Alessandro Grandoni

Alessandro Grandoni

Direttore Responsabile, Giornalista Pubblicista dal 2005, ha collaborato con varie testate giornalistiche e diretto, tra le altre, il portale www.calcionazionale.it

Tra i giocatori che hanno infiammato il pubblico italiano negli anni novanta e che hanno scalpore c’è sicuramente Thomas Doll, il tedesco arrivato alla Lazio nell’estate del 1991. Quello che si è poi rivelato un grande allenatore, è stato in realtà anche un grandissimo giocatore che, come accaduto a molti, non ha raccolto quanto poteva viste le qualità tecniche e fisiche del suo gioco. Qualche pausa di troppo, qualche scelta sbagliata, qualche voce infamante nei suoi confronti hanno giocato un ruolo.

Thomas Doll nasce a Malchin il 9 Aprile del 1966, nella Repubblica Democratica Tedesca. Parliamo di storia, parliamo di quella Germania sotto l’egida dell’URSS. La vita li per un ragazzo non è semplice, e Thomas vede nel calcio l’unico modo per emergere. E’ un giovanissimo centrocampista di talento, e la sua carriera inizia nell’Hansa Rostock, una delle squadre più giovani di quel paese, nata nel 1965. Nel 1984 fa il suo esordio nel massimo campionato, a 18 anni. L’avvio della sua carriera non nasce nel segno dei gol, ne mette a segno solo 4 in 47 partite nei primi due anni da professionista, ma le sue doti non passano inosservate.

 

Thomas Doll con la maglia della Lazio

 

Nel 1986 passa infatti alla Dinamo Berlino, Doll cambia anche posizione passando a giocare da centrocampista avanzato, a ridosso delle punte, e la differenza è notevole. Gioca in una squadra che lotta sempre per vincere, porta a casa due scudetti e realizza 39 reti in 99 partite. Diventa un perno anche della Nazionale del suo paese, la DDR, che però fatica ad emergere a livello mondiale. Sono però gli anni in cui spariscono le divisioni, nel 1989 cade il muro di Berlino, e per Doll c’è la possibilità di farsi ammirare anche fuori dai propri confini. Nell’estate del 1990, quando la Germania Ovest conquista il Mondiale in Italia, Doll passa all’Amburgo, dove disputa il suo primo campionato in Bundesliga. Dopo aver realizzato 7 gol con la maglia della Germania Est, a Marzo del 1991 per Doll arriva il momento della prima chiamata con la riunita nazionale tedesca, anche se dovrà attendere il 5 giugno di quell’anno per fare il suo esordio in un Galles – Germania 1-0 valevole per le qualificazioni a Euro 1992. Con l’Amburgo lo score non è dei migliori, ma questo basta per attirare l’interesse di molte squadre fuori confine.

E’ in questo frangente che la carriera di Thomas Doll, tedesco glaciale, si intreccia con quella di un inglese guascone che risponde al nome di Paul Gascoigne. La Lazio, società emergente, ha già in mano l’asso inglese protagonista con la sua Inghilterra ad Italia ’90, ma il centrocampista si rompe il crociato nella finale di Coppa. La Lazio, con il ds Regalia in primo piano, deve correre in fretta ai ripari, in attesa della guarigione di Gazza. E’ ancora la Lazio di Calleri, lo sarà per poco, ma la società biancoceleste decide di puntare forte sul biondo centrocampista tedesco e lo porta a casa per la cifra di 13 miliardi, un record per la Lazio di allora.

Doll arriva in una squadra in rampa di lancio, con Zoff in panchina, e con un trio di stranieri composto, oltre che da lui, dal connazionale Riedle e dall’uruguagio Ruben Sosa.

Ad Ascoli, in un 4-1 esterno, mette la firma sul suo primo gol italiano. La prima stagione in Italia è di tutto rispetto, 31 presenze e sette gol in campionato, a cui si aggiunge una rete in Coppa Italia. Doll è la stella indiscussa del centrocampo laziale, ottimo finalizzatore con un gran tiro da fuori, e splendido assist man. Qualcuno gli rimprovera di sparire in alcuni frangenti del gioco, ma il suo talento da qualità al gioco laziale. La formazione di Zoff, tuttavia, non è ancora pronta per spiccare il volo, la Lazio staziona a metà classifica, ma arriva Sergio Cragnotti. Una miriade di nuovi arrivi, tra cui anche Gascoigne. Cambia la regola sugli stranieri, ora se ne possono tesserare quattro ma in campo ne vanno tre, e Zoff non fa a meno di lui neanche di fronte all’arrivo dell’inglese. Ridisegna la squadra mettendo fuori Riedle, puntando in avanti su Signori, e inserendo a centrocampo Doll, Gascoigne e Winter, oltre a Fuser.

 

Lazio - Fiorentina 2-2: l'incredibile gol di Thomas Doll

Il tedesco, d’altronde, è anche un punto fermo della nazionale, con cui partecipa agli Europei del 1992 dove si classifica secondo. La stagione 1992-93, però, sarà anche l’ultima di Doll da big. Il girone di andata è da applausi, come quello della Lazio, ma nel ritorno Zoff torna a puntare in avanti su Riedle, Gascoigne e Winter crescono, e il tedesco è il sacrificato, tanto è che alla fine saranno solo 20 le presenze con due gol.

Doll e le accuse di essere un infiltrato della STASI

Il periodo laziale di Doll, però, è condito anche da una storia che gli rimarrà addosso per sempre: l’accusa di essere un membro infiltrato della STASI, la polizia della Germania Est. Sono le accuse che gli rivolge un calciatore dell'Hannover, Jorge Kretzschmar, che afferma che lui insieme ai compagni di squadra Thom e Rohde, fosse degli stretti collaboratori della terribile polizia della Germania Est (con il compito di denunciare quegli atleti che palesassero la volontà di scappa a Ovest). Doll rispedisce le accuse al mittente: “Non so chi stia conducendo questa campagna contro di me e contro i miei amici Thom e Rohde. Sono pulito, non ho mai avuto contatti con nessuno, sono a posto con la mia coscienza. Ho sempre giocato al calcio, quello che ho me lo sono conquistato con il lavoro. Adesso che ho fatto strada, gioco nel miglior campionato del mondo, ecco che spunta fuori all'improvviso uno che conosco appena e con il quale ho giocato tanti anni fa e che mi accusa ingiustamente, inventando un sacco di storie tentando di distruggere la mia carriera". 

 

Thomas Doll con la maglia della lazio

 

Le accuse, poi, non avranno seguito, Doll è pulito, ma questa nomea lo accompagnerà ancora a lungo.

La sua esperienza alla Lazio volge al termine, a gennaio del 1994 fa le valigie e va all’Eintracht di Francoforte, dopo aver perso anche la Nazionale (ultima gara a Marzo 1993). Qui inizia la parabola discendente di Doll come giocatore. In una stagione e mezzo mette insieme 22 presenze e due reti, e prova a tornare in Italia, con la maglia del Bari, in Serie B. 44 gare e 4 reti, non lascia il segno, contribuisce alla promozione dei pugliesi, ma decide di tornare in patria, all’Amburgo, dove resta tre stagioni chiuse con 41 presenze e nessuna rete, prima di dare l’addio al calcio nel 2001. Di lì a poco inizia la carriera di allenatore con alcuni picchi rappresentati dalle esperienze con Amburgo e Borussia Dortmund, prima di iniziare a vagabondare per l’Europa.

Finale di carriera a parte, Thomas Doll è stato indubbiamente uno dei centrocampisti più talentuosi della sua generazione, contribuendo in casa Lazio ad una crescita che avrebbe poi portato i biancocelesti sul tetto d’Italia.

Doll, inoltre, è stato il primo giocatore della ex DDR ad arrivare in Italia, precedendo di qualche stagione Mathias Sammer.

Alessandro Grandoni

Il Campionato Primavera è fermo, come il resto del calcio italiano, ma la stagione 2019-20 ci ha comunque regalato spunti interessanti, soprattutto in chiave calcio professionistico. Talenti veri, giocatori che crescono anno dopo anno, primi inserimenti nelle prime squadre, sono anni importanti che possono decidere chi potrà davvero fare il calciatore nella sua vita e chi, invece, lo ricorderà solo come uno splendido momento.

Ecco la classifica dei giocatori più decisivi di questo torneo, una graduatoria che prende in considerazione non solo le reti segnate ma anche gli assist messi a segno, andando a vedere quindi in quante azioni decisive della propria squadra i giocatori sono riusciti ad entrare.

Partiamo dalla decima posizione ed arriviamo, infine, ai big di questo torneo.

 

Classifica Giocatori Decisivi Campionato Primavera 2019-20

 

10° - AMAD TRAORE’ (Atalanta, 2002)

L’esterno offensivo dell’Atalanta è indubbiamente uno dei giocatori più forti di questo campionato. Da sempre considerato un talento in grado di fare la differenza, nel corso di questa stagione si è anche tolto lo sfizio di esordire e segnare in Serie A, in occasione della sfida casalinga contro l’Udinese. Classe 2002, nelle sedici apparizioni di questa stagione in Primavera ha messo a segno sei reti e cinque assist, riuscendo spesso a risultare decisivo nelle vittorie dell’Atalanta, considerata la formazione numero uno del torneo.

Se vuoi approfondire: Amad Traorè (articolo completo)

 

9° - GIANMARCO CANGIANO (Bologna, 2001)

L’ex esterno sinistro della Roma si è reinventato, alla grande, con la maglia del Bologna. Giocatore dal baricentro basso, dotato di una tecnica sopraffina, è risultato spesso il migliore in campo dei suoi in questa stagione. Come Traorè ha siglato 6 reti e cinque assist, è un classe 2001 e ama partire dalla sinistra, dove può rientrare e con il suo destro telecomandare spesso il pallone sul palo opposto.

Se vuoi approfondire: Gianmarco Cangiano (articolo completo)

 

8° - PIETRO ROVAGLIA (Chievo Verona, 2001)

Punta centrale del Chievo Verona, è un giocatore diverso rispetto ai due citati in precedenza. E’ il classico centravanti, abile a segnare di testa e di piede sfruttando ogni indecisione del pacchetto difensivo avversario. Più portato a finalizzare che a servire i compagni, ha messo a segno 9 gol in stagione con soli due assist.

Se vuoi approfondire: Pietro Rovaglia (articolo completo)

 

7° - ALESSIO RICCARDI (Roma, 2001)

E’ forse uno dei giocatori più conosciuti di questo campionato. Fantastista della Roma, classico numero dieci, in questo campionato si è distinto più sotto porta che dal punto di vista degli assist. Undici reti per il classe 2001 in forza alla squadra di Alberto De Rossi, e due assist in stagione. Sarà sicuramente il suo ultimo anno in Primavera, nella prossima stagione sarà finalmente costretto a confrontarsi con il calcio dei grandi.

Se vuoi approfondire: Alessio Riccardi (articolo completo)

 

6° - FLAVIO BIANCHI (Genoa, 2000)

Centravanti forte fisicamente, da sempre considerato uno degli attaccanti più promettenti del panorama italiano. E’ il classico attaccante che vive per il gol, e i numeri lo dimostrano. A fronte dello zero nella casella degli assist, ci sono 13 reti in altrettante partite per la punta genoana, che ha saltato anche diverse sfide in stagione per via di un infortunio. Sempre decisivo, sia su azione che dal dischetto, è una sicurezza.

Se vuoi approfondire: Flavio Bianchi (articolo completo)

 

5° - FELICE D’AMICO (Sampdoria, 2000)

Fantasista o seconda punta, D’Amico è riuscito in questa stagione a trovare continuità. Gioca nella Sampdoria dopo la passata stagione nel Chievo, ama agire prevalentemente sul centro sinistra segnando gol a grappoli, ben nove fino a questo momento, a cui si aggiungono i 5 assist confezionati per i compagni. Classe 2000, è pronto per il grande calcio.

 

4° - FABIAN PAVONE (Pescara, 2000)

Trequartista con il vizio del gol, Pavone è riuscito a farsi apprezzare in questa stagione anche sotto misura con alcune reti importanti come quella realizzata all’Inter in trasferta, un mix di tecnica, tiro e fiuto del gol. Gioca nel Pescara, con cui in diciotto partite ha realizzato 10 reti e fornito 4 assist.

 

3° - MUSA JUWARA (Bologna, 2001)

Attaccante di grande prospettiva, gioca nel Bologna, proveniente dal Chievo. Bravo in posizione centrale, riesce a districarsi alla grande anche sulla sinistra. Viene dal Gambia, e quest’anno sembra aver trovato una continuità impressionante. In campionato realizza 11 reti in sedici partite, conditi con cinque assist, a cui si aggiungono altre due reti e un assist nella Coppa Primavera. Un bottino impressionante per un giocatore che ha ancora ampi margini di crescita.  

 

2° - EBRIMA COLLEY (Atalanta, 2000)

Giocatore pronto per il grande calcio. Classe 2000, gioca prevalentemente come ala sinistra nel 4-3-3 dell’Atalanta. Decisivo nella scorsa stagione per la conquista dello Scudetto, quest’anno ha continuato a segnare e fornire assist ai suoi compagni, 12 le realizzazioni messe a segno con 4 assist, che dimostrano come l’attaccante nerazzurro sia bravo anche a valorizzare le prestazioni del resto della squadra.

 

1° - SAMUELE MULATTIERI (Inter, 2000)

Eccoci finalmente arrivati alla prima posizione. E’ il capocannoniere del campionato, autore di una stagione straordinaria. 21 gare per lui in stagione, 15 reti messe a segno a 3 assist, numeri incredibili per l’attaccante dell’Inter Primavera che è riuscito spesso  a decidere le partite con le sue giocate. Venti anni da compiere, è sicuramente uno dei pezzi pregiati del prossimo mercato giovanile, con il giocatore pronto per farsi valere anche nel calcio dei grandi.

Se vuoi approfondire: Samuele Mulattieri (articolo completo)

Alessandro Grandoni

Il calcio, dove e quanto tutto ebbe inizio. La nuova serie Netflix su questo gioco, The English Game, è senza ombra di dubbio un prodotto molto interessante per i neofiti ma anche per chi è ormai troppo abituato al calcio dei giorni nostri. Siamo in Inghilterra, la patria del football, sul finire dell’800, esattamente nel 1879. La serie narra infatti le vicende dellFA Cup, la coppa nazionale inglese, fino ad allora vinta e riservata alle formazioni dilettanti.

Dall’arrivo di due giovani di grande talento (Fergus Suter e Jimmy Love) al Darwen, la squadra degli operai, dietro un pagamento, fino al passaggio di questi al Blackburn e la sfida con i lord dell’Old Etonians, la serie narra la trasformazione del calcio. Da sport di Elite, poco conosciuto, a sport per le masse, per tutti, anche per i ceti meno abbienti, e lo fa con personaggi e dinamiche che possono davvero far riflettere anche sullo sport che abbiamo vissuto negli ultimi anni.

 

 

Perché bisogna vedere The English Game?

Per tanti motivi, ma analizziamone alcuni prendendo spunto dalla trama, dai personaggi, senza voler spoilerare nulla a chi, giustamente, vuole prendersi la briga di vedere questa serie. Il primo aspetto è indubbiamente la riscoperta di quello che era il calcio una volta: un gioco. Nel corso dei sei episodi di cui è composta la serie spesso e volentieri si pone l’accento su questo particolare. In quel momento non ci sono soldi, i giocatori non sono pagati, se non rimborsati per la giornata di lavoro persa, o per lo spostamento con il treno fino al luogo della partita.

Non si gioca per soldi, ma per il piacere ed il prestigio del vincere una partita o una coppa, aspetto tutt’altro che trascurabile. Da una parte questo può essere un vantaggio, ma dall’altro esclude tutti i possibili giocatori provenienti dalla classe operaia. Questi, infatti, non si possono permettere di giocare perché devono lavorare, e quando lo fanno scendono in campo dopo turni massacranti in fabbrica, rispetto ai loro avversari più agiati, con un evidente svantaggio competitivo.

The English Game: il Trailer della Serie Netflix

The English Game ti porta comunque a riflettere sulla bontà del professionismo in uno sport, che da un lato toglie quel carattere giocoso per cui nasce questa disciplina, ma dall’altra permette a tutti di potervi partecipare, premiando quindi i più bravi e non i più benestanti dal punto di vista economico.

L’altro grande spunto di interesse è rappresentato dai personaggi, ed in particolar modo dai due protagonisti: Fergus Suter e Arthur Kinnaird. Partiamo da quest’ultimo, è il capitano dell’Old Etonians, la squadra dei ricchi, per così dire, di coloro che hanno inventato lo sport, le regole e che gestiscono, di fatto, la Football Association d’Inghilterra. La prima puntata ci racconta di un Kinnaird cinico, interessato solo a vincere, ma in realtà la trama porta lui a divenire forse il vero protagonista. Fa parte dell’Elite ma riesce sempre a mettere il gioco, e la passione per quest’ultimo, al centro di tutto il suo agire. Dall’altra c’è Fergus Suter, il giocatore di talento portato attraverso un pagamento al Darwen, da Glasgow, e poi approdato, sempre per soldi, al Blackburn.

 


Fergus Suter e Arthur Kinnaird

Un visionario, un giocatore di classe, difensore, che ama impostare il gioco da dietro e che porta questo sport ad un livello successivo, dove si muove il pallone, dove ci si muove senza palla, dove si fa fare al calcio un passo in avanti, ma non solo. Vuole giocare e vincere per la sua famiglia, e quello che sembra all’inizio il più acerrimo nemico di Kinnaird in realtà trova nel capitano dell’Old Etonians il suo miglior alleato perché entrambi partono da un presupposto: l’amore per il calcio. La passione per questo sport li porta ad affrontarsi con rispetto e lealtà, a perdere ma ad applaudire l’avversario, tutto in nome dell’amore per il calcio, che va oltre i soldi e le polemiche.

La storia è romanzata (alcuni fatti non sono riportati come nella realtà per poter creare la storia), ma Suter e Kinnaird, sono veramente esistiti ed il primo è di fatto considerato il primo giocatore di calcio professionista della storia con all’attivo, nel suo palmares, tre FA Cup (1884, 1885 e 1886) mentre il secondo era la stella dell’epoca per tutti i giovani londinesi e dopo il calcio è stato un direttore della Football Association e uno stimato banchiere fino al 1923, anno della sua morte.

The English Game racconta la storia di come è nato il calcio che conosciamo oggi, dei primi giocatori pagati per giocare, dei primi biglietti venduti per assistere a una partita, dei primi sponsor per le squadre, racconta la passione per uno sport nato come divertimento e oggi conosciuto, purtroppo, più come business. In un periodo come questo, dove in molti campi è in atto una riflessione profonda, The English Game rappresenta sicuramente un ottimo modo per ripensare e capire meglio alcune dinamiche dello sport più bello del mondo, almeno per noi.

Alessandro Grandoni

  

Enzo Francescoli, per tutti “El Flaco”. E’ stato uno dei giocatori di maggior talento tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta, i tifosi italiani hanno avuto il privilegio di osservarlo, ma mai da vicino come quelli sardi, capaci di innamorarsi di questo giocatore tutto classe e talento, che a Cagliari ha speso tre anni della sua carriera, dal 1990 al 1993. Francescoli è uno che nel calcio ha lasciato il segno, non è riuscito a vincere a livello internazionale con i club, scegliendo sempre palcoscenici non di primissimo piano, ma che in Nazionale ha dato all’Uruguay tanto, come testimoniano le tre Coppe America vinte con lui in campo.

Pelè, nella sua Fifa100, la lista dei 100 giocatori a livello mondiale più forti di tutti i tempi, lo ha inserito, cosi come hanno fatto i tifosi del Cagliari che hanno riservato a lui un posto nella Top 11 di tutti i tempi della squadra. Il suo nome, Enzo, è stato anche il nome che Zinedine Zidane, non certo l’ultimo della classe, ha dato a suo figlio, proprio in suo onore, un gesto che da solo spiega l’importanza di Enzo Francescoli nel panorama calcistico.


Enzo Francescoli con la maglia dell'Uruguay

La Carriera di Enzo Francescoli

Nato a Montevideo, di origine italiana, Francescoli inizia a farsi conoscere nel 1980 nelle file del Montevideo Wanderers, prima di passare, nell’estate del 1982, al River Plate. Sarà questo, senza dubbio, il passaggio più importante della sua carriera. In Argentina Francescoli trova la sua dimensione e la sua posizione in campo. Gioca da punta pura, e non ci mette molto a farsi apprezzare. Nel primo anno in maglia biancorossa si laurea capocannoniere del torneo con 24 gol in 32 partite. Dimostra che non è un caso, perché l’anno seguente si ripete con 25 gol in 34 presenze. Diventa una stella del calcio mondiale ma nel 1986, quando partecipa anche al primo mondiale della sua vita in Messico, decide di passare a sorpresa nel Racing Club de France, non una squadra di primo piano in Francia.

Enzo Francescoli - Gol e Colpi di classe del "Flaco"

Lì diventa una stella ma solo nel 1989 decide di fare sul serio, passando all’Olympique Marsiglia, con cui in un anno segna 11 reti in 28 gare e vince il campionato francese. Il 1990 è un anno fondamentale per Francescoli, con l’Italia nel suo destino. Nell’estate si gioca il Mondiale, il secondo e ultimo della sua carriera. Quell’Uruguay è una formazione ostica, di cui Francescoli è la stella indiscussa. E’ la squadra di Oscar Tabarez, che impareremo a conoscere anche in Italia, con Gutierrez, Perdomo, Ruben Pereira, Aguilera, Fonseca e Ruben Sosa, oltre al Flaco. Sarà un buon mondiale anche se la corsa dei sudamericani si fermerà proprio contro l’Italia, agli Ottavi di Finale.

Francescoli arriva in Italia, al Cagliari

Francescoli è pronto per la sfida italiana, il belpaese è il campionato dove in quel momento ci sono i migliori del mondo. Ci sono Gullit, Rijkaard e Van Basten, Brehme, Matthaus e Klinsmann, ma anche Maradona, Voeller e Caniggia, l’elite del calcio mondiale.

 


Enzo Francescoli con la maglia del Cagliari

Francescoli approda al Cagliari, ed un po’ come accaduto in Francia va a scegliersi una piazza che non è sempre protagonista. In Sardegna cambia anche il suo modo di giocare, si mette al servizio degli altri attaccanti, arretra la sua posizione e segna “solo” 17 gol in 98 presenze totali. Da rifinitore, però, Enzo lascia comunque il suo marchio. Il popolo cagliaritano inizia ad amarlo, ama le sue giocate, la sua tecnica e Francescoli contribuisce decisivamente alle due salvezze delle stagioni 1990-91 e 1991-92 (splendida la sua grande partita contro la Samp Campione d'Italia). Il 1992-93 è invece l’anno della rinascita, il Cagliari vola e centra la storica qualificazione in Coppa Uefa. E’ l’ultimo anno del Flaco in terra sarda, l’anno successivo prova l’esperienza al Torino, non certo esaltante, prima del ritorno in Argentina.

Enzo Francescoli - I gol con il Cagliari

Enzo Francescoli - La grande partita contro la Sampdoria Campione d'Italia

Nel 1994 Francescoli veste ancora la maglia del River Plate, sembra il declino del campione ma ha ancora colpi da maestro tanto che nel 1996, a 35 anni, è il miglior marcatore con 19 gol in stagione. Nel 1997-98, dopo svariati infortuni, decide di chiudere la sua carriera, riuscendo nell’impresa di essere ancora oggi il terzo miglior bomber della storia del River Plate.

Il Principe, come veniva spesso chiamato, è il soprannome che anni dopo ha preso Milito, nell’Inter, per la sua grande somiglianza fisica. Enzo Francescoli, come tanti giocatori di quel periodo, ha dato tanto al calcio, ha messo talento, astuzia e classe, non ricevendo probabilmente lo stesso in termini di vittorie e soddisfazioni. Il so merito, però, è stato quello di aver fatto sognare i suoi tifosi, quelli uruguaiani, per cui è stato il faro e la luce nei mondiali del ’90, e quelli del Cagliari, che non possono dimenticare i suoi lampi e la cavalcata del 1992-93, ancora scolpita nella mente di tanti.

Alessandro Grandoni

Arrigo Sacchi da Fusignano, uno degli uomini che ha cambiato, letteralmente, il calcio italiano e mondiale. Ha legato indissolubilmente il suo nome a quello del Milan, la società con cui ha cambiato il modo di pensare calcio, con cui ha dato un volto nuovo al football italiano, da sempre legato a difesa e contropiede, e passato in pochi anni all’emblema di chi vuole imporre, sempre il proprio gioco.

Giocatore modesto, impegnato in squadre dilettanti, inizia la sua carriera da allenatore vincendo lo Scudetto Primavera con il Cesena, quando si divide ancora tra il calcio e il lavoro nell’azienda di calzature del padre. Poi il corso a Coverciano, l’esperienza al Rimini, in C1, e la chiamata del Parma. E’ li che Arrigo, nel 1986-87, si fa conoscere al grande calcio, quando con i suoi ducali elimina il Milan dalla Coppa Italia vincendo a San Siro, proponendo un gioco diverso, fatto di zona totale, pressing, copertura degli spazi e schemi dai quali difficilmente si deroga. E’ li che Silvio Berlusconi, divenuto da poco presidente del Milan, si innamora di lui e decide di prenderlo, con cui scriverà la storia di questo sport.  

Il calcio secondo Arrigo Sacchi

Al di là delle vittorie, più in Europa che in Italia, Sacchi cambia il modo di pensare a questo sport. La zona non è un suo marchio di fabbrica, si parte dall’Olanda degli anni ’70, fino a Liedholm e Gigi Radice, ma quello che lui cambia sostanzialmente è la mentalità della squadra. Non c’è più un casa o un trasferta, si gioca allo stesso modo ovunque, si impone ovunque il proprio gioco, a prescindere dall’avversario. Un concetto di calcio che può funzionare solo con una formazione in grado di correre, dettare ritmi e pressing per novanta minuti.

Per questo Arrigo porta anche una preparazione fisica che mai si era vista per una squadra di calcio, i giocatori sono sfiniti dopo la preparazione, sia fisicamente che mentalmente, celebri sono le videocassette del suo Parma che Arrigo fa vedere alla squadra per far capire ogni singolo movimento, con Franco Baresi costretto ad imparare ogni movimento del libero gialloblù Signorini, non sono ammesse sbavature. Un modo completamente diverso di intendere il calcio, una squadra corta, dove le distanze tra i reparti e i singoli giocatori sono minime. Per fare questo Sacchi, oltre i grandi giocatori dal punto di vista tecnico, ha bisogno di menti in grado di portare il suo credo in campo.

E’ cosi che plasma Franco Baresi, ed è cosi che sceglie per il suo centrocampo Carlo Ancelotti. Carletto viene dalla Roma, il suo ginocchio non è in perfette condizioni, ma a Sacchi serve una mente che illumini, che capisca il suo credo, che faccia girare la squadra. Sacchi raccoglie il lavoro di Liedholm e fa un passo in avanti: si gioca, si attacca e ci si difende in undici. Non esistono più attaccante che giocano solo con la palla tra i piedi o quando il pallone ce l’ha la propria squadra. Tutti devono muoversi all’unisono, pressare insieme, attaccare e difendere, ed in particolar modo la sua linea difensiva che diventa un meccanismo perfetto in grado di mettere in fuorigioco chiunque per molte volte (chiedere a Hugo Sanchez per la conferma).

La storia di Arrigo Sacchi al Milan

Il 3 luglio del 1987 inizia la storia tra Arrigo Sacchi e il Milan, ma non sarà una storia semplice, soprattutto all’inizio. Il Milan ha una buona squadra, viene da un quinto posto e da uno spareggio per l’Uefa vinto con la Samp, con una stagione iniziata con Liedholm in panchina e chiusa con Fabio Capello, che tornerà nel 1991. Ci sono Baresi e Maldini, c’è Virdis che è il capocannoniere, ci sono Galli, Tassotti, Donadoni, Di Bartolomei e Massaro, ma non è una squadra dove gli stranieri hanno esaltato, perché di Wilkins e Hateley se ne perdono le tracce.

Con Sacchi, però, arrivano anche tre giocatori che saranno determinanti per l’epopea del profeta di Fusignano. Dal Psv arriva Ruud Gullit, dall’Ajax Marco Van Basten e dalla Roma Carlo Ancelotti. Arriva anche Claudio Borghi, dall’Argentinos, ma non sarà un grande arrivo, mentre fanno parte della squadra anche un giovane Alessandro Costacurta e Angelo Colombo, che sarà importante per Sacchi.

Quella stagione, però, non parte bene. C’è già qualche scettico e con il passare del tempo la fila dei delatori cresce, il Milan perde in casa con la Fiorentina, colleziona qualche pareggio di troppo, esce ai sedicesimi di finale dalla Coppa Uefa per mano dell’Espanyol. Molti, troppi, rivogliono Capello in panchina, ma Berlusconi è irremovibile e dice: “Arrigo resta fino alla fine, voi non so”, riferito alla squadra nello spogliatoio. Sacchi riprende in mano la squadra, il suo gioco inizia a dare frutti, i ragazzi iniziano a seguirlo ed arrivano i risultati. Il Milan vince il derby, batte 4-1 in casa il Napoli di Maradona e batte uno a zero in trasferta la Juventus , è l’inizio di una corsa fantastica che raggiunge il suo apice il 1 Maggio del 1988. A Napoli si gioca la gara scudetto, il Milan sfoggia una prestazione di altissimo livello, batte 3-2 gli azzurri con le reti di Virdis, doppietta, e Van Basten (non servono le reti partenopee di Maradona e Careca) e si laurea campione d’Italia.

1 Maggio 1988: Napoli - Milan 2-3

Il Milan di Arrigo Sacchi

E’ il trionfo di Arrigo Sacchi ed un modo diverso di pensare calcio, ma anche di Berlusconi che ha scommesso su di lui ed ora raccoglie i frutti di un progetto ambizioso. Il suo primo Milan è fedele al credo del tecnico, 4-4-2 d cui è difficile derogare, Giovanni Galli in porta, in difesa ci sono Tassotti, Baresi, Filippo Galli e Maldini, a centrocampo Donadoni e Evani sono gli esterni, Ancelotti e Colombo giocano in mezzo con Bortolazzi primo sostituto, mentre in avanti Virdis viene affiancato da Gullit, con Van Basten che gioca poche gare ma che , in quell’estate, sarà uno dei simboli della vittoria dell’Olanda negli Europei del 1988 (11 presenze e 3 gol al primo anno in Italia per lui).

 Gullit, Van Basten e Rijkaard ai tempi del Milan

 

Il Milan è tornato e ora vuole prendersi l’Europa e lo farà a modo suo, da assoluto dominatore. L’ossatura è la stessa ma per prendersi l’Europa da protagonisti i rossoneri spendono la terza carta straniera (è da poco cambiata la regola) con il centrocampista Frank Rijkaard, che va cosi a comporre il fantastico trio degli olandesi. Davanti Van Basten è ormai una garanzia assoluta, segna, decide, si laurea campione d’Europa con la sua nazionale e a dicembre vince il primo pallone d’Oro davanti ai compagni Gullit e Rijkaard. E’ un Milan stellare che però, in campionato, deve fare i conti con l’Inter dei record che torna campione d’Italia ,in Coppa Italia le cose non vanno benissimo ma è in Coppa dei Campioni che la formazione di Sacchi fa la storia. Dopo aver superato il Vitosha arriva la gara con la Stella Rossa, 1-1 a Milano, nel ritorno, sotto di un gol e con Virdis espulso, arriva la nebbia a salvare il diavolo. Gara da ripetere, ancora uno a uno e vittoria ai calci di rigore con l’errore, guarda un po’, del genio Savicevic, futuro rossonero.

Il 4-4-2 di Arrigo Sacchi, spiegato al Subbuteo

Ai Quarti c’è il Werder, liquidato con un pareggio in Germania e una vittoria in casa firmata Van Basten, ma è tra la semifinale e la finale che il Milan segna un’epoca. Al penultimo turno c’è il Real Madrid, la squadra della Quinta del Buitre, i giocatori partiti dal Real B e arrivati a dettare legge, con Schuster a centrocampo e il messicano Hugo Sanchez in attacco. Il Milan gioca un calcio favoloso, applica alla perfezione il credo sacchiano e mette in fuorigioco gli attaccanti dei padroni di casa più di 40 volte.

Coppa dei Campioni 1989: Real Madrid - Milan 1-1

Il Real è frustrato ma passa in vantaggio, il Milan nella ripresa riparte come se nulla fosse, va in gol con Gullit, annullato, e trova il pari con Van Basten, ma è nella sfida di ritorno che si crea il mito. A San Siro non c’è storia, il Milan impartisce una lezione di calcio mai vista, finisce 5-0 con le reti di Ancelotti, Rijkaard, Gullit, Van Basten e Donadoni, il Real è annichilito, la formazione di Arrigo va in finale dove trova, a Barcellona, la Steaua di Bucarest, già vittoriosa nell’86.

Coppa dei Campioni 1989: Milan - Real Madrid 5-0

Anche qui, però, non si può nulla contro la macchina perfetta costruita dal tecnico di Fusignano. Il Milan chiude la pratica già nel primo tempo con la doppietta di Gullit e la rete di Van Basten, che siglerà poi la doppietta ad inizio ripresa.

Finale Coppa dei Campioni 1989: Milan - Steaua Bucarest 4-0

E’ l’apoteosi del calcio di Sacchi, il suo Milan gioca, diverte e vince, impossibile chiedere di più ad un allenatore che oltretutto, venti giorni più tardi, vince anche la Supercoppa italiana battendo la Sampdoria per 3-1 con le reti di Rijkaard, Mannari e Van Basten. Rispetto all’undici dell’anno precedente entrano nel novero dei titolari Costacurta, che affianca cosi Baresi, e Mussi che da spesso il cambio sull’esterno.

 


La formazione del Milan nella finale di Coppa dei Campioni del 1989 contro la Steaua Bucarest

 

Sul mercato il Milan non tocca molto, se ne vanno Virdis, Mussi e Mannari ed arrivano il portiere Pazzagli, l’attaccante Marco Simone, e tornano dai prestiti Fuser, Massaro, Borgonovo e Stroppa. Sacchi, in pratica, si ripresenta con la stessa formazione che ha incantato il mondo e continua a vincere e dettare la sua legge. Il Milan parte male in campionato ma si riprende, e nel frattempo si toglie il lusso di vincere una Supercoppa Europea contro il Barcellona e la Coppa Intercontinentale battendo il Nacional di Medellin per uno a zero con la rete su punizione di Evani nei supplementari. In campionato la squadra di Sacchi riesce a riprendersi guadagnando la testa della classifica fino a tre giornate dal termine, quando ai partenopei viene data la vittoria a tavolino sull’Atalanta (la famosa monetina di Alemao). Le due squadre vanno a braccetto ma alla penultima, a Verona, il Milan viene sconfitto clamorosamente per due a uno, la squadra perde la testa, vengono espulsi Van Basten, Rijkaard e Costacurta, oltre ad Arrigo, con il Napoli che la settimana seguente, in casa con la Lazio, festeggia il titolo. Il Milan anche in Coppa Italia perde all’ultimo atto, in finale contro la Juventus con la rete di Galia, ma in Coppa dei Campioni il cammino dei rossoneri è pressochè perfetto.

Il Milan fa fuori l’Helsinki, il Real Madrid, il Mechelen ed il Bayern Monaco, e per il secondo anno consecutivo arriva in finale. Stavolta si gioca al Prater di Vienna, avversario il Benfica. La gara è equilibrata ma viene risolta da un’incursione di Rijkaard che sigla l’uno a zero con cui il Milan bissa la vittoria dell’anno precedente di fatto con lo stesso undici, eccezion fatta per Evani che sostituisce lo squalificato Donadoni.

Finale Coppa dei Campioni 1990: Milan - Benfica 1-0

L’anno seguente, il 1990-91, l’ultimo di Arrigo con il Milan, i rossoneri si confermano leader in Europa vincendo una Supercoppa Europea nel derby italiano con la Sampdoria e la Coppa Intercontinentale superando l’Asuncion per tre a zero. E’ questo, di fatto, l’ultimo successo di Arrigo Sacchi in panchina. In campionato le prestazioni sono altalenanti, c’è la novità Sampdoria ed alla fine saranno proprio i blucerchiati ad assicurarsi il titolo. In Coppa Italia la corsa si ferma in semifinale, eliminati dalla Roma con un autogol di Van Basten, mentre in Europa si consuma probabilmente la peggior figura del Milan.

Il principi di gioco del Milan di Arrigo Sacchi

Nei quarti con il Marsiglia, dopo il pari dell’andata a Milano per 1-1, al ritorno la squadra va sotto per uno a zero, all’89’ vanno via le luci dal Velodrome, il Milan abbandona il campo e, seppur ripristinata l’illuminazione, si rifiuta di tornare a giocare. Una decisione, questa, che consegna al Marsiglia il 3-0 a tavolino ed al Milan l’esclusione per un anno dalle coppe europee.  La stagione 1990-91, chiusa al secondo posto, è l’ultima di Sacchi con il Milan dei record. Il suo lavoro è stato però talmente incredibile da guadagnarsi la chiamata della panchina della Nazionale azzurra, che lo chiama per sostituire Vicini, reo di non aver portato l’Italia agli Europei del 1992.

Quello che si consuma con il Milan, però, è un divorzio praticamente inevitabile. Arrigo Sacchi cambia il Milan, cambia il calcio italiano, ma lo fa con metodi di allenamento, di organizzazione e tenuta sotto l’aspetto mentale praticamente impossibile da tenere per un lungo periodo. Per Sacchi conta il collettivo, conta l’abnegazione di tutti al progetto, conta l’essere sempre sul pezzo, in ogni momento. Difficile poter chiedere lo stesso, per tanto tempo, a giocatori come Gullit e Van Basten che pian piano fanno sentire la loro insofferenza. Se nel 1987 Berlusconi sceglie di stare senza se e senza ma dalla parte del tecnico, nel 1991 accade esattamente il contrario.

Sacchi alla guida della Nazionale Italiana: dov'è il calcio di Arrigo?

Il rapporto con Arrigo termina, e Sacchi viene caldeggiato come nuovo allenatore della nazionale. Sarà una scelta complicata quella che prenderà Arrigo, con il suo lavoro che mal si sposa con quello di selezionatore. Sacchi, però, proverà anche qui a cambiare la cultura del paese, imponendo per la prima volta degli stage durante la stagione non legati a partite di qualificazione, ma per poter lavorare di più sul gruppo, per renderlo sempre più simile ad un lavoro di un club, piuttosto che di una nazionale.

Il rapporto di Arrigo Sacchi con la nazionale è, intrinsecamente, difficile. Non si può applicare quella metodologia, quella pratica ad una selezione che si vede una volta ogni due mesi e dove i singoli giocatori sono tutta la settimana in contesti che giocano un calcio diverso da quello voluto da Arrigo. Sacchi ricostruisce la nazionale dopo il fallimento della qualificazione ad Euro ’92 attorno al suo Milan. In giro ci sono indubbiamente elementi forse più forti all’epoca dei suoi fedelissimi, ma poco abituati alla sua zona come Bergomi o Vierchowood. La difesa che si presenta a Usa ’94 è la difesa del Milan, del suo Milan, con Tassotti, Costacurta, Baresi e Maldini, poi riadattata per l’infortunio al menisco di Franco. Se in difesa, bene o male, i meccanismi ci sono, anche se il pressing azzurro non è lontanamente paragonabile a quello del Milan, a centrocampo ed in attacco quegli automatismi svaniscono.

 


Arrigo Sacchi e Roberto Baggio con la Nazionale Italiana

 

Sacchi vuole rigore, metodo e schemi, ma deve fare i conti con la mancanza di un centravanti alla Van Basten, dal punto di vista del talento, e ripiega sul fedelissimo Massaro, con la difficile coesistenza dei due giocatori che il campionato gli aveva indicato come i migliori: Roberto Baggio e Beppe Signori. Il secondo, capocannoniere degli ultimi due campionati, viene relegato da Sacchi a giocare come esterno sinistro di centrocampo del 4-4-2, mentre il primo, pallone d’oro nel 1993, non sembra mai godere della piena fiducia. Baggio, però, la fiducia se la prende da solo in America. Alla seconda partita con la Norvegia, con l’espulsione di Pagliuca, Sacchi toglie lui dal campo dopo venti minuti prendendosi del “matto” dal Divin Codino. Proprio lui, però, contro la Nigeria all’ultimo minuto cambia le sorti di quel mondiale, portando di fatto la squadra in finale con il Brasile (dove perderà ai rigori con gli errori proprio di Baresi e Baggio). Ma quel Mondiale, anche se vinto, non sarebbe mai stato il Mondiale immaginato da Sacchi.

L'Italia ai Mondiali del 1994

Quell’Italia tutto sembrava tranne una squadra organizzata, era una formazione che era arrivata li per i singoli, per il singolo, che rispondeva al nome di Roberto Baggio. Sacchi ci proverà ancora all’Europeo del 1996 in Inghilterra, dove gli fu fatale il turnover praticato contro la Repubblica Ceca con l’Italia fuori ai gironi. Il calcio di Sacchi, in pratica, finisce qui. Quello che Arrigo pretende dagli altri lo pretende anche da se stesso, non riesce a staccare, ossessionato dalla sua idea di football. Proverà ancora al Milan, per sei mesi, poi all’Atletico Madrid, per 7 mesi, ed infine al Parma dove dopo un solo mese decide di lasciar stare per il troppo stress.

Arrigo Sacchi ha cambiato il calcio, ha dato al football italiano un qualcosa che nessuno aveva dato prima, ma nel frattempo non è riuscito a cambiare se stesso, il suo modo di lavorare, di intendere, di sapersi anche piegare alle esigenze del singolo, quando questo è in grado di fare la differenza. Se nel corso degli anni abbiamo visto spettacolo con Zeman, Guardiola e Klopp, una parte del merito è anche di chi, alla fine degli anni ottanta, ha fatto fare al mondo del calcio un balzo in avanti incredibile. Il calcio poi si è continuato ad evolvere e adeguare, Arrigo no. Prendere o lasciare. Sacchi è cosi.

Alessandro Grandoni

Louis Van Gaal, difficile definirlo un tecnico come gli altri. Come diversi personaggi nel corso degli ultimi trent’anni, anche a lui spetta un posto privilegiato nella storia, grazie soprattutto al suo Ajax che tra il 1991 ed il 1997 vince in campo nazionale e internazionale, regalando al football un gioco divertente e tanti campioncini in erba che faranno poi la fortuna di tante formazioni nel corso degli anni successivi.

Louis ha praticamente iniziato con i lancieri, nel grande calcio, e dopo il 1997 ha allenato altre squadre importanti, come il Barcellona del dopo Ronaldo, il Bayern Monaco del 2010, lo United prima di Mourinho, la nazionale olandese e l’Az, con cui vincerà uno scudetto storico, il secondo nel palmares della società olandese.

La storia di Van Gaal, però, è soprattutto la storia del suo Ajax, capace di regolare tutti e di offrire spettacolo, guadagnandosi il titolo di nuovo profeta del calcio mondiale.

Da giocatore si fa apprezzare, anche mai nella ribalta internazionale, come difensore di Ajax, Anversa, Stormvogels, Sparta Rotterdam e Az e nel 1986-87, con quest’ultima squadra, diventa anche vice allenatore. Il 1 Gennaio del 1988 inizia ufficialmente la sua carriera divenendo il tecnico dell’Ajax A-1, la formazione giovanile, fino a novembre quando Beenhakker lo promuove come suo secondo. Deve però aspettare settembre del 1991 per avere la sua grande chance. Beenhakker lascia e Van Gaal diventa l’allenatore della prima squadra dell’Ajax, sempre tra le favorite in patria ma lontana dai trionfi fuori dai confini nazionali.

Lousi Van Gaal: il suo Ajax dal 1991 al 1997

Vaan Gaal ci mette poco a impartire il suo credo e a plasmare l’Ajax a sua immagine e somiglianza. Come qualche tecnico di quel periodo, Sacchi su tutti, Van Gaal puntava a minimizzare il caso nel calcio, il suo football era studiato, ognuno sapeva quello che doveva fare ma a cui poteva aggiungere la sua qualità. Il suo sistema di gioco era indubbiamente particolare per l’epoca, ma molto moderno, se andiamo ad analizzarlo. Volgarmente può essere definito un 3-3-1-3, ma capace di diventare, nel corso delle situazioni di gioco, un 4-3-3, un 3-5-2, con elementi in grado di interpretare più ruoli con una qualità ed una intelligenza calcistica non comuni. La sua prima Ajax giocava con Menzo in porta, in difesa Silooy, Blind e Frank de Boer (gli unici due che lo accompagneranno dai primi trionfi agli ultimi con i lancieri), a centrocampo Winter, Jonk e Vink, con Dennis Bergkamp trequartista dietro un trio di attaccanti composto da Petterson al centro, Van Loen e Roy, con Van’t Schip pronto a dare il cambio. Quel suo primo Ajax, però, aveva al suo interno, ancora con ruoli da comprimari, giocatori come Davids, Reiziger e Van der Sar, che il pubblico mondiale imparerà a conoscere di li a pochi anni.

In campionato l’Ajax gioca una buona stagione ma non riesce ad avere la meglio sul Psv, collocandosi al secondo posto, ed agli Ottavi si interrompe il cammino nella coppa Nazionale, ma è in Europa che arriva il primo capolavoro di Louis. In Uefa i lancieri eliminano Orebro, Rot-Weis Erfurt, Osasuna e Gent. In semifinale arriva il primo confronto con le italiane, con il Genoa. L’Ajax vince la gara di andata in Italia 3-2 e, grazie al pari del girone di ritorno, ottiene la qualificazione per la finalissima, sempre contro un’italiana, il Torino di Mondonico.

Il confronto non è semplice, l’Ajax sembra poterla chiudere all’andata con le reti di Jonk e Petterson su rigore, ma il Torino con la doppietta di Casagrande resta in corsa. Al ritorno, ad Amsterdam, succede di tutto, l’Ajax sbaglia un paio di gol, il Toro prende tre pari e recrimina per un rigore netto non dato, ma alla fine è Van Gaal ad alzare le braccia al cielo. Per lui arriva il primo trionfo in panchina che consegna all’Ajax un grande risultato, i lancieri, dopo la Juventus, diventano una delle due squadre europee ad aver trionfato in tutte e tre le competizioni europee di allora (Coppa Campioni, Uefa e Coppa delle Coppe). E’ il primo successo, ma anche il primo tassello dell’Ajax che sarà capace di arrivare, di li a breve, sulle vette più alte d’Europa.

La sua creatura prende forma, nell’anno seguente lasciano Roy e Van’t Schip, che arrivano in Italia rispettivamente a Foggia e Genoa, ma arrivano tre elementi di spessore e che imprimeranno il loro marchio nella storia del club: Marc Overmars dal Willem II, Jari Litmanen dal Mypa e un giovanissimi Clarence Seedorf viene promosso dalla formazione giovanile. Quella del 1992-93 non è una stagione che rimane negli annali del club, che vince la Coppa nazionale ma che abbandona l’Uefa nei Quarti con l’Auxerre ed il campionato arriva terza dietro a Psv e Feyenord, con Dennis Bergkamp che vince per la terza volta consecutiva la classifica dei cannonieri.

In quell’estate si consumano due divorzi importanti per la squadra: Wim Jonk e Dennis Bergkamp, infatti, passano all’Inter, dove troveranno molte difficoltà. Sul mercato i lancieri puntellano la rosa, per sostituire Jonk torna all’Ajax Frank Rijkaard, arrivano i nigeriano Finidi George e Nwankwo Kanu, mentre in porta Edwin van der Sar si guadagna la maglia da titolare con Menzo che diventa dodicesimo. La costruzione di quella che sarà ricordata come l’ultimo Ajax vincente prende sempre più corpo.

 

Come giocava l'Ajax di Louis Van Gaal

 

L’Ajax di Van Gaal nelle coppe non ha fortuna, esce in semifinale con il NEC nella coppa nazionale e con il Parma in Coppa delle Coppe, ma arrivano ugualmente due trionfi. Ad inizio stagione in Supercoppa 4-0 sul Feyenord, mente a fine stagione l’Ajax festeggia il 24esimo titolo della sua storia con Litmanen, ormai punto fermo della squadra da trequartista, si laurea capocannoniere del torneo. L’Ajax sembra ormai pronto per spiccare il volo, la filosofia di Van Gaal è ormai impiantata nella testa dei giocatori, e con gli ultimi arrivi inserimenti il Dream Team biancorosso è pronto. In porta van der Sar è il titolare, in difesa ci sono Reiziger (o Bogarde), Danny Blind, il capitano, e Frank de Boer. A centrocampo Rijkaard è il perno centrale, con licenza di offendere ma anche di arretrare in difesa per formare una linea a 4 in fase di non possesso, ai suoi fianchi due giovani di sicuro avvenire, Edgar Davids e Clarence Seedorf, Litmanen è il trequartista dietro le tre punte che sono Finidi a destra, Overmars a sinistra e Ronald de Boer al centro, che si alternerà in stagione con Kanu, van Vossen e il giovanissimo Patrick Kluivert.

 


Louis Van Gaal e Jari Litmanen ai tempi dell'Ajax

 

L'Ajax e la Champions del 1994-95 contro il Milan

Quell’Ajax è una macchina praticamente perfetta, Blind è il capitano, il centrale difensivo, ma anche il primo costruttore di gioco. Sale spesso palla al piede, l’Ajax inizia a giocare fin dalla difesa, con un centrocampo dinamico grazie ai giovani Davids e Seedorf e un giocatore che definire intelligente tatticamente è poco, e che risponde al nome di Rijkaard. Litmanen è l’estro, la fantasia, al servizio delle punte, con Finidi a destra che abbina quantità e qualità e Overmars a sinistra, un giocatore in grado di dribblare e lasciare sul posto qualsiasi difensore. Dopo la vittoria in Supercoppa (3-0 al Psv) ed il trionfo in campionato (25esimo titolo), chiuso da imbattuti con 27 vittorie in 34 partite, l’Ajax domina anche in Europa e precisamente in Coppa Campioni. La Champions League vede i lancieri inseriti nel girone iniziale con Milan, Salisburgo e AEK.

1994-95: Finale Ajax - Milan 1-0 (Kluivert)

Primo posto grazie anche alle due vittorie sui rossoneri, campioni in carica dopo il 4-0 al Barcellona dell’anno precedente. L’Ajax di Van Gaal prosegue a marcia spedita, fa fuori l’Hajduk nei Quarti e il Bayern Monaco in semifinale. Arriva la finalissima, ancora contro il Milan, a Vienna. Il 24 maggio si gioca la gara più importante, da una parte l’Ajax spettacolo, corsa e freschezza di Van Gaal, dall’altra il Milan di Capello, orfano ormai degli olandesi con Rijkaard all’Ajax, Gullit alla Sampdoria e Van Basten fermo per infortunio (0 gare all’attivo in quella stagione). La partita è equilibrata, non spettacolare, ma nel finale la maggior freschezza dei lancieri viene premiata, con il gol risolutore messo a segno da Patrick Kluivert, che è anche il capocannoniere della squadra in campionato. Uno a zero e Van Gaal può alzare al cielo la sua Champions League, il trionfo perfetto per una squadra di campioni che lui ha costruito, plasmato e fatto diventare un team.

Il film documentario sulla vittoria dell'Ajax della Champions League 1994-95

L'Ajax e la Champions del 1995-96 contro la Juventus

Ma il suo non è un lampo, quell’Ajax ha qualità, tecnica e voglia di vincere da vendere, e l’anno successivo è ancora li, a giocarsi tutto. La squadra è orfana di Rijkaard , che si è ritirato, e Seedorf, passato alla Sampdoria, ma il cammino dei lancieri non conosce soste. Fatta eccezione per la coppa nazionale, eliminati dal Cambuur, l’Ajax di quell’anno sembra una macchina perfetta. Vittoria in Supercoppa nazionale con il Feyenord, 2-1, vittoria nella Supercoppa Europea con il Real Saragozza, 5-1, vittoria nella Coppa Intercontinentale con i brasiliani del Gremio ai calci di rigore, e 26esimo scudetto in campionato. In Champions League l’Ajax va alla grande. Primo posto nel girone con Real Madrid, Ferencvaros e Grasshoppers, qualificazione contro il Dortmund nei Quarti ed il Panathinaikos in semifinale. Come l’anno precedente l’Ajax di Va Gaal raggiunge la finalissima di Champions League, che stavolta si gioca a Roma contro la Juventus (un’altra italiana sulla strada di Louis). Finisce 1-1 ai tempi regolamentari con i gol di Ravanelli e Litmanen. Ai calci di rigore, però, sono decisivi gli errori di Silooy e Davids, con Peruzzi che para i due tiri, prima del gol decisivo di Jugovic.

Finale Champions League 1995-96: Ajax - Juventus

Questa sarà l’ultima stagione trionfale di Van Gaal con l’Ajax. L’anno dopo lui è sempre in panchina ma la squadra perde diversi pezzi. Reiziger e Davids passano al Milan, Kanu all’inter e lasciano l’Ajax anche Silooy e Finidi. Sconfitta in Supercoppa ed eliminazione nella coppa nazionale, in campionato arriva un deludente quarto posto. In Champions i lancieri hanno un ultimo sussulto, passano il girone da secondi, battono l’Atletico Madrid nei quarti di finale ma in semifinale, ancora contro la Juventus, arrivano due sconfitte.

Si chiude cosi l’epopea di Van Gaal all’Ajax, il tecnico olandese poi girerà (andrà subito al Barcellona portandosi qualche olandese) e vincerà ancora, anche se non riuscirà più a far parlare di se ed imprimere il suo marchio come fatto nelle sei stagioni biancorosse.

Quanto fatto, i successi, il suo modo di giocare, lo collocano però di diritto tra i tecnici più importanti degli ultimi trent’anni, tra coloro che hanno contribuito a disegnare il calcio moderno.

Alessandro Grandoni

Zdenek Zeman e Roma. Un connubio durante tanto tempo, sia su una sponda che sull’altra del Tevere, per un uomo, un personaggio, che non potrà mai essere uno come tanti.

Zeman si è preso la città nell’estate del 1994, arrivando alla Lazio di Cragnotti dal Foggia, è saltato da una parte all’altra, sposando nell’estate del 1997 il progetto di Franco Sensi e ci ha ricreduto, quindici anni più tardi, per gli americani.

O lo odi o lo ami, difficile trovare una via di mezzo. Per tutti è il boemo, uno dei pochi grandi allenatori che non hanno avuto trascorsi ammirabili da calciatore, uno di quelli che ha portato qualcosa di nuovo nel calcio, al di là del credo di ognuno.

La carriera di Zeman, da Praga al Foggia dei miracoli

Nativo di Praga, quando ancora c’era la Cecoslovacchia, nipote di Čestmír Vycpálek, ex giocatore e tecnico della Juventus. Il matrimonio tra Zeman e l’Italia si consuma con Zdenek poco più che diciottenne, quando è in Italia (dal ’66 al ’68) con la sorella dallo zio, a Palermo. I moti del ’68, la Primavera di Praga, lo portano a rimanere nel belpaese, diventa cittadino italiano e si laurea all’ISEF di Palermo con una tesi sulla medicina dello Sport con il massimo dei voti, un capitolo, quello del connubio tra medicina e sport, che Zemna porterà avanti anche più tardi, con brutte ricadute sulla sua carriera. La passione per l’allenamento lo porta a seguire le orme dello zio, a Palermo, dove Zdenek inizia con Giovanissimi e Primavera. Nel 1981 inizia a lavorare con la prima squadra e si trasferisce a Licata, dove nel 1984-85 porta la formazione in Serie C1. Da qui inizia un momento difficile, esonero a Foggia, che lo prende in C1 e poi al Parma in B, dove però fa scalpore per aver battuto il Real Madrid in amichevole. Zeman torna in Sicilia, al Messina, dove con Schillaci attaccante porta la squadra all’ottavo posto ma con il miglior attacco, e questo sarà un must per la sua carriera.

 

Il Foggia si ricrede e lo prende nuovamente con Casillo alla presidenza. E’ il Foggia dei miracoli, quello di Zemanlandia. Il suo 4-3-3 diventa un modello, nel 1990-91 vince il campionato di B con il miglior attacco e con lo stesso trio si ripresenta alla prima stagione in Serie A: Roberto Rambaudi a destra, Ciccio Baiano al centro e Giuseppe Signori a sinistra. La massima serie ancora non li conosce, ma imparerà presto. Il Foggia di Zeman dà spettacolo , al primo anno arriva nono con il secondo miglior attacco del torneo, poi iniziano le cessioni illustri ma il trend non cambia, con un undicesimo posto nel 1992-93 e un nono posto nel 1993-94, sfiorando la qualificazione in Coppa Uefa.

 


Rambaudi, Baiano e Signori, i tre attaccanti del Foggia del 1990-91

 

Lazio: arriva l'era Zeman

L’eco delle sue gesta, però, non è passato inosservato.

In un Foggia – Lazio il presidente biancoceleste, Sergio Cragnotti, si innamora del suo calcio. La sua Lazio ha iniziato ad affacciarsi nel calcio che conta, ha ottenuto due qualificazione in Europa dopo quasi venti anni, ha il capocannoniere degli ultimi due campionati ed ex giocatore del Foggia, Giuseppe Signori. Vuole una squadra votata all’attacco, che dia spettacolo, perché il calcio è anche e soprattutto questo. Zdenek Zeman è l’uomo giusto al posto giusto. I contatti si fanno sempre più insistenti, Cragnotti ha deciso e trova la formula perfetta, Zeman sarà il tecnico e Zoff, allora allenatore, diventerà presidente.

La prima Lazio di Zeman: stagione 1994-95

Una mossa geniale, Sdengo ritrova a Roma Beppe Signori, uno dei suoi pupilli a Foggia, a dalla Puglia riesce a farsi prendere da Cragnottti altri due fedelissimi: Roberto Rambaudi e Josè Antonio Chamot.

Il tecnico boemo arriva a Roma e trova una squadra abituata a giocare un altro tipo di calcio, che fa della forza dei singoli il suo marchio di fabbrica, soprattutto in avanti. Zeman arriva in una squadra che ha giocatori del calibro di Signori, Boksic, Casiraghi, Gascoigne, Fuser e Winter, ma ci mette poco a spiegare e far applicare il suo calcio. Sul fronte della campagna acquisti l’estate passa con la querelle per gli acquisti che erano stati già prenotati da Cragnotti ma poi rinnegati dallo stesso tecnico. Il patron  punta infatti Ferrara e Venturin (per i quali manca solo l’ultimo passaggio) e Boli dell’Olympique Marsiglia, ma Zeman ha altre idee. In difesa vuole Chamot, centrale del Foggia, mentre in avanti Rambaudi è il prescelto. Con loro arriva anche De Sio dal Trapani, Adani dal Modena (che sarà poi ceduto a novembre al Brescia) e Della Morte del Torino. L’unico che viene preso dei tre che Cragnotti aveva puntato è Venturin, che però troverà assai poco spazio. Se ne vanno Doll, nella sessione autunnale, all’Eintracht, Sclosa alla Cremonese, Luzardi al Napoli, Corino al Brescia e Di Mauro alla Fiorentina. La sua Lazio è pronta per partire.

 Lazio 1994-95: tutti i gol

Ci vogliono tre giornate per capire cosa sarà la sua Lazio. I biancocelesti vincono le prime due sfide con Bari e Torino ma il match che rispecchia tutta la sua filosofia si gioca a San Siro il 18 settembre del 1994 contro il Milan. E’ una gara incredibile, un numero spropositato di occasioni da gol, la Lazio che per la prima volta riesce ad imporre il suo gioco a Milano. I rossoneri segnano con Gullit, i biancocelesti trovano con Boksic, al termine di un’azione di chiaro stampo zemaniano, il pareggio, ma al 90’ è ancora Gullit a siglare il due a uno per i rossoneri. La Lazio inciampa, ma la mano del boemo è evidente. Un’altra delle partite che rimangono alla storia sono i due derby di quella stagione.

 Stagione 1994-95: Milan - Lazio 2-1

All’andata la Lazio, grande favorita, viene travolta. Zeman, nel prepartita, parla del derby come di una gara come le altre, ma si dovrà ricredere e questa frase lo inseguirà per tutta la carriera. La Roma vince con i gol di Balbo, Cappioli e Fonseca, la Lazio è annichilita, così come due settimane dopo quando all’Olimpico passa la Juventus del primo Alessandro Del Piero, 4-1 per i bianconeri che nella ripresa chiudono la gara (fino all’85’ il risultato è di 4-1). Il derby di ritorno, invece, sarà quello della metamorfosi di Zeman. La lezione l’ha capita, la sua Lazio, sulla carta, si presenta con un 4-3-3, ma nella realtà gioca di rimessa, non rischia quasi mai, Rambaudi fa il quarto di centrocampo più che il terzo d’attacco. Casiraghi in rovesciata, e Signori dal dischetto nella ripresa, regalano al boemo un successo che in porta cancella l’onta dell’andata. Quella stagione, però, passa anche alla storia per le grandi goleade dei biancocelesti.

 Stagione 1994-95: Lazio - Roma 0-3 - Il video

 Stagione 1994-95: Roma - Lazio 0-2 - Il video

 


Zdenek Zeman e Beppe Signori ai tempi della Lazio

 

All’andata 5-1 al Napoli, 5-1 al Padova e 7-1 al Foggia, l’ex squadra del boemo, oltre alla vittoria per due a zero a San Siro con l’Inter. Nel girone di ritorno la Lazio fa addirittura meglio. 4-0 al Milan, 8-2 alla Fiorentina, 4-0 al Genoa, 3-0 in trasferta alla Juventus e 4-1 in casa contro l’Inter. In un anno la Lazio di Zeman batte tutte le grandi, registra il miglior attacco del torneo con 69 reti in 34 partite (una media di due gol a gara) ed ottiene il secondo posto in campionato, raggiunto nel finale in coabitazione con il Parma e a 10 lunghezze dalla Juventus di Lippi, scudettata. Nelle coppe non arrivano i trionfi, ma la Lazio va ad un passo dalla storia. In Coppa Italia si ferma solo in semifinale, contro la Juventus, mentre in Europa arriva ai Quarti di Finale (miglior piazzamento fino a quel momento). I biancocelesti giocano una splendida partita in casa contro il Borussia Dortmund, battuto 1-0, ma al ritorno vengono puniti da un gol dell’ex Riedle nel finale (2-0).

 Stagione 1994-95: Lazio - Fiorentina 8-2

Quella è una Lazio spettacolare, splendida dalla cintola in su, ma deficitaria in difesa. L’undici titolare vede Marchegiani in porta, in difesa da destra a sinistra Negro, Chamot, Cravero e Favalli, a centrocampo Fuser, Di Matteo e Winter, e Rambaudi, Boksic e Signori in attacco con Casiraghi prima alternativa. Mancano i ricambi, soprattutto dietro e a centrocampo, dove c’è ancora Gascoigne che farà appena in tempo a tornare dopo l’ennesimo infortunio per essere poi ceduto ai Glasgow Rangers), anche se in quella stagione Zeman fa giocare in Serie A due giovani di cui si sentirà molto parlare in futuro: Marco di Vaio (esordio e gol nella sfida casalinga con il Padova) e Alessandro Nesta (che aveva esordito l’anno prima ma che nel ritorno gioca spesso titolare da terzino sinistro al posto di Favalli).

 


Zdenek Zeman e Paul Gascoigne alla Lazio, stagione 1994-95

 

L’estate del 1995, però, non sarà un’estate come tutte le altre. Cragnotti vuole costruire una squadra da scudetto, è un business man, ed a giugno arriva la scintilla che fa esplodere la piazza. Il Parma del suo amico e collega Callisto Tanzi vuole Beppe Signori. 25 miliardi sul tavolo, una cifra da capogiro per un giocatore in grado di realizzare 66 gol in 3 campionati. Cragnotti cede, l’attaccante è sul punto di andare ma la gente scende in piazza ed alla fine di una giornata convulsa Signori viene confermato alla Lazio. Cragnotti va su tutte le furie, mette anche in vendita la società salvo poi ricredersi, anche se deve rimandare i suoi piani di rafforzamento. Quella, però, non sarà una campagna acquisti che passerà alla storia. Il patron vuole portare la società in borsa, deve chiudere in attivo tre anni di campagna acquisti, e la squadra ne fa le spese. Arrivano Grandoni dalla Ternana, Romano dal Cesena, Gottardi dal Neuchatel Xamax, Piovanelli dal Brescia, il portiere Mancini dal Foggia ed Esposito dalla Reggiana, oltre al ritorno di Marcolin per fine prestito dal Genoa. Sul fronte cessioni c’è da registrare quella di Cravero, che torna al Torino, mentre Bonomi e Venturin vanno al Cagliari (il primo definitivo, il secondo in prestito).

Una campagna acquisti senza infamia e senza lode, che di fatto consegna a Zeman la stessa squadra dell’anno precedente. Il tecnico boemo, però, ha un’intuizione. Quel giovane di nome Nesta, che ha iniziato da centrocampista nelle giovanili e poi affermatosi da esterno sinistro con la Primavera ed al primo anno di Serie A, per il boemo ha tutto per essere uno dei più grandi difensori centrali del calcio italiano. Lo prova da subito, viene sbeffeggiato in estate dopo un paio di amichevoli andate male (soprattutto una con l’Ajax), ma Zeman insiste, Nesta sarà il suo centrale e così è. Quella Lazio giocherà quindi con Marchegiani in porta (a novembre arriva il fedelissimo Mancini, che però sarà il secondo ma più bravo a giocare con i piedi), Negro e Favalli sugli esterni di difesa, Nesta e Chamot al centro, in mezzo al campo stesso trio dell’anno precedente con Fuser, Di Matteo e Winter, ed in avanti confermati Rambaudi, Boksic e Signori con Casiraghi splendida alternativa.

 Stagione 1995-96: Lazio - Juventus 4-0

Poi il vuoto, con tutti i neo arrivati che faticheranno a trovare spazio e gloria. La Lazio è quella dell’anno precedente, nelle Coppe non va come sperato (eliminazione al secondo turno in Uefa contro il Boavista ed ai quarti in Coppa Italia contro l’Inter). In campionato la Lazio vive di alti e bassi. Parte alla grande, imbattuta per otto giornate e capace di battere la Juventus campione d’Italia 4-0 in casa, in una delle gare più belle delle squadre di Zeman. Tutto questo, però, condito anche da sconfitte impensabili con Vicenza, Piacenza e Cremonese. La panchina di Zeman, nel girone di ritorno, viene anche messa in discussione, si parla del possibile arrivo di Guidolin, di un esonero imminente, ma nel finale del campionato la Lazio si riprende e centra il terzo posto, mettendo comunque in cantiere, pur in un campionato non esaltante, alcune gare da consegnare alla storia. Sono di quella stagione, oltre il 4-0 alla Juve, il 6-3 alla Sampdoria e il 5-1 all’Atalanta nello spazio di una settimana (tra il 17 e il 23 dicembre 1995), la vittoria nel derby di ritorno con la Roma (Signori su rigore) e il 4-0 alla Fiorentina. Terzo posto in coabitazione con la Fiorentina e per il secondo anno consecutivo miglior attacco del torneo, stavolta con 66 reti all’attivo, anche se pesa il dato della settima difesa del torneo.

 Stagione 1995-95: tutti i gol della Lazio di Zeman

Zeman, in ogni caso, si guadagna la riconferma, ed a ben vedere era difficile potergli chiedere qualcosa in più, potendo contare, di fatto, su 12-13 giocatori all’altezza di una grande squadra. Per il boemo, però, si profila un’altra estate senza fuochi d’artificio sul fronte della campagna acquisti. La Lazio è praticamente in austerity (solo nell’estate del 1997 inizierà a investire fortemente sul mercato, quando Zeman non ci sarà più). In quell’estate si fanno tanti nomi, da Finidi dell’Ajax ai fratelli De Boer, ma alla fine nessun elemento di spessore del panorama europeo arriverà a Roma (o meglio, qualcuno lo farà, da sconosciuto, scoperto proprio dal boemo). Sul fronte partenze la situazione diventa ancora più complicata. Winter e Di Matteo, perni per due anni del centrocampo, non rinnovano il loro contratto e decidono di partire con destinazione Inter e Chelsea, in avanti la cessione eccellenza è quella di Alen Boksic. Il centravanti croato non ha mai legato con Zeman, troppo distanti le loro idee di calcio, tutta istinto e forza per il primo, schemi e sacrificio per il secondo. Boksic va alla Juventus (Cragnotti però lo riacquisterà l’anno successivo, dopo la rottura con Zeman) e la Lazio decide di sostituirlo con una scelta che in quel momento appare sensata, ma che si rivelerà un fiasco. Al suo posto arriva Igor Protti, fresco vincitore del titolo di capocannoniere nel Bari con 24 gol in coabitazione con Signori, che resta alla Lazio da capitano.

Per la sostituzioni dei partenti, in epoca di risparmio, la Lazio porta a Roma il difensore sudafricano Mark Fish, gli attaccanti Protti e Buso (che salterà gran parte della stagione per una varicella) ed i centrocampisti Paul Okon (australiano ma con diversi problemi fisici), Roberto Baronio, diciottenne di belle speranze del Brescia, e Pavel Nedved dallo Sparta Praga. Su quest’ultimo Zeman mette il suo zampino, si giocano gli Europei del 1996 in Inghilterra, la Lazio visiona diversi elementi da poter prendere, di nome, ma Zeman è irremovibile, vuole il talento ceco, e mai scelta si rivelò più azzeccata.

La Lazio di Zeman parte male, soffre, Protti non ingranaBuso e Okon sono fuori gioco per infortunio, Fish non è all’altezza e Baronio ancora troppo acerbo. L’unico a spiccare il volo in quella stagione è Nedved che si mette in luce per corsa e gran tiro dalla distanza. La Lazio balbetta, non riesce a decollare, e Zeman non gode più della fiducia della società. Il tifo è diviso e si arriva, in un modo o nell’altro, a gennaio del 1997. In Coppa si consuma una delle pagine più criticate della gestione Zeman, la Lazio vince all’andata con il Tenerife per uno a zero ma al ritorno, nonostante segni tre gol in trasferta, esce sconfitta per 5-3. Da qui inizia la caduta del boemo dall’altare. In Coppa Italia arriva a novembre l’eliminazione contro il Napoli, nei quarti, ed in campionato le cose non vanno tanto meglio.

La squadra non riesce più ad esprimere il gioco apprezzato negli anni precedenti, mancano ricambi di qualità, e qualche giocatore sembra non credere più nel progetto Zeman. I biancocelesti perdono in casa con il Vicenza ma è tra la fine dell’andata e l’inizio del ritorno che si consuma l’addio con il tecnico. Il 19 gennaio 1997 la Lazio perde in casa con la Juventus con doppietta di Padovano, passano sette giorni e, sempre in casa, arriva la sconfitta con il Bologna (1-2). Alla vigilia sono già tante le voci che vogliono Zeman ad un passo dall’esonero, i tifosi laziali organizzano addirittura una raccolta di firme per la conferma del tecnico, ma dopo quella sconfitta Cragnotti smette si credere nel tecnico. Via Zeman, panchina a Zoff, che risolleva in parte la squadra centrando, alla fine, il quarto posto.

Zeman lascia quindi la Lazio dopo due stagioni e mezzo con un secondo e un terzo posto all’attivo, con il miglior attacco per due anni consecutivi, ma con zero successi nelle coppe, pagando anche e soprattutto un processo di rafforzamento della squadra praticamente nullo negli ultimi due anni.

L'era di Zeman alla Roma

Le gesta di Zeman, nella capitale, non restano però prive di ammiratori. E’ il tecnico che ha fatto parlare tutta Italia della Lazio, che ha fatto ammirare il suo gioco, fatto di gol e divertimento. Qualcuno, dall’altra sponda del Tevere, cerca riscatto. La Roma vive una delle sue stagioni più travagliate, chiudendo con il ritorno di Liedholm in panchina insieme a Ezio Sella, dopo la sventurata parentesi di Carlos Bianchi. Mentre la Lazio pianifica il suo futuro con Eriksson in panchina e Mancini, Boksic, Jugovic e Almeyda sul fronte degli arrivi, la Roma prova il colpo ad effetto. In Primavera annuncia l’accordo con Zdenek Zeman per la stagione 1997-98, una mossa a sorpresa che accende l’entusiasmo dei tifosi giallorossi, che si innamorano subito del boemo, e scuote i biancocelesti, che sanno di aver lasciato andare un tecnico in grado di far sognare, forse non vincere, ma sicuramente pensare in grande.

 


Zdenek Zeman e Franco Sensi, alla Roma

 

Zeman ha il compito di ridare linfa al popolo giallorosso, la società di Franco Sensi è ancora lontana dagli investimenti che farà nel 2000 per prendersi lo scudetto con Capello, ed è un po’ questa la storia di Zeman. E’ il traghettatore, quello in grado di fare il massimo con quello a disposizione e lasciare l’eredità agli altri di prendersi gli onori, quando arrivano i cosiddetti campioni. A chi dice che Zeman non vuole i campioni, per il suo modo di allenare, per i famosi gradoni e le ripetute, va ricordato che con Zeman hanno giocato, vinto e segnato, elementi come Signori, Boksic, Casiraghi, Nedved, Nesta, Totti, Balbo, Cafù, Candela e Aldair, non proprio gli ultimi arrivati ne giovani di belle speranze obbligati a correre per poter fare la Serie A.

La Roma che si presenta alla campagna acquisti del 1997 è una squadra che deve rifondare. La Roma che prende Zeman viene dal dodicesimo posto in campionato, dall’eliminazione in Coppa Italia con il Cesena e da quella in Uefa con il Karlsruhe, una Roma con Cervone, Thern, Carboni, Annoni, Fonseca, Moriero e Statuto. Zeman opta per una rifondazione con qualche punto fermo, come Aldair in difesa e Candela (arrivato dal Guingamp a gennaio del ’97), Di Biagio (già avuto a Foggia) e Tommasi a centrocampo, e un giovanissimo Totti in avanti con Balbo.

Di arrivi ce ne sono tanti, non tutti passati alla storia per qualità. Da segnalare sono il portiere Konsel, il difensore esterno destro Cafù, l’ala destra del Bayer Leverkusen Paulo Sergio, il centrocampista Eusebio Di Francesco e l’ala Carmine Gautieri. Non passano invece agli annali elementi come Cesar Gomez, Servidei, Scapolo ed Helguera.

Nonostante una campagna acquisti non certo faraonica, Zeman riesce a cambiare la Roma in poco tempo. IL boemo disegna il suo 4-3-3 con Konsel in porta, in difesa da destra a sinistra i titolari sono Cafù, Aldari, Zago (o Petruzzi) e Candela, a centrocampo Tommasi, Di Biagio e Di Francesco (con Wagner, brasiliano, che avrà poco spazio) e davanti Paulo Sergio a destra, Totti a sinistra e Balbo al centro (con Delvecchio prima ricambio). Per il futuro simbolo e capitano della Roma, Francesco Totti, Zeman disegna un ruolo su misura, quello che nessuno prima di lui era riuscito a fare e che qualcuno, come Carlos Bianchi, aveva addirittura cercato di far andare via dalla capitale. La Roma parte alla grande, Zeman riesce subito ad imprimere il suo marchio con la Roma che vince 6-2 con il Napoli alla quinta giornata e si presenta al derby con la Lazio da imbattuta.

 

 

Li arriva la prima battuta d’arresto, i biancocelesti in dieci vincono per 3-1, evidenziando le lacune difensive di Gomez e Servidei, titolari per l’occasione. Il k.o. non ferma però il progetto del boemo, la Roma gioca un calcio spumeggiante, divertente, Zeman conquista i suoi tifosi che da tanto non vedevano giocare cosi la squadra, reduci dalle annate non esaltanti da questo punto di vista con Mazzone e Carlos Bianchi. Il cruccio di Zeman, in quell’anno, e sembra uno strano scherzo del destino, è legato solo alla Lazio. Il tecnico boemo, infatti, perde quattro derby su quattro, un record negativo valido ancora oggi, anche se ad onor del vero la Lazio con cui lui perde è ben diversa da quella che aveva lasciato qualche mese prima.

Stagione 1997-98: Roma - Napoli 6-2

E’ una squadra che ha ripreso Boksic in attacco, che ha portato Roberto Mancini in biancoceleste, a centrocampo ci sono Jugovic e Almeyda con Nedved e Fuser, e che davanti si permette il lusso di tenere Casiraghi in panchina con Signori ceduto a novembre alla Samp per il poco spazio che aveva trovato con Eriksson in panchina. La Lazio è fatale a Zeman sia in campionato (1-3 all’andata, 2-0 al ritorno), sia in Coppa Italia, dove l’avventura dei giallorossi termina ai Quarti, eliminati proprio dai biancocelesti (4-1 all’andata, 2-1 al ritorno).

 

 

Sconfitte che però non minano la credibilità di un uomo, Zdenek, capace di riaccendere l’entusiasmo giallorosso. Alla fine del torneo la Roma ottiene il quarto posto in campionato, la qualificazione in Coppa Uefa ed un gioco da far invidia a tutte le squadre del campionato.

Stagione 1997-98: Roma - Milan 5-0

 

Sembra il preludio ad un altro grande progetto per il tecnico e per la società, ma nell’estate del 1998 accade qualcosa che segnerà la carriera di Zeman per tutta la vita. Il 6 agosto del 1998, infatti, Zeman dichiara all’Espresso che “il calcio deve uscire dalle farmacie e dagli uffici finanziari”, da lì inizia la querelle con la Juventus e con Vialli e Del Piero per il loro repentino accrescimento muscolare. Inizierà un processo per dopingZeman si ritrova al centro del palcoscenico, lui da una parte, la Juventus dall’altra. Zeman diventa il paladino di un calcio pulito, ma la sua Roma, in quella stagione, subisce una serie di torti arbitrali che fanno pensare, come se il sistema lo volesse punire per le due denuncie.

La società giallorossa del patron Sensi difende a spada tratta il boemo, anche se sul fronte della campagna acquisti sono davvero pochi i colpi messi a bilancio. A centrocampo, al posto del deludente Wagner, la Roma punta sul russo Dmitri Alenichev dello Spartak Mosca, in difesa arriva Pierre Wome come esterno sinistro (ricambio di Candela), a centrocampo viene preso dal Partizan Tomic, quasi in risposta all’acquisto della Lazio di Stankovic, mentre in avanti, ceduto Balbo al Parma, l’estate si protrae con la strenua ricerca di un centravanti di livello. Alla fine la scelta ricade su Gustavo Bartelt, attaccante del Lanus, argentino, che però riuscirà a brillare assai poco (un lampo con la Fiorentina e poco altro), con Marco Delvecchio che si guadagnerà i galloni del titolare.

 


Zdenek Zeman e Francesco Totti ai tempi della Roma, stagione 1998-99

 

La formazione giallorossa continua a giocare il solito, splendido, calcio zemaniano. Nonostante i torti arbitrali, con addirittura un dossier presentato dalla società in Federcalcio, la truppa del boemo riesce a conquistare il quinto posto, ad un paio di lunghezze dalla terza posizione, presa dalla Fiorentina. La Roma, per il secondo anno consecutivo, ha il miglior attacco della Serie A con 69 centri in 34 partite, anche se pesa il dato delle reti subite, con 49 gol presi dai giallorossi.

La partenza dei giallorossi non è fulminea come nella passata stagione, ma la Roma si assesta e si toglie lo sfizio, il 15 novembre 1998, di battere in casa l’odiata Juventus, ora anche da Zeman, per due a zero con le reti di Paulo Sergio e Candela. Quello che Zeman aveva perso nell’anno precedente, nei derby, lo riconquista in questa stagione. Alla fine ottiene un pari e una vittoria, ma in due partite che segnano la stagione dei biancocelesti. All’andata la Roma passa in vantaggio con Delvecchio ma subisce la rimonta laziale, Mancini per due volte e Salas portano il risultato sul 3-1, la formazione biancoceleste segna anche la quarta rete con Stankovic, annullata, e la Roma resta in dieci. Ma qui la spregiudicatezza del boemo ha la meglio, la sua Roma resta con tre attaccanti, si schiera con un audace 3-3-3 e nel giro di due minuti, dal 78’ all’81’, trova il pareggio con Di Francesco e Totti, rischiando anche di vincere per un gol annullato, nel finale, a Delvecchio. Finisce 3-3. 

Nel girone di ritorno, invece, si consuma la vendetta di Zeman sulla Lazio. I biancocelesti, con Eriksson, sono lanciati alla conquista dello scudetto. La Lazio è prima in classifica, ma la Roma stravince la partita.

Stagione 1998-99: Roma - Lazio 3-1

I giallorossi battono i cugini per 3-1, doppietta di Delvecchio e gol di Alenichev, costringendo anche la Lazio ad espulsioni e ammonizioni che la costringeranno, sette giorni dopo, ad affrontare e perdere con la Juventus, con una difesa inventata. La vendetta, fredda, arriva, ma per Zeman è forse l’ultimo acuto nella capitale. In Coppa Uefa la squadra si comporta discretamente, venendo eliminata solo ai Quarti di Finale dall’Atletico Madrid, mentre in Coppa Italia la squadra lascia anzitempo la competizione, eliminata dall’Atalanta negli Ottavi di Finale ai calci di rigore.

Stagione 1998-99: tutti i gol della Roma di Zeman

Zeman, in due anni, restituisce comunque una dimensione importante alla Roma, con un quarto ed un quinto posto. Numeri che basterebbero, chiaramente, per guadagnarsi una conferma ma la storia non va cosi. La battaglia di Zeman per cambiare l'andamento del calcio fa una vittima, ed è proprio lui. Il sistema, per cosi dire, si ribella, la Roma subisce torti arbitrali con cadenza settimanale, e questo porta Franco Sensi, patron giallorosso, ad un doloroso addio. Più volte, in seguito, ha spiegato come l’allontanamento di Zeman non sia dipeso da questioni tecniche, ma per ragioni di opportunità. La Roma sceglierà Fabio Capello, con cui vincerà uno scudetto due anni più tardi, ma anche in questo caso, come alla Lazio, Zeman è nella società giusta ma un paio di anni prima del momento giusto. Con lui la Roma punta su Wagner, Paulo Sergio, Cafù e Candela, ma nella Roma che verrà gli acquisti portano i nomi di Samuel, Emerson, Montella e Batistuta, gente che il boemo, purtroppo, non ha mai potuto allenare.

Zeman tornerà a Roma, quindici anni più tardi, con gli americani dopo aver vinto, stravinto e divertito a Pescara, in Serie B, riportando gli abruzzesi in A. Non sarà un grande ritorno, la Roma non è pienamente convinta, la squadra viene rivoluzionata, e forse il boemo non ha più lo smalto e l’appeal di un tempo. Gli sarà fatale un Roma – Cagliari, ma questa parentesi non spegnerà l’eco delle gesta del boemo, che dal 1994 al 1999, è diventato di fatto il padrone della Roma calcistica.

Zeman non ha solo conquistato piazzamenti, ha conquistato il cuore e la mente dei tifosi di Roma e Lazio, che in fondo gli hanno perdonato come non hanno fatto con nessun altro il fatto di essere passato da una parte all’altra del Tevere. Zeman va oltre questi confini, Zeman è sempre stato e sempre sarà, qualcosa di più di un semplice allenatore.

Alessandro Grandoni

Tecnica, qualità, dribbling, una carriera che poteva essere scintillante e che, forse, ha raccolto meno di quanto meritasse. E’ la storia calcistica di Gianluigi Lentini, classe 1969.

La Carriera di Gianluigi Lentini

Un talento cristallino, che parte da Carmagnola ed arriva fino alle vette più alte del calcio europeo. E’ forte, troppo, fin da ragazzino, il Torino lo segue e lo prende, i granata sul settore giovanile non sbagliano un colpo in quegli anni, ed il 23 novembre del 1986, a soli 17 anni, Gigi Radice lo fa esordire in prima squadra in un Brescia – Torino. Lentini è un ragazzo prodigio, in due anni colleziona 32 presenze in maglia granata, poi il prestito all’Ancona per farsi le ossa, come si diceva in gergo.

Trentasette volte in campo e 4 reti, ed il ritorno al Torino, nel frattempo acquisito da Borsano e sceso in Serie B. Gianluigi Lentini torna al toro nell’estate del 1989 e fornisce un grande contributo per il ritorno nella massima serie. La stagione seguente, quella del 1990-91, è quella che lo regala definitivamente al grande calcio. Prima stagione da titolare con la maglia granata con 34 presenze e 5 reti, uno score che gli consente di farsi notare anche dal commissario tecnico della nazionale italiana, Azeglio Vicini.

 


Gianluigi Lentini con le maglie di Torino e Milan nelle figurine Panini

 

Lentini e l'esplosione con il Torino di Mondonico

E’ il Torino di Emiliano Mondonico, quello sorprendente del ritorno in A, che nel 90-91 centra un grande quinto posto e la vittoria nella Mitropa Cup. Una stagione che precede quella del 1991-92, quella della definita consacrazione di Lentini nel panorama nazionale. Terzo posto in campionato, finale Uefa contro l’Ajax, persa, 33 presenze in campionato e cinque reti. Lentini diventa uno dei calciatori italiani di maggior talento, in grado di cambiare le partite con una giocata, abbina corsa e tecnica, un giocatore completo. Il Torino, però, dopo il terzo posto entra in crisi finanziaria.

Gianluigi Lentini: il video con tutti i gol in Serie A

Lentini venduto al Milan di Berlusconi

Scoppia Tangentopoli, e il patron del Torino Borsano finisce nel polverone, complici anche gli acquisti senza coperture degli anni precedenti. Il Toro è costretto a vedere gran parte dei suoi migliori giocatori e tra questi c’è anche Lentini. Gianluigi, però, nel frattempo è diventato un idolo e un simbolo per tutti i tifosi, tra gli innamorati di questo giocatore c’è Silvio Berlusconi, presidente del Milan, che vuole regalare il giocatore a Fabio Capello ed affiancarlo cosi ai talenti olandesi che fanno parte da anni dei rossoneri. La trattativa è di quelle che rimarranno nella storia. I tifosi protestano, scendono in piazza, contestano, l’affare, per complessivi 65 miliardi, va in porto. Si tratta di una cifra record, 23 al Torino, 42 al giocatore in cinque anni, anche se qui più avanti un processo, il “processo Lentini”, indagò su altri 10 miliardi che si presupponeva fossero stati dati in nero alla società granata.

 


L'acquisto di Gianluigi Lentini da parte del Milan

 

Il giocatore è costretto a nascondersi con i tifosi granata che ce l’hanno anche con lui. Nell’estate del 1992, Lentini diventa comunque un giocatore del Milan. Sarà una grande stagione per lui, maglia da titolare del Milan stellare di Capello, 30 presenze e sette reti di cui alla storia rimane la rovesciata sul campo del Pescara. Il Milan perde la finale di Champions con l’Olympique, ma conquista lo scudetto, il primo per Lentini. Sembra il preludio di una carriera strabiliante, ma in quell’estate accade un fatto che cambierà il corso della storia.

Gianluigi Lentini - L'incidente del 1993

La notte del 2 agosto del 1993 Lentini va fuori strada con la sua macchina, che monta il ruotino, a 200 km/h. La macchina è distrutta, Lentini miracolosamente si salva, ma tornerà in campo soltanto nel finale della stagione 1993-94, colleziona dieci presenze, vince una Champions ma da spettatore (4-0 al Barcellona) e salta i Mondiali del 1994, con Sacchi che gli preferisce altri giocatori più in forma.

Lentini, dall’incidente in poi, sembra non riuscire più a ritrovare la brillantezza di un tempo, anche nell’anno seguente, il 1994-95, non fa parte dell’undici titolare anche se riesce, comunque, ad andare in gol in 5 occasioni in 17 gare, mentre l’anno successivo, il 1995-96, è l’ultimo con la maglia dei rossoneri, con sole nove apparizioni ed una rete.

Lentini riparte dall'Atalanta e dal Torino

La carriera di Lentini vira decisamente, Gianluigi decide di ripartire dalla provincia, per l’esattezza da Bergamo, nel 1996-97. Qui ritrova una vecchia conoscenza, Emiliano Mondonico, con cui ritrova la maglia da titolare e la continuità. In quell’Atalanta giocano anche Domenico Morfeo e Pippo Inzaghi, Lentini gioca 31 gare con 4 gol, prestazioni che gli valgono anche il ritorno in Nazionale (anche se sarà solo per una gara), nell’amichevole con la Bosnia.

L’anno dopo Lentini torna al suo vecchio amore., il Torino. I granata sono in B, Lentini gioca con Reja allenatore, 34 presenze e 3 reti, ma non riesce nell’impresa di riportare in A la squadra, che perde lo spareggio con il Perugia. La stagione buona è la seguente, dove nel 1998-99, ancora con Mondonico in panchina (terza volta in carriera), centra la promozione in A segnando anche nella gara decisiva con la Fidelis Andria (1-4).

Nel 1999-2000 la sua ultima stagione in A, con la maglia granata, senza brillare. 24 presenze e nessuna rete all’attivo. Da qui in avanti la carriera di Gianluigi Lentini scivola verso le serie inferiori, tre stagioni in B al Cosenza con 6 reti in 70 gare, poi la D, l’Eccellenza e la Promozione con le maglie di Cosenza, Canelli, Saviglianese, Nicese e Carmagnola.

Oggi Lentini ha cambiato vita, si è dedicato alla produzione del miele, ma rimane uno dei più grandi rimpianti del calcio italiano. Sembrava destinato ad una carriera di altissimo livello, ma quell’incidente cambiò per sempre il suo modo di giocare a calcio.

Una carriera sfortunata per un giocatore che aveva dimostrato di poter stare, da protagonista, nel Milan stellare degli anni novanta.

Alessandro Grandoni

Tra le incredibili storie dei Mondiali ce ne è una che ci riguarda da vicino. I Mondiali del 1990 si giocano in Italia, li ospitiamo praticamente da favoriti anche se l’Argentina di Maradona, a Napoli, ci farà un brutto scherzo. Tra le sorprese di quella manifestazione, però, c’è una squadra che gode del tifo di tutti. E’ il Camerun, i “Leoni indomabili”, che sono chiamati a giocare la gara d’inaugurazione di quel Mondiale. A Milano, l’8 Giugno del 1990, si gioca Argentina – Camerun.

Mondiali Italia 1990: il cammino del Camerun di Roger Milla

Il Camerun non è alla prima partecipazione ad una competizione cosi (c'erano anche nel 1982), ma quella del ‘90 sarà un’edizione memorabile per gli africani. Sono allenati da un tecnico, Nepomniachi, siberiano, russo, che parla poco il francese, sono una formazione fisica che porta in Italia, tra i 22, Roger Milla. Parliamo di un giocatore che, in quella stagione, ha 38 anni. In Camerun è quasi un’istituzione, dal 1977 al 1989 gioca in Francia, con le maglie di Valenciennes, Monaco, Bastia, Saint-Etienne e Montpellier, con alterne fortune. Nel 1989-90 si trasferisce al Saint-Pierroise, nell’Oceano Indiano, a pochi passi dalle Mauritius, gioca solo 4 gare e segna un gol, ma per lui arriva la convocazione, serve a quella nazionale, e si cucirà addosso il ruolo da protagonista, ma torniamo a quell’8 giugno del 1990.

L’Argentina è l’Argentina di Diego, campione del mondo in carica, anche se meno forte di quella dell’86. La squadra è costruita attorno a lui, difesa e contropiede, palla a Diego e poi insieme a lui uno tra Balbo, Dezotti e Caniggia, tre giocatori che giocano tutti in Italia.

Il primo tempo si chiude sullo zero a zero, nella ripresa il Camerun rimane in dieci per l’espulsione di Kana-Biyik, ma dopo sei minuti il fratello, Oman-Biyik, sale in cielo e di testa mette il pallone alle spalle di Pumpido, portiere dell’albiceleste. L’argentina spinge, entra Caniggia che porta a spasso tutta la difesa, Massing lo stende e si prede un altro rosso. Camerun in nove e africani che tengono fino alla fine sfiorando il raddoppio. Il Camerun, all’esordio, batte l’Argentina campione in carica.

Italia 1990: Argentina - Camerun 0-1

Nepomniachi cementa il gruppo e si presenta per la seconda gara del girone contro la Romania di Lacatus e George Hagi. Zero a zero nel primo tempo, ad inizio ripresa entra in campo il 38enne Roger Milla. Dopo diciotto minuti vince un contrasto, entra in area e mette la sfera in rete, andando a festeggiare con un balletto davanti alla bandierina. Quest’immagine rimarrà indelebile nei mondiali di quell’anno.

Mondiali Italia 1990: Romania - Camerun 1-2

Ma lo show di Milla non è finito, perché all’86’ è sempre lui a siglare il raddoppio, il Camerun è uficialmente qualificato per gli ottavi di finale, ed è la prima volta che una squadra africana riesce in questa impresa. Nella terza sfida i leoni, già qualificati, prendono 4 reti dall’Unione Sovietica, ma grazie al pari tra Argentina e Romania tengono il primo posto del girone ed agli Ottavi si trovano di fronte la Colombia di Valderrama e Higuita.

I due gol con la Romania non bastano a Millla per la maglia da titolare, a Napoli Camerun e Colombia si sfidano ma i novanta regolamentari si chiudono sullo zero a zero, con Roger entrato a inizio ripresa. Al 106’ il Camerun passa, Iman-Biyik serve Milla che scatta e supera Higuita con il sinistro. Passano pochi minuti ed arriva il raddoppio, ancora Milla, che stavolta ruba palla a Higuita e vola verso la porta. Doppietta, balletto e Camerun ai quarti, nonostante il gol nel finale di Redin per il 2-1 finale.

Mondiali Italia 1990: Camerun - Colombia 2-1

Il 1 luglio del 1990 è il giorno dello storico quarto di finale con l’Inghilterra. Gli inglesi sono una bella squadra, hanno gli storici Shilton e Lineker insieme con i giovani talenti che rispondono al nome di Gascoigne, Platt e Waddle. Al 25’ proprio Platt trova la rete su cross di Pearce, nella ripresa entra Milla ed è ancora spettacolo.

Al 61’ Gascoigne atterra Milla in area, calcio di rigore che Kunde non sbaglia, è 1-1. Dopo quattro minuti ancora Camerun, stavolta Milla seve Ekeke che deposita in rete. Il sogno del Camerun si spegne a sette minuti dal termine, con Massing che interviene male in area. Altro rigorestavolta per l’Inghilerra e gol del due a due di Lineker. Si va ai supplementari dove al 105’ un altro calcio di rigore consente a Lineker di siglare il 3-2, la rete che porta l’Inghilerra in semifinale.

Mondiali Italia 1990: Inghilterra - Camerun 3-2 dts

La favola del Camerun del 1990 finisce qui. Da lì in avanti solo il Senegal nel 2002 e il Ghana nel 2010 riescono ad emulare Leoni d’Africa, raggiungendo i Quarti di Finale di un mondiale. Grandi risultati, ma dal punto di vista delle emozioni, della simpatia e della favola, nessuno riuscirà a raggiungere quei Leoni d’Africa, quel Camerun fantastico di Roger Milla.  

Alessandro Grandoni

La stagione 1991-92 resterà per sempre negli annali del Torino. Una società che in passato è stata abituata a vincere in Italia, dal grande Torino fino allo scudetto di Pulici e Graziani, ma che in Europa non era mai riuscita ad imprimere il suo marchio. Nell’albo d’oro della Coppa Uefa di quell’anno non c’è il nome del Toro, ma nel ricordo di tutti si, perché quella finale con l’Ajax brucia ancora a Casagrande e compagni, arrivati ad un passo dalla storia.

Sono anni felici per il Toro, che arriva dal quinto posto ottenuto nella stagione precedente in Serie A dietro a Sampdoria, Milan, Inter e Genoa. Si riparte dal tecnico, un veterano, un uomo di campo e di calcio, che ha ricevuto forse troppo poco per quello che ha dato: Emiliano Mondonico. Accusato sempre di giocare un calcio difensivo, proprio in quella stagione farà ricredere in molti, soprattutto fuori dai confini nazionali.

Il Toro che si presenta ai nastri di partenza è una squadra molto simile a quella della stagione scorsa, ma con tre ottimi rinforzi. Partiamo dal centrocampo, dove torna dal prestito al Napoli Giorgio Venturin, centrocampista di grande sostanza, bravo a distruggere ed organizzare gioco. Per quest’ultima fase, però, il colpo ad effetto è rappresentato dall’arrivo di Vincenzo Scifo, centrocampista belga, già in Italia a fine anni ottanta con l’Inter, prelevato dall’Auxerre. In attacco, invece, il colpo viene dall’Ascoli, dove il Torino prende Walter Casagrande, centravanti brasiliano che aveva fatto bene in maglia bianconera.

L’intelaiatura, per il resto, è collaudata. C’è Marchegiani in porta, che in granata arriverà alla nazionale, in difesa Annoni, Bruno, Cravero e Policano sono praticamente inamovibili, con Benedetti  e Mussi ottimi rincalzi. A centrocampo, oltre agli arrivi già citati, ci sono Luca Fusi, scudettato con il Napoli di Maradona, Martin Vazquez e Gianluigi Lentini, indubbiamente il miglior talento granata di quel periodo. Davanti, oltre a Casagrande, c’è Bresciani con un giovanissimo Christian Vieri, ancora troppo acerbo per incidere.

Il Torino parte bene e dopo un passo falso interno con la Lazio che vince con un gol di Ruben Sosa, si attesta nella parte alta della classifica. Il derby d’andata non sorride ai granata, sconfitti dalla rete di Casiraghi, cosi come avviene con i futuri campioni d’Italia del Milan che vincono a San Siro con i gol di Gullit e Massaro. Nel ritorno i granata non si smentiscono, pareggiano con Inter e Milan in casa e riescono nell’impresa di battere la Juventus con la doppietta di Casagrande il 5 Aprile del 1992.

 

 

In Coppa Italia il cammino è spedito fino ai Quarti di Finale, dove la formazione di Mondonico se la vede con il Milan, la squadra indubbiamente più forte di quegli anni. Due a zero per i rossoneri all’andata firmato da Baresi e Simone, uno a uno al ritorno con gol granata di Lentini, che farà innamorare Berlusconi e il Diavolo che nell’estate seguente ricopriranno d’oro la società di Borsano per accaparrarsene le prestazioni.  In campionato il Toro prosegue spedito ed alla fine della stagione otterrà un grande terzo posto subito dietro le due grandi, Milan e Juventus, ma è in Coppa Uefa che si sta per compiere un piccolo capolavoro.

Torino 1991-92: il cammino in Coppa Uefa

L’avventura parte con la doppia vittoria del Toro sul Reykjavik, due a zero in trasferta con le firme di Mussi e Annoni, e 6-1 al ritorno con la doppietta di Scifo e i gol di Bresciani, Policano, Martin Vazquez e Carillo. Ai sedicesimi è la volta dei portoghesi del Boavista, annichiliti all’andata a Torino con il due a zero di Lentini e Annoni, ed incapaci di ribaltare il risultato al ritorno (0-0).

La corsa di Cravero e compagni prosegue, agli Ottavi è la volta dell’AEK, due a due all’andata in terra greca (Casagrande e Bresciani), e vittoria per uno a zero al ritorno ancora con Casagrande decisivo. Ai Quarti ci sono i danesi del B 1903, il Toro mette al sicuro la qualificazione già nella gara d’andata in trasferta, vincendo due a zero con i gol di Policano e Casagrande, al ritorno sarà un autogol di Nielsen a spianare la strada verso la semifinale dove ad attendere la squadra di Mondonico c’è niente di meno che il Real Madrid. La squadra madrilena è sempre la solita grande formazione, con gente del calibro di Buyo, Hierro e Sanchis, Hagi, Michel, Butragueno e Luis Enrique. A Madrid per il Toro finisce male, vince il Real due a uno con le reti di Hagi e Hierro, in mezzo il gol del solito Casagrande che tiene viva la speranza granata, anche se al ritorno serve un’impresa.

Coppa Uefa: Torino - Real Madrid 2-0

Mondonico prepara il match alla perfezione, il Toro parte forte ed al 7’ trova il vantaggio con l’autogol di Rocha che nel tentativo di anticipare Casagrande mette il pallone alle spalle del proprio portiere. Il Torino difende e riparte, ed al 76’ trova il gol della tranquillità con Luca Fusi, che devia da pochi passi il pallone che porta la squadra di Mondonico alla prima storica finale europea della storia granata, avversario l’Ajax di Luois Van Gaal. I lancieri sono una formazione di indubbio spessore, ci sono Blind e Frank De Boer in difesa, Jonk, Winter, Van’t Schip e Kreek a centrocampo, mentre in attacco Bergkamp, che a breve passerà all’Inter, assiste Roy e Pettersson (il dodicesimo biancorosso risponde al nome di Van der Sar).

All’andata non inizia bene, l’Ajax trova il gol del vantaggio con una conclusione dalla distanza di Jonk che supera Marchegiani. Il cuore del Toro non molla ed al 62’ ci pensa Casagrande a ribattere in rete una respinta di Menzo, gli ospiti spingono ed al 75’ ottengono un calcio di rigore con Bergkamp. Dal dischetto va Pettersson che sigla il due a uno, sembra finita ma a sei minuti dal termine ci pensa ancora Casagrande, con una grande azione personale, a firmare il 2-2 che tiene vive le speranze del Toro in vista del ritorno ad Amsterdam.

Coppa Uefa 1991-92: Torino - Ajax 2-2 (Finale Andata)

 

Questa sarà una partita che, anche se sfortunata, resterà per sempre negli occhi e nel cuore di tutti i tifosi. Il Toro soffre ma spinge, prova il tutto per tutto, colpisce tre pali e si vede negare un rigore netto su Cravero, che va a terra a due passi dal portiere. L’ira di Mondonico è rappresentata, e lo sarà per sempre, dal suo gesto in cui protesta alzando una sedia e inveendo contro il direttore di gara.

Coppa Uefa 1991-92: Ajax - Torino 0-0

 

Il Torino, pur con un grande cuore, non ce la farà, ma quella partita, quella squadra, quel tecnico, rimarranno per sempre nel cuore di tutti i tifosi italiani. Il cuore Toro è tornato..

Alessandro Grandoni

Coppa Uefa 1991-92: la protesta di Mondonico

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