veramente in pochi hanno il coraggio di capire. Altri due successi comunque, prima dello stop definitivo, in Inghilterra e a Indianapolis, prima di lasciare strada al connazionale Kimi Raikkonen. In F1 il Hakkinen vanta 2 titoli Mondiali, 161 GP, 26 pole position, 20 vittorie, 24 giri più veloci in gara e 420 punti conquistati, 83 arrivi a punti e 39 partenze in prima fila. Ma soprattutto come l'unico in grado di battere sua maestà Schumacher per ben due volte (ci riuscirà poi Alonso, ma nella parte finale della carriera in rosso del tedesco). Un campione gentiluomo, fatto di poche parole, talento quanto basta e la capacità di saper prima imparare dai migliori (Senna) e poi di attendere il momento giusto per imporsi.

 

 

Fabrizio Consalvi

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