Alessandro Grandoni

Alessandro Grandoni

Direttore Responsabile, Giornalista Pubblicista dal 2005, ha collaborato con varie testate giornalistiche e diretto, tra le altre, il portale www.calcionazionale.it

E’ la stagione dei blucerchiati, probabilmente l’ultimo scudetto vinto da una formazione non abituata a farlo e non partita con i favori del pronostico nel campionato italiano.

La Samp di quegli anni non è una sprovveduta, è una formazione che ha fatto la gavetta portando a casa diverse coppe, tra cui spicca la Coppa delle Coppe del 1990. Il campionato, però, è anche quello del dopo mondiale, una competizione che non ha certo sorriso ai campioni doriani, con Mancini mai preso in considerazione e Vialli che ha patito l’esplosione di Schillaci, con un Mondiale fatto di delusioni e infortuni.

In panchina c’è sempre lui, Vujadin Boskov, che ha preso la squadra qualche anno prima e che ora sembra essere il vero padrone di questa squadra, l’uomo capace di mettere insieme e far amalgamare un gruppo fatto di campioni e di comprimari disposti a sacrificarsi l’uno per l’altro.

 

Sampdoria 1990-91: la Campagna Acquisti

 

Il mercato non è di quelli scoppiettanti, ma la società del compianto Paolo Mantovani, padre, pesca quello che serve. A centrocampo arriva il russo Oleskij Mychailycenko mentre in attacco, per dare il cambio ai gemelli del gol, c’è Marco Branca. Arriva anche l’esterno Ivano Bonetti, dal Bologna, mentre dalla formazione Primavera viene aggregato Dall’Igna, diciassettenne.

Il quadro in cui si inserisce questa Sampdoria vede diverse formazioni accreditate per la conquista del titolo. C’è il Napoli campione in carica di Maradona, reduce dalla delusione di Italia 90, con la coppia formata da Diego e Careca in avanti ed il giovanissimo Zola, c’è il Milan campione d’Europa con il trio degli olandesi, l’Inter di Trapattoni che parla il tedesco con Matthaus, Brehme e Klinsmann, e la rinnovata Juventus affidata a Maifredi, con la coppia della nazionale Baggio – Schillaci in avanti, ed i giovani Casiraghi e Di Canio pronti a dar manforte. Più indietro la Roma di Ottavio Bianchi.

 

Scudetto Sampdoria 1991 - Boskov e Mantovani
Il Presidente Paolo Mantovani e l'allenatore Boskov

 

Boskov disegna la sua squadra con un consueto 4-4-2, in porta c’è il giovane e futuro portiere della Nazionale Gianluca Pagliuca, in difesa Mannini e Vierchowood sono i due marcatori con Lanna nel ruolo di libero e Katanec sulla sinistra, a centrocampo Fausto Pari e Mychajlycenko sono i costruttori di gioco con il velocissimo Attilio Lombardo a destra e l’esperto Dossena a sinistra, mentre in avanti Vialli e Mancini sono i leader indiscussi della squadra. Tra i protagonisti ci sono anche Invernizzi, che siglerà la rete alla prima giornata contro il Cesena, il neo arrivati Bonetti e Branca, il difensore Luca Pellegrini e Toninho Cerezo, che scenderà in campo solo in 12 occasioni ma che segnerà la rete che darà probabilmente il via alla corsa scudetto doriana.

 

Sampdoria 1990-91: il cammino in campionato

 

La Samp parte bene, con qualche buona vittoria e un paio di pareggi di troppo, ma è alla settima giornata che la squadra di Boskov fa capire a tutti che quest’anno fa sul serio. A San Siro, contro il Milan, arriva il colpaccio, firmato Toninho Cerezo con il sorpasso ai rossoneri. E’ la gara della svolta, quella che da la consapevolezza ai doriani di poterci stare in questa lotta scudetto, magari approfittando dell’annata di transizione di molte formazioni.

 

Stagione 1990-91: Milan - Sampdoria 0-1 (Video)

 

Il Milan, persa la sfida, cede anche nel derby con l’Inter, mentre il Napoli di Maradona viaggia, clamorosamente, tra la zona retrocessione e la metà classifica. La Samp viaggia con il vento in poppa, Vince e convince, strapazza il Pisa e cala un poker sensazionale in casa del Napoli con le doppiette di Vialli, completamente ristabilitosi dagli infortuni, e Mancini. Il viaggio verso il tricolore, però, subisce un brusco stop  il 25 novembre del 1990, quando nel derby di Genova a sorridere sono i rossoblù di Osvaldo Bagnoli. E’ una sconfitta che lascia il segno, perché la Samp, pur rimanendo sempre in vetta insieme all’Inter, allenta un po’ il passo da qui fino alla fine del girone di andata.

Sono mesi difficili, conditi però dalla vittoria casalinga sull’Inter che sembra chiudere il periodo nero doriano. Il 30 dicembre i blucerchiati lasciano l’anno con un 3-1 convincente firmato, ancora una volta, dall’estro di Vialli (doppietta) e Mancini, e a poco serve l’acuto nerazzurro di Nicola Berti.

 

Stagione 1990-91: Sampdoria - Inter 3-1 (Video)

 

Sembra la rinascita, ma prima di chiudere l’andata la Samp cade, rovinosamente, altre due volte. Il 6 gennaio, in casa, sconfitta contro il Torino che passa con la doppietta di Bresciani (1-2), mentre la settimana seguente, a Lecce, ci pensa una rete di Pasculli a fermare i doriani (1-0). Il pareggio per uno a uno all’ultima giornata d’andata contro la Lazio, con il vantaggio di Vialli e il pareggio di Ruben Sosa, non permette alla formazione di Boskov di festeggiare il titolo di campione d’inverno, che va all’Inter di Trapattoni con due lunghezze di vantaggio. L’inizio del girone di ritorno della Sampdoria, però, spazza via ogni dubbio.

Cinque vittorie nelle prime cinque giornate, battendo nell’ordine Cesena, Fiorentina, Bologna, Juventus e Parma senza subire alcuna rete, un cammino praticamente perfetto che rimette, i doriani, in cima ai candidati per la conquista dello scudetto. Il girone di ritorno, che incoronerà la Samp, è soprattutto la parte del campionato dove i doriani non lasciano scampo a nessuna delle altre big. Il 10 marzo è il turno del Milan di Arrigo Sacchi, piegato per due a zero dalle reti di Vialli e Mancini mentre il 24 dello stesso mese è un altro poker, ancora al Napoli, a far parlare doriano il campionato italiano. Ancora un 4-1, stavolta con le reti di Cerezo, Vialli (2) e Lombardo con Maradona che sigla il gol della bandiera ospite. Sarà, però, anche l’ultima grande sfida giocata da Diego in Italia, perché di li a poco risulterà positivo alla cocaina, prendendosi una squalifica di 15 mesi che lo farà emigrare in Spagna, dove giocherà con il Siviglia.

La cavalcata della Samp prosegue, il derby di ritorno si chiude sullo zero a zero con la Samp che batte anche Roma e Bari e si presenta il 5 maggio 1991, a San Siro, in piena forma alla partita scudetto. C’è l’Inter di Trapattoni e dei tedeschi ad attendere i blucerchiati, il Milan è indietro con la Juventus di Maifredi in netta difficoltà (a fine torneo arriverà settimana, fuori dall’Europa). Boskov si affida ai suoi fedelissimi, con Cerezo in mezzo al campo al posto del sovietico e Invernizzi e Pellegrini in difesa. L’Inter tiene, prova il colpaccio, ma questa Samp è troppo forte e solida, passa in vantaggio con Dossena nella ripresa e raddoppia con Vialli nel finale.

 

Stagione 1990-91: Inter - Sampdoria 0-2 (Video)

 

E’ la vittoria che, di fatto, consegna virtualmente lo scudetto alla Samp, anche se per la matematica c’è ancora da attendere. Il pareggio sul campo del Torino rallenta momentaneamente la corsa della truppa di Boskov che però, il 19 Maggio 1991, in casa contro il Lecce, può festeggiare. Serve una vittoria per la matematica conquista del titolo, è la penultima giornata. I salentini non oppongono una grandissima resistenza, bastano solo due minuti alla Samp per incanalare lo scudetto, ci pensa Cerezo a siglare l’uno a zero, raddoppia Mannini al 13’ e Vialli sigilla il tre a zero al 29’. In mezz’ora la Samp chiude la pratica, vince la partita e riesce nella straordinaria impresa di vincere il primo, e unico, scudetto della sua storia.

 

Stagione 1990-91: Sampdoria - Lecce 3-0 (Video)

 

Rimarrà un tricolore storico, probabilmente l’ultimo di un calcio romantico dove anche una formazione che non rientra tra le big del torneo, riesce nell’impresa di battere tutti.

E’ una squadra che rimarrà nella storia doriana e in quella del campionato italiano. Sarà il successo di Vialli e Mancini, di Vujadin Boskov e del presidente Paolo Mantovani, che se ne andrà dopo pochi anni.

La Samp 1990-91 è una squadra che fa sognare, e che farà divertire anche nella stagione seguente, quando i doriani si lanceranno all’assalto della Coppa dei Campioni, ma questa è un’altra storia…

Alessandro Grandoni

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Stagione 1990-91: la storia del campionato

Genio e sregolatezza, la perfetta sintesi dell’asinello, “El Burrito”, Ariel Ortega. E’ un dieci, argentino, e già questo basta per avere su di se tutte le pressioni del mondo in una nazione che all’inizio degli anni novanta cerca invano l’erede di Diego. Ariel è un’adolescenza difficile, il calcio è la sua valvola di sfoga, ed il pallone prova a farlo diventare uomo prima del previsto. Ha solo diciassette anni quando il River Plate, la squadra della sua vita, lo fa esordire in Prima Divisione a soli 17 anni. E’ il classico fantasista di quel periodo, fuori dagli schemi per professione, capace di incendiare il pubblico con i suoi pallonetti e i suoi dribbling. Il River lo accoglie, il pubblico inizia ad amarlo e lui ricambia, perché dopo l’esordio nella stagione successiva mette insieme 22 presenze e tre gol.

 

La Carriera di Ariel Ortega

 

Si comincia a parlare di lui anche oltre confine, Ortega si prende la squadra e tra il 1991 e il 1994, con Passarella in panchina, vince tre titoli d’Apertura. Il 1994 è un anno che il Burrito non dimentica facilmente. Il 30 Aprile si gioca probabilmente la partita più importante della sua carriera. E’ il clasico d’Argentina, il River è ospite del Boca, dove non vince da otto anni. La coppia d’attacco dei biancorossi è formata da Ortega e Valdanito, all’anagrafe Hernan Crespo. Ariel è in palla e sigla il gol dell’uno a zero, su assist di Crespo, con il futuro centravanti di Parma e Lazio che firma il due a zero finale. Sarà una giornata storica, ma non solo per vicende di campo. A fine partita una sparatoria costerà la vita a due tifosi del River, il calcio è anche questo in Argentina. Le sue prestazioni, però, non passano inosservate e Ortega si guadagna da giovanissimo una maglia per il Mondiale del 1994 negli Usa, che tutti gli argentini ricorderanno purtroppo per l’efedrina di Diego, e non per le prestazioni dell’albiceleste. La strada verso il successo, però, è tracciata. La seconda giornata che Ariel Ortega e tutti i suoi estimatori non dimenticano è quella del 26 Giugno del 1996.

 

Ariel Ortega, gol, magie e assist in Carriera

 

Si gioca la finale di ritorno della Libertadores contro l’America de Cali, che ha vinto l’andata per uno a zero. E’ il River di Ramond Diaz allenatore, di Crespo e Ortega, ma anche di Francescoli, Sorin, Almeyda e Gallardo, non certo gli ultimi della classe. Pronti via e il River mette la quarta. Almeyda si guarda intorno e pesca Ortega sulla destra, corsa in solitaria e cross al centro per Crespo che di interno destro mette in rete. Nella ripresa è sempre il Burrito protagonista, azione personale, il portiere esce per arginarlo, sbaglia il rilancio, Escudero pesca Crespo per il due a zero. E’ l’apoteosi del River, è il giorno in cui Ortega capisce che può prendersi l’Argentina e il mondo del calcio, ma sarà forse anche l’ultimo nel quale tutti possono sognarlo come l’erede di Diego, perché da li in avanti, delle fattezze del Pibe de Oro, avrà veramente poco.

Dall’Argentina alla Spagna il passaggio è quasi obbligato, la lingua aiuta, ma il Valencia non si rivelerà la scelta migliore. In panchina c’è un italiano, Claudio Ranieri, che ha iniziato a girare il mondo ma che vede ancora un calcio schematico, ed il Burrito in questo non riesce proprio a starci. Gioca ma non si prende mai con il tecnico, a cui rinfaccia sulle pagine dei giornali di averlo deluso per avergli fatto credere di giocare titolare e poi averlo spedito in panchina. E’ la goccia fa traboccare il vaso, che lancia Ortega via dalla Spagna.

Le sue giocate hanno però lasciato il segno, 9 gol in 29 partite sono un ottimo biglietto da visita per chi, ai Mondiali del 1998 in Francia, si presenta con il dieci sulle spalle. Sarà la migliore esibizione di Ortega in campo internazionale ma, come sempre, sarà gioia e dolore, genio e sregolatezza, come sempre nella sua carriera. Fornisce tre assist, due a Batistuta, contro Giappone, Croazia e Giamaica, in quest’ultima sfida si toglie lo sfizio di segnare una doppietta. E’ in campo, da protagonista, nella vittoria storica contro l’Inghilterra del golden boy Owen e dell’espulsione di Beckham. Sarà un proprio un cartellino rosso, però, a segnare la fine dell’esperienza argentina, contro l’Olanda di Bergkamp, che ai quarti fa fuori l’Argentina con Ortega costetto agli spogliatoi all’87’ per una testata a Van der Saar.

 

Ariel Ortega con la maglia della Sampdoria
Ariel Ortega con la maglia della Sampdoria

 

Il Mondiale è alle spalle, e Ortega è pronto per l’esperienza in Italia, nell’epoca in cui i grandi del mondo vengono a misurare le loro qualità. Non è una formazione di primissimo piano a sceglierlo, è la Sampdoria lontana dai fasti di Vialli e Mancini, con ques’ultimo da poco alla Lazio. I doriani sborsano la bellezza di 23 miliardi per assicurarselo, è chiamato a innescare Vincenzo Montella anche se l’aereoplanino starà spesso fuori per infortunio.

 

Il gol di Ariel Ortega in Sampdoria - Inter 4-0

 

La sua stagione, come la sua vita calcistica, è tutto un alti e bassi. Lui segna 8 reti in 27 partite, a volte sparisce dal campo, altre incanta come il pallonetto in occasione del 4-0 all’Inter. La Samp, però, sprofonda. Con Spalletti in panchina, ma senza Montella in campo, scende in classifica, il tecnico dei toscani viene rilevato da Platt, che dopo poche giornate rassegna le dimissioni, torna Luciano ma non riesce a salvare la squadra. Ortega sembra il ritratto perfetto di quella squadra, imprevedibile, di talento, ma che manca nel momento decisivo, quando occorre abbinare la concretezza alla fantasia. La Samp retrocede, ma Ortega trova presto una nuova formazione che vuole scommettere su di lui.

 

Ariel Ortega con la maglia del Parma
Ariel Ortega con la maglia del Parma

 

28 miliardi nelle casse doriane e Ariel fa le valigie per approdare al Parma, in una squadra che in quel momento è una delle migliori d’Italia. Prende, nell’immaginario collettivo, il posto di Veron, altro argentino, passato alla Lazio. In panchina c’è Malesani, non si può non parlare di calcio offensivo, ma Ortega non è uno dei protagonisti principali di quel Parma. Non gioca sempre, e quando lo fa non incide come vorrebbe. Alla fine dell’anno saranno solo 19 presenze e tre gol, troppo poche per uno che pochi anni prima era considerato l’erede di Diego. Inizia, da qui, una fase particolare della carriera di Ortega, sempre in bilico tra la resurrezione e lo smarrimento totale. Torna in Argentina, la sua patria, ancora al River Plate, dove ritrova il campo e i gol. Saranno 23 in 56 partite, tanti per un trequartista che si guadagna cosi il pass per il terzo mondiale della sua carriera, quello in Giappone e Corea del 2002. E’ un Argentina che parte con i favori del pronostico, per i giocatori e per il tecnico, Marcelo Bielsa, ma sarà una di quelle esperienze che i tifosi faticheranno a dimenticare. L’Argentina esce nel girone, e Ariel non assaggia neanche lontanamente il campo salutando, dopo qualche mese, la selezione che ritroverà solo per un’amichevole contro Haiti nel 2010, quando si consuma il suo addio.

 

Ariel Ortega con la maglia dell'Argentina
Ariel Ortega con la maglia dell'Argentina

 

La disfatta porta il Burrito a partire, ancora. Se ne va in Turchia, ed è facile immaginare che non si tratti di una grande scelta. Con il Fenerbahce gioca 14 gare e segna 5 gol, poi nel corso di un raduno della nazionale torna in patria e non si fa più vedere. Il club lo denuncia alla Fifa, lui si prende 10 milioni di dollari di multa e smette con il calcio per un po’. Nel 2004 torna Ortega, e lo fa ancora in Argentina, stavolta con la maglia del Newell’s Old Boys. Con il pallone tra i piedi Ortega è sempre Ortega, porta la squadra a vincere, dopo 12 anni, un torneo di Apertura tra protagonista con 5 gol in 24 presenze, si ripete anche la stagione successiva, ed il suo score convince il River, la sua squadra, che si può ancora puntare sul Burrito. Altre due stagioni in biancorosso, dal 2006 al 2008, prima dell’addio definitivo dopo aver vinto un torneo di Clausura. La sua vita fuori dal campo inizia a mostrare le sue crepe, i problemi con l’alcool sono risaputi, il River lo scarica mandandolo in prestito in Seconda Divisione, poi torna prima di essere nuovamente ceduto all’All Boys e di chiudere la carriera, nell’agosto del 2012, con la maglia del Defensores de Belgrano.

Gioia e dolore, genio e sregolatezza, Ortega è uno dei classici rimpianti argentini, uno di quei giocatori che ti fa lustrare gli occhi per la classe immensa ma che porta con se anche tutta la rabbia per ciò che poteva essere e non è stato. Ci si innamora vedendolo giocare, ma ci si scotta anche, perché di talenti ne nascono pochi, e quando si perdono il dolore è ancora più grande.

Alessandro Grandoni

E’ la stagione della svolta, per la Serie A. Il campionato 1986-87 resta alla storia come il primo scudetto del Napoli ma anche come il primo vinto da una formazione del Sud. A quel campionato le squadre che vivono al di sotto di Roma e che partecipano alla Serie A sono solo due, Napoli e Avellino, e la formazione di Maradona riesce nell’impresa di aggiudicarsi il torneo battendo in volata Juventus e Inter.

Stagione 1986-87: il calciomercato e la rosa del Napoli

Ma andiamo con ordine. E’ il torneo del dopo Messico 86, il campionato del mondo che ha incoronato Diego Armando Maradona come il giocatore più forte del mondo, quello capace di vincere, quasi da solo, un titolo mondiale. Il Napoli, quindi, parte come una delle grandi favorite ma sono diverse le novità di quella stagione. La prima, anche per l’importanza che rivestirà in futuro, è l’arrivo come presidente del Milan di Silvio Berlusconi, che si presenta per l’occasione portando in dote dal calciomercato Giovanni Galli, Galderisi, Massaro e Donadoni, strappato alla concorrenza della Juventus dall’Atalanta per la cifra di 11 miliardi (con Liedholm in panchina). La Juventus divorzia dal Trap, che passa all’Inter con l’arrivo in nerazzurro di Daniel Passarella, la Fiorentina punta su Diaz e Di Chiara, la Samp sposa il progetto con Vujadin Boskov mentre la Roma prova a ringiovanirsi rispetto al passato.

Il Napoli viene dall’ottimo terzo posto della passata stagione, resta con Ottavio Bianchi in panchina ed aggiunge qualche pezzo importante in sede di mercato. Su tutti spiccano, per l’importanza che rivestiranno, gli arrivi del centrocampista Fernando De Napoli, dall’Avellino, e dell’attaccante Andrea Carvevale dall’Udinese.

 

Maradona, De Napoli e Carnevale all'inizio della stagione 1986-87
Maradona con i due nuovi acquisti, De Napoli e Carnevale, all'inizio della stagione 1986-87

Il Napoli che si presenta ai nastri di partenza è una squadra che schiera Garella in porta, in difesa ci sono Bruscolotti, Ferrario, Renica ed un giovanissimo Ciro Ferrara, a centrocampo Romano è affiancato da De Napoli e Salvatore Bagni, con l’estro di Diego Armando Maradona al servizio di due cannonieri importanti come Bruno Giordano, ex simbolo della Lazio, e Andrea Carnevale. Un ruolo importante, per l’esito del torneo, lo svolgeranno anche Volpecina, Caffarelli, Sola e Muro, con Raimondo Marino, Vigliardi e Di Fusco a fare piccoli apparizioni. La partenza è da urlo, uno a zero al Brescia con un super gol , neanche a dirlo, di Diego, che scarta tutti e mette il pallone sul secondo palo.

Campionato 1986-87: il cammino del Napoli Campione d'Italia

I partenopei però non prendono subito il largo, Milan e Inter inciampano, ma anche gli azzurri regalano qualcosa a Udinese (1-1 in casa) e Avellino (0-0). Maradona, però, è sui giornali anche per le vicende che riguardano la sua vita privata, il secondo figlio dalla moglie Claudia, ma anche quello che Cristina Sinagra chiama Diego Armando Junior, e che il Pibe de Oro non riconosce. Maradona non vuole parlare più con nessuno, minaccia di lasciare tutti, Napoli trema, ma intanto continua ad ammirare la sua classe, lo coccola, e lo fa suo. Il Napoli batte il Torino per tre a uno e la Samp per due a uno in trasferta.

I partenopei, nonostante un rigore di Maradona, non riescono a superare l’Atalanta al San Paolo ma sono le successive tre gare a fare del Napoli la candidata più accreditata per la conquista dello scudetto. A fine ottobre gli azzurri sono di scena a Roma, contro i giallorossi di Eriksson, ed è proprio un gol di Maradona a decidere la sfida. Sette giorni più tardi il Napoli gioca in casa dell’Inter di  Trapattoni, finisce zero a zero, ma è la gara seguente a fare la storia del campionato.

La Juve passa in vantaggio con Laudrup nella ripresa, ma il Napoli reagisce e nel giro di diciassette minuti, dal 73’ al 90’, ribalta il risultato vincendo alla fine per tre a uno con le reti di Ferrario, Giordano e Volpecina. E’ la vittoria che lancia il Napoli in testa alla classifica, una posizione che non lascerà più.

 

Campionato 1986-87: Juventus - Napoli 1-3

 

La squadra di Ottavio Bianchi è lanciata, vince 4-0 in casa con l’Empoli (doppietta di Carnevale, gol di Maradona e Bagni), pareggio zero a zero con Verona e Milan, a san siro, e vince in casa per due a uno con il Como con la doppietta di Caffarelli. Sembra il preludio ad una volata storica ma il 4 Gennaio 1987, a Firenze, gli azzurri cadono. Non basta Maradona, i viola con Diaz, Antognoni e Monelli riassestano il Napoli.

Sarà una sconfitta salutare. La squadra di Bianchi torna a essere una squadra imbattibile, e tra l’11 gennaio ed il 22 febbraio, in cinque gare, mette in fila cinque vittorie con 12 gol fatti e uno solo subito. E’ soprattutto la vittoria sul Torino, in trasferta, con la rete di Giordano all’84’ a dare al Napoli la convinzione che può davvero essere l’anno dello scudetto.

Le altre stentano, nella Juventus Platini sembra il lontano parente del calciatore ammirato nelle stagioni passate, il Milan di Berlusconi è ancora troppo acerbo, l’Inter di Trapattoni è solida, ma sembra mancare quel pizzico di imprevedibilità che Maradona garantisce al Napoli, mentre la Roma di Eriksson gioca bene ma manca in continuità. Il Napoli viaggia a vele spiegare fino al 15 marzo, quando in casa proprio contro la Roma i partenopei non riescono a sfondare il muro giallorosso, finisce zero a zero e sette giorni dopo per Carnevale e compagni c’è la trasferta in casa dell’Inter.  Il 22 marzo del 1987 il Napoli, però, si trova di fronte un super Walter Zenga, che dimostra di essere probabilmente il miglior portiere d’Europa in quel momento. Vince l’Inter uno a zero nel finale con il gol di Bergomi, la Roma sale e va a -3 ma il Napoli è duro a morire.

Una settimana dopo, al San Paolo, arriva la Juventus e la squadra di Maradona, per la seconda volta in stagione, fa capire chi è il più forte. Renica porta avanti i suoi, Serena pareggia a inizio ripresa, ma otto minuti più tardi ci pensa Romano, una delle anime della squadra, a siglare il definitivo 2-1. E’ un Napoli che va ancora a corrente alternata, che vince le grandi sfide ma si perde nei campi delle cosiddette provinciali. A Empoli, contro la neopromossa di Salvemini, alla prima apparizione in A, finisce 0-0, mentre sette giorni dopo il Verona mostra ancora lampi di grande squadra. Maradona e i suoi cadono per tre a zero sotto i colpi di Pacione, Elkjaer e l’autogol di Renica.

L’Inter di Tarapattoni non molla, vince ad Avellino e torna a soli due punti dalla capolista. A questo punto mancano quattro giornate alla fine, serve un colpo di classe, ed i partenopei lo mettono a segno il 26 Aprile. Al San Paolo arriva il Milan, che pochi giorni prima ha liquidato Liedholm e ha affidato temporaneamente la panchina a Fabio Capello per le ultime giornate.  Lo stadio è una bolgia, Maradona sale in cattedra e sigla uno dei suoi gol più belli, aggancio in area, tocco di sinistro a saltare il portiere e palla depositata in fondo al sacco, è il raddoppio dopo il vantaggio di Carnevale, il Milan nel finale segna con Virdis, che alla fine sarà capocannoniere, ma termina due a uno. L’Inter, però, non si arrende, con un gol di Ciocci vince con la Fiorentina e resta li, ad un passo.

 

Campionato 1986-87: Napoli - Milan 2-1

 

La squadra di Bianchi, pur prima in classifica, sembra aver perso un po’ di quella brillantezza invernale, il 3 maggio a Como arriva un pareggio per uno a uno in rimonta, dopo l’iniziale vantaggio di Giunta ed il pari di Carnevale, ma il risultato più importante matura ad Ascoli. I bianconeri del patron Costantino Rozzi battono l’Inter, portando cosi a +3 il vantaggio dei partenopei a due giornate dal termine. Al Napoli basta un pari contro la Fiorentina per vincere uno storico scudetto, con l’Inter impegnata contro l’Atalanta. E’ il 10 Maggio 1987, è il giorno più lungo per tutti i napoletani. In un San Paolo colpo, con 95.000 spettatori, il Napoli passa a condurre con Carnevale ma nel finale del primo tempo è Baggio, su calcio di punizione, a rimettere tutto in discussione. A Bergamo l’Inter va sotto con un autogol di Passarella, la ripresa va avanti con il fiato sospeso ma alla fine, alle 17.42 del 10 Maggio del 1987, il Napoli è Campione d’Italia.

 

Campionato 1986-87: Napoli - Fiorentina 1-1

 

Per la prima volta il Napoli è sul tetto d’Italia, una squadra del Sud vince uno scudetto, è una rivoluzione. Il Napoli vince contro tutti, contro le squadre del Nord, e Maradona, dopo aver portato l’Argentina sul tetto del mondo, riesce nell’impresa di portare Napoli sul gradino più alto d’Italia. L’ultima giornata vedrà il Napoli giocare ad Ascoli e pareggiare uno a uno, quel che conta è stato già fatto. Ma il Napoli  e Diego non sono ancora sazi. Gli azzurri corrono anche in Coppa Italia, e dopo aver fatto fuori nelle eliminatorie Brescia, Bologna e Cagliari, a Giugno sfidano l’Atalanta per la conquista del trofeo. Si decide tutto all’andata, il Napoli vince 3-0 con i gol di Renica, Muro e Bagni, a Bergamo ci mette la firma Giordano per un double storico.

La stagione 1986-87, in Italia, è indissolubilmente legate al nome del Napoli e di Diego Maradona, è la stagione che consegna alla storia una squadra di cuore, grinta e talento, capace di battere le grandi del passato e instillare l’idea che anche nel calcio, il Sud, può alzare la voce.

Alessandro Grandoni

Stagione 1986-87: TI AMO CAMPIONATO (immagini e commenti Rai), la sintesi di tutta la stagione

Robert Prosinecki. Chi ha iniziato a seguire il calcio tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta ha ben chiaro nella mente chi era. Il centrocampista modello, classe, talento, tecnica, visione di gioco, leadership. Stella internazionale, capacità di abbinare qualità e quantità.

Prosinecki nasce in Germania, da madre croata e padre serbo, giocherà nella Dinamo Zagabria e nella Stella Rossa, nel Real Madrid e nel Barcellona, è l’unico giocatore ad aver segnato in due Mondiali diversi con due nazionali diverse, nel 1990 con la Jugoslavia e nel 1998 con la Croazia. Giocherà ancora, in Inghilterra e in Belgio, e a fine carriera dichiarò: “Se non fosse per lo spritzer ì sarei stato il più grande calciatore del mondo. So benissimo che fumare non è certo il massimo per un atleta, ma in fondo è l’unico vero vizio che ho. … e poi nessuno vive più di cent’anni …”.

 

La carriera di Robert Prosinecki

 

La filosofia di Robert è semplice, difficile dargli torto. Inizia a giocare in Germania, allo Stoccarda, ma poi va in Jugoslavia, nella Dinamo Zagabria, il suo primo club. Blazevic, il Ct che porterà poi la Croazia al terzo posto nel mondiale ’98 con Prosinecki in campo, non era convinto. Il padre e lo zio si, lo fanno vedere ad un certo Dragan Dzajic, probabilmente il più forte giocatore jugoslavo di tutti i tempi. Lavora alla Stella Rossa e se lo porta via perché lo vede fare cose che, con i piedi, solo i campioni sanno fare. Nell’87, con la Jugoslavia, vince il Mondiale Under 20 in Cile, viene eletto miglior giocatore del torneo, ed il mondo inizia a conoscerlo.

 

Numeri e Gol di Robert Prosinecki in carriera

E’ giovane ma la Stella Rossa inizia ad affidarsi a lui. Dopo l’esordio in A con la Dinamo, con la Stella si prende il calcio jugoslavo e diventa uno dei protagonisti, nel 1989 fa il suo esordio in Nazionale e nel 1990 partecipa al Mondiale, anche se non nel ruolo da protagonista. Gli basta poco, però, perché riesce a mettere la sua firma sulla vittoria della nazionale contro gli Emirati Arabi (4-1 e un gol), anche se non scenderà in campo nella sfida con l’Argentina dei Quarti, con gli slavi fatti fuori ai calci di rigore.

Prosinecki e Stojkovic disegnano calcio, ma nel 1990 le loro strade si dividono, e sarà la stagione più importante della carriera del biondo centrocampista. E’ la grande stagione della Stella Rossa, della squadra di Savicevic e Pandev, di Robert in mezzo al campo con Jugovic e Mihajlovic. I biancorossi giocano un gran calcio, hanno talento da vendere, e Prosinecki è il faro di questa squadra. In Champions è un cammino perfetto, con il biondo centrocampista che sigla una doppietta con il Grasshoppers nel primo turno ed una rete ai Rangers nel secondo. Guida la squadra fino alla finale di Bari, dove c’è di fronte l’Olympique Marsiglia. Zero a zero con Prosinecki che si incarica del primo rigore dei cinque della lotteria finale, segna, e come lui fanno tutti gli altri per un titolo che rimarrà nella storia come l’ultimo conquistato da una squadra jugoslava e l’ultima Champions di un club dell’Est Europa.

 

Robert Prosinecki con la maglia della Croazia
Robert Prosinecki con la maglia della Croazia

 

Da lì a un mese oltre i Balcani scoppierà un conflitto interno durissimo, tanti se ne andranno ed anche per Robert è giunto il momento di confrontarsi con un grande club. Su di lui piomba il Real Madrid, non certo l’ultima arrivata. Non è un grande momento per le merengues, Robert sposa la causa e rimane nella capitale iberica per tre stagioni dove mette a segno 10 reti in 55 gare.

 

Robert Prosinecki con la maglia del Real Madrid

 

Tre anni condizionati dagli infortuni, il Prosinecki di Belgrado è un lontano parente, e cosi decide di rigenerarsi con una stagione al Real Oviedo dove fa bene, su di lui decide di puntare l’Atletico Madrid di Gil ma arriva prima il Barcellona, che lo strappa alla concorrenza. Una stagione, 1995-96, in maglia blaugrana, ma anche qui, pur disputando 19 gare con 2 reti, non sembra godere della stima dell’ambiente.

 

Robert Prosinecki con la maglia del Barcellona

 

Dopo un anno al Siviglia decide di far ritorno in patria. Nel 1997 sposa la causa della Dinamo Zagabria, in Croazia. Saranno tre anni di successi, Prosinecki torna ad essere il centrocampista totale che tutti ricordano, vince e si guadagna la maglia per i Mondiali di Francia 1998, dove la Croazia entra nella storia con il terzo posto e dove segna due reti, alla Giamaica nella prima gara ed all’Olanda nella finalina. Il suo nome, però, viene ricordato anche per la semifinale con la Francia, dove Prosinecki parte dalla panchina ed entra al posto di Boban nella ripresa, con il Ct Blazevic che tempo dopo dichiarerà di aver sbagliato ad effettuare quel cambio.

Prosinecki continua a giocare, divertire e fare calcio, lo fa ancora in terra croata, poi passa allo Standard Liegi in Belgio ed al Portsmouth in Inghilterra, in Prima Divisione, dove fa in tempo a farsi apprezzare ed inserire nell’undici più forte di tutti i tempi della squadra. Gli ultimi scampoli di carriera li gioca in patria, prima di appendere gli scarpini al chiodo e prepararsi per il nuovo ruolo di allenatore.

 

Robert Prosinecki con la maglia del Portsmouth

 

Sul suo talento nessuno ha mai avuto nessun dubbio, certo è che visto il Prosinecki dei primi anni, era lecito attendersi una consacrazione da parte sua anche nei maggiori club europei, luoghi dove invece non ha conosciuto la gloria di Belgrado. Ha raccolto meno di quanto poteva, ma è stato certamente un modello per tutti i centrocampisti che tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta hanno iniziato a muovere i loro primi passi nel mondo del calcio.

Alessandro Grandoni

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