Alessandro Grandoni

Alessandro Grandoni

Direttore Responsabile, Giornalista Pubblicista dal 2005, ha collaborato con varie testate giornalistiche e diretto, tra le altre, il portale www.calcionazionale.it

Ma il 7 dello United, è davvero magico?

Questa è una storia che ha dei lati oscuri, fantastici, ma non sempre corrisponde alla realtà. Il numero sette del Manchester United, da qualche decennio, è contornato da un alone di magia, dovuta delle volte più alla suggestione che a fatti concreti, e che tralascia qualche flop che in realtà, di magico, ha avuto ben poco.

Per iniziare seriamente a parlare di questo rapporto dobbiamo infatti arrivare a George Best, forse il più grande giocatore inglese di sempre, che con il numero sette ha avuto si un rapporto, ma non sempre fedele come invece il grande pubblico è abituato a pensare.

Best era un talento puro, un giocatore d’attacco che raramente stazionava in una parte del campo, come amano invece fare i numeri sette di un tempo, definiti da sempre ala destra. Best, con lo United, ha giocatore con vari numeri, spesso con l’11, ma anche con il 10 e l’8.

Ma perché, allora, viene sempre raffigurato con il 7?

 

Perché con quel numero sulle spalle ha giocato le sue migliori partite, come nel ’66 quando al Da Luz contro il Benfica di Eusebio incanta in un 5-1 esterno, oppure nel 1968, quando trascina lo United alla sua prima vittoria europea. Segna nella semifinale d’andata con il Real, su rigore, all’incrocio, fa due assist nella sfida di ritorno, a Madrid, con lo United che rimonta da 3-1 a 3-3, ed è ancora decisivo nella finalissima contro il Benfica, a Wembley, quando ruba palla a un difensore e appoggia in rete per il 2-1, lo United poi ne fa altri due ed arriva la prima Coppa dei Campioni.

 

George Best con la maglia dello United
George Best con la maglia dello United

Da quel momento Best, per tutti, è il numero sette dello United, diventa un’icona mondiale, come avverrà anche ad altri due numeri 7 dei red devils. Best non giocherà tantissimo nello United, se ne andrà a 28 anni, ma la sua magia rimarrà inalterata per sempre. Quel sette che diventa magico, nel 1981 assume un altro contorno, grazie a Bryan Robson.  Decisamente diverso da Best, uomo squadra, capitano, ha portato lo United da periodo buio alla gloria, vincendo 3 Fa Cup, 2 Premier League, 1 Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea. Giocatore di altissimo spessore, mancino, incarnava lo spirito di quella squadra che, in patria, aveva a che fare con una corazzata come il Liverpool, che ha dovuto poi aspettare fino ai giorni nostri per nuova gloria in patria.

 

Bryan Robson con la maglia del Manchester United
Bryan Robson con la maglia del Manchester United

Un 7 che è passato dall’anarchico, personaggio da copertina, al capitano capace di farsi carico della sua squadra.

Da qui in avanti, però, si arriva al calcio totale, globalizzato, dove il dello United diventa per tutti un’icona. Serve però un francese, un colletto, e qualche sregolatezza. I numeri di maglia, da qui in avanti, diventano fissi per i giocatori, si assegnano all’inizio della stagione e hanno il cognome scritto sopra. Da qui in avanti, chi sceglie il 7, lo fa per tutta la stagione, forse per tutta la carriera.

Allo United arriva Eric Cantona, e ha un impatto devastante sul campionato inglese e sul Manchester. Ha vinto 4 campionati, tranne quello del suo famoso calcio volante ad un tifoso, è stato l’uomo giusto al momento giusto, ha incarnato lo spirito dei tifosi, è stato rivestito di un alone magico. Non era probabilmente il miglior calciatore di quel momento, ma è stato forse il più decisivo. Quando decideva di scendere in campo, di giocare, spostava le partite, il suo colletto alzato è diventato un modello, ed ancora oggi nell’immaginario dei tifosi dello United quel francese riveste un ruolo incredibile.

 

Eric Cantona con la maglia numero 7 del Manchester United
Eric Cantona con la maglia numero 7 del Manchester United

Prendere l’eredità di quel numero sette non era semplice, serviva un qualcosa di particolare.

Nel 1996, quando Cantona si appresta a giocare la sua ultima stagione, David Beckham si fa scoprire. Segna gol impensabili, accarezza il pallone con il suo piede destro, non incarna la forza di Cantona, né l’anarchia di Best, è un qualcosa di diverso, come è diverso da Robson. Dopo una stagione giocata con il 10, sceglie il numero 7 lasciando la sua a Sheringham. Beckham diventa un’icona, il primo giocatore davvero mediatico a livello mondiale, complice anche la sua storia con una delle Spyce Girls, disegna traiettorie incredibili con il suo piede destro, soprattutto su punizione, ma anche in campo, da qualsiasi zona del terreno verde.

Ed ‘ lui ad avere la numero 7 la sera in cui lo United di Sir Alex, in tre minuti, ribalta la finale con il Bayern Monaco e porta a casa un’altra Coppa dei Campioni, frutto di due gol arrivati sugli sviluppi di due calci d’angolo battuti dal suo piede destro.

 

David Beckham con la maglia del Manchester United
David Beckham con la maglia del Manchester United

C’è chi sceglie la 7, come Cantona o Beckham, e a chi la 7 viene data, come un'investitura. E’ il 2003, e un giovane portoghese di nome Cristiano Ronaldo arriva a Manchester da Lisbona. Sir Alex sa che quello diventerà un campione. Al momento della scelta lui chiede la 28, la sua maglia preferita, ma il tecnico ha un’idea diversa. Gli fa prendere la 7, è sua, e saprà valorizzarla, portarla ad un livello addirittura successivo. Il suo modo di giocare è dribbling, irriverenza, colpi di classe, colpi di tacco, gol incredibili, magie e cross. Gioca sulla fascia in quello United, ma con il passare del tempo diventa un attaccante a tutto tondo.

Fa la storia, si porta a casa una Champions anche se, in quella serata, nel 2008, sbaglia dal dischetto, ma poco importa. Se ne va dallo United dopo sei stagioni e 84 gol in 196 partite, contribuisce al mistero e alla magia di quel numero 7.

 

Cristiano Ronaldo con la maglia numero 7 del Manchester United
Cristiano Ronaldo con la maglia numero 7 del Manchester United

Continuare però, quel filone, dopo Cantona, Beckham e Ronaldo, non è semplice, e infatti da quel momento quella maglia non riesce più a trovare un padrone degno di questo nome.

Ci prova Michael Owen, il ragazzo prodigio di Liverpool, che arriva allo United ma che non incide, fa spesso panchina, è a fine carriera e non onora, al meglio, quell’investitura. Dopo di lui, però, non va meglio, perché nel 2012-13 l’idea malsana è di affidarla ad Antonio Valencia, equadoregno, che fino a quel momento gioca con la n. 25. Mai scelta fu più sbagliata, tanto è che tornerà alla sua vecchia maglia, onde evitare di continuare a disonorare quel vessillo. Nei tempi più recenti non va meglio, ci si prova con Angel Di Maria, argentino di qualità, che non lascia il segno, così come Alexis Sanchez, spedito in prestito all’Inter in cerca della sua identità. Ora sono passati undici anni da quando quel numero sette ha rappresentato, per l’ultima volta, una magia con Cristiano Ronaldo. Un alone fantastico che sembra aver perso quella sua suggestione, che pesa forse troppo sulle spalle di chi non è un predestinato.

In attesa di scoprire se un giorno, quella maglia, tornerà ad essere magica, possiamo solo consolarci ripensando a chi l’ha indossata in modi tanto diversi, da Best e Robson, dal francese Cantona, allo Spyce Boy Beckham, fino a Cristiano Ronaldo, che l’ha fatta sua, la fatta evolvere in un qualcosa di difficilmente eguagliabile, e forse è proprio questo il problema di quella maglia, perché trovare qualcuno in grado di elevarla ancora, sembra essere un’impresa impossibile.

Alessandro Grandoni

Tutti pronti, finalmente si riparte. La Serie A riprende e con essa la lotta per la conquista di questo scudetto che, sicuramente, rimarrà nella storia per le condizioni in cui si è giocato. Tre squadre, ad oggi, sono in lizza per la conquista del titolo, Juventus, Lazio e Inter, tutte con alcune certezze ed alcune incognite, alcuni vantaggi e svantaggi derivati dal cambio delle condizioni in cui terminerà questa stagione.

 

JUVENTUS: vantaggi e svantaggi della ripresa della Serie A

 

I bianconeri sono davanti a tutti, anche in virtù della vittoria, già a porte chiuse, ottenuta nell’ultima sfida buona di marzo contro l’Inter. Quel due a uno ha ridato alla Juve la testa della classifica e abbattuto l’Inter, ma in vista della ripresa qualcosa potrebbe essere cambiato. Le due sfide di Coppa Italia, contro Milan e Napoli, hanno dimostrato, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che questa non è la Juve di Allegri, capace di uccidere i campionati.

C’è qualche crepa, zero gol in 180 minuti e secondo trofeo della stagione sfumato dopo la SuperCoppa. Il sistema Sarri non sembra aver trovato terreno fertile tra i bianconeri, e questo può far sperare le altre, perché mai come quest’anno la Juventus sembra battibile, umana. Dal canto opposto, però, questa ripartenza ha tolto ai bianconeri l’assillo del dover pensare, contemporaneamente, a vincere l’ennesimo scudetto e a concentrarsi sulla Champions.

 

La formazione della Juventus

 

La massima manifestazione europea si giocherà dopo la fine della Serie A, rimandando quindi ad agosto l’ossessione bianconera, ed oltre a questo c’è anche l’aspetto della lunghezza delle rose a pesare in favore della squadra di Sarri, visto che giocando ogni 3 giorni sarà determinante avere ricambi adeguati. Da questo punto di vista la Juve è decisamente avanti a Lazio e Inter, ed in un minitorneo come sarà questo, potrebbe rivelarsi fondamentale.

 

LAZIO: vantaggi e svantaggi della ripresa della Serie A

 

I biancocelesti, prima della sosta, erano la sorpresa della stagione. Trovatisi li senza averlo come obiettivo iniziale, sono la squadra che dal punto di vista mentale è più tranquilla, nessuno gli aveva chiesto lo scudetto, come nessuno lo chiede ora, se lo gioca consapevole che il suo grande obiettivo, il rientro in Champions League, è stato già centrato da tempo (con 17 punti di vantaggio sulla quinta). La Lazio giocava, perché dobbiamo declinarlo al passato, vista la sosta di tre mesi, il miglior calcio, era la squadra più in forma ma, con la ripresa, qualcosa potrebbe cambiare, sia a livello fisico che a livello psicologico.

La rosa non è lunga, e questo lo si sapeva, ma giocando una gara a settimana, come era prima della pandemia, la Lazio aveva la possibilità di rifiatare, di poter impiegare quasi sempre lo stesso undici, di lavorare ogni settimana in funzione della gara successiva, e di dover fare poco ricorso alla sua panchina, non lunghissima. Con il nuovo calendario, che mette una gara ogni 3-4 giorni, tutto cambia.

La Lazio, necessariamente, dovrà far ricorso alla sua panchina, perché è impensabile giocare con gli stessi undici ogni partita. Oltre a questo si aggiunge qualche piccolo problema fisico che già leva ai biancocelesti alcune pedine fondamentali, su tutte Lulic, non ancora guarito dal problema alla caviglia, ma anche Luiz Felipe, al momento ai box ed in grande spolvero prima della sosta.

 

Luis Alberto e Correa si abbracciano

 

Quello che era il grande vantaggio della Lazio, avere solo il campionato di cui doversi preoccupare, di colpo non  c’è più, e questo non può non essere preso in considerazione.

Passando all’aspetto psicologico, ora la Lazio un po’ di pressione la avverte. E’ la società che ha spinto di più per la ripresa, era la più in forma prima della sosta, quando sembrava comunque li in testa in preda a una sorta di magia. Ora è diverso, tutti hanno metabolizzato la sua posizione e le sue giuste ambizioni, e ora tutti si aspettano, anche dalla Lazio, di giocare ogni gara per vincere e provare a cucirsi lo scudetto addosso.

Bisognerà vedere, cosi sotto pressione, come reagirà la squadra di Inzaghi, fino ad ora sempre scesa in campo con altre aspettative.

 

INTER: vantaggi e svantaggi della ripresa della Serie A

 

I nerazzurri, al momento, sono attardati, a 9 punti dai bianconeri ma con il recupero con la Sampdoria da dover giocare. Potrebbero essere sei le distanze dopo questa sfida, un gap grande ma non incolmabile con la Juve di quest’anno. Anche per quanto riguarda i nerazzurri, però, la ripresa porta con se incognite e speranze, vantaggi e svantaggi. I nerazzurri hanno già ripreso in Coppa Italia, e l’avvio non è stato dei migliori, con l’eliminazione consumata contro il Napoli. L’Inter ha giocato, ma non ha incantato, e per provare a dare l’assalto al titolo servirà ben altra convinzione.

Il vantaggio dei nerazzurri, però, ha due aspetti, uno fisico e uno psicologico. Dal punto di vista fisico, come per la Juve, l’Inter non avrà il problema di doversi preoccupare contemporaneamente di Campionato e Coppa, visto che l’Europa League è stata spostata al termine della stagione. Un vantaggio non da poco, che però come per la Lazio costringerà i nerazzurri anche a far parecchio ricorso alla propria panchina, più ricca di quella dei biancocelesti ma meno importante di quella dei bianconeri. Dal punto di vista psicologico i nerazzurri hanno avuto tempo per metabolizzare la sconfitta con la Juventus, che l’8 marzo sembrava aver detto la parola fine sullo scudetto nerazzurro.

 

Lukaku e Lautaro Martinez si abbracciano

 

La botta è stata assorbita, ed ora non ci si può aspettare un calo di testa dalla squadra di Conte, cosa che era invece pronosticabile tre mesi fa. Sempre dal punto di vista psicologico, però, c’è anche un aspetto da considerare: Lautaro Martinez. L’avevamo lasciato come un giocatore in rampa di lancio, voluto da tutti. Lo ritroviamo, in pratica, come un promesso sposo del Barcellona. C’è il serio rischio di vederlo, da qui alla fine, come un corpo estraneo alla formazione nerazzurra, lui che è stato fondamentale, insieme a Lukaku, per portare i nerazzurri ad un grande livello di competitività.

Chi per un verso, chi per l’altro, quindi, ci sono vantaggi e svantaggi in questa ripresa, tutto è ancora in discussione e sarà curioso vedere come questi tre mesi abbiano cambiato o meno, le sorti di un torneo che, in ogni caso, resterà nella storia.

Alessandro Grandoni

Paul John Gascoigne, uno dei giocatori più talentuosi degli anni novanta, ma altrettanto sempre vittima delle sue debolezze, del suo bisogno di non sentirsi mai solo. Ha sempre avuto due facce, Gazza, quella del talento cristallino, del giocatore capace di infiammare il pubblico con una giocata, e quella del ragazzo bisognoso di affetto, di sentirsi parte di qualcosa, amato.

Gascoigne nasce a Gateshead il 27 Maggio del 1967, da una famiglia umile, dal padre John, manovale, e dalla mamma Carol, operaia in fabbrica. Il suo nome deriva dall’amore per Paul McCartney e John Lennon, cresce in una famiglia costretta a sacrificarsi per sostenersi, perché Gazza ha altri tre fratelli, un maschio e due femmine, e perché il padre, John, inizia a soffrire presto di crisi epilettiche. Paul è indubbiamente il più bizzarro della famiglia, fin da piccolo, ma comincia presto ad accusare il contesto in cui è costretto a vivere, finendo in terapia già a 10 anni per alcuni disturbi ossessivi e qualche tic di troppo.

All’età di 15 anni, poi, sviluppa un’ossessione per le slot machine, dove si gioca tutti i soldi che raccimola, oltre a rendersi protagonista di episodi non proprio educativi per le strade della sua città. Divertente, paffutello, è però anche il miglior giocatore di calcio del posto, e questa è la sua unica salvezza perché, alla sua età, ha già assistito alla morte, da vicino, di due persone, e questo non potrà non contare nello sviluppo della sua complicata personalità. Il primo è un amico del fratello, investito mentre erano insieme, l’altro, un suo compagno di squadre, coinvolto in un incidente mentre lavorava per lo zio di Gazza. Due episodi che manderebbero fuori di testa chiunque, e lui non è da meno.

Ha solo una cosa che lo può salvare, il calcio. Dopo esser stato notato per il suo grande talento, a sedici anni entra a far parte del Newcastle United, in un posto dove l’amore per il calcio è simile a quello per la birra e l’alcool, due aspetti che faranno, purtroppo, sempre parte della vita di Paul.

 

Paul Gascoigne - Newcastle United

Che si tratti di un talento purissimo non ci sono dubbi, ma anche di un ragazzo che vive sempre al limite, all’eccesso, che fatica a controllarsi con il cibo e con l’alcool, che è sempre sopra le righe, in campo e fuori, forse perché è l’unico modo che conosce per non dover pensare.  Ha classe, e questo lo porta giovanissimo a far parte della prima squadra che lo divide con la nostra Primavera. Il manager del Newcastle, Jack Charlton, sa che è un cavallo purissimo, ma sa anche che va gestito, accompagnato, controllato, perché per perderlo basta un attimo.

Nel 1985, a diciotto anni, non ha ancora esordito in Premier ma vince il suo primo trofeo, la FA Youth Cup, con il Newcastle che in finale affronta il Watford. L’andata finisce zero a zero, il ritorno in casa del Watford è decisivo, e Gascoigne decide di prendersi la coppa. Termina quattro a uno per il Newcastle, lui ne fa due, uno di testa e uno, come disse Jack Charlton, è un gol che “se sei fortunato, riesci a vedere dal vivo una volta nella vita”. Un partita che non pone più dubbi sulla sua ascesa, Gazza è pronto per il grande calcio, e inizia a far parte stabilmente della prima squadra. In campo è un talento, ma è anche il giocatore, giovane, che non fa altro che scherzare, organizzare prese in giro ai compagni, anche ai più esperti, e questo non sempre è apprezzato. In campo inizia a giocare ma anche gli avversari non sempre lo accolgono a braccia aperte, come appare palese con Vinnie Jones, centrocampista gallese del Wimbledon, che il 6 febbraio 1988, a Plough Lane, si rende protagonista di un gesto che viene immortalato in una delle foto più iconiche della carriera di Paul Gascoigne.

 

Paul Gascoigne e Vinnie Jones durante Newcastle - Wimbledon e poi venti anni dopo
Paul Gascoigne e Vinnie Jones durante Newcastle - Wimbledon e poi venti anni dopo

 

Lui accetta la sfida, e a fine gara di tutta risposta fa recapitare nello spogliatoio del Wimbledon un mazzo di rose per l’avversario. Gazza è cosi, prendere o lasciare. Dal 1985 al 1988, con il Newcastle, gioca uno splendido calcio, riporta in alto la squadra, con un gioco fatto di dribbling, colpi di genio, serpentine e gol. Saranno 21 le reti in 92 gare in tre stagioni in First Division (che a breve prenderà il nome di Premier), il nome di Gascoigne finisce sul taccuino delle maggiori squadre inglesi, il Newcastle è in difficoltà economica, e la sua cessione è la logica conseguenza. Tra i manager che vogliono Gazza è anche Alex Ferguson, non ancora Sir, che è convinto di volerlo per il suo United. In realtà Ferguson strappa anche la promessa al giovane, prima di andarsene in vacanza, ma Gazza qualche giorno dopo sceglie il Tottenham, che gli offre 1500 sterline a settimana e con 2 milioni e 200.000 sterline al Newcastle si accaparra quella che sembra la stella nascente del calcio inglese. Ferguson, negli anni seguenti, più volte racconterà questo episodio e sottolineerà come quello sia stato il più grande errore di Paul, ma prove sul fatto che a Manchester, qualcuno riuscisse a contenere i suoi eccessi, non ce ne sono. Perché è quello il problema di Paul, non il campo, dove in pratica fa quel che vuole. E’ troppo più forte, troppo più astuto, ha una tecnica che gli permette tutto, ma anche un fisico che lo sorregge. Non è un peso piuma, combatte sempre con gli eccessi anche sul cibo, ma ha una stazza nella parte superiore del corpo che gli permette di resistere a qualsiasi contrasto. Nel 1988, Gascoigne, passa quindi al Tottenham, a Londra, nella capitale.

 

Tributo a Paul Gascoigne

L’impatto non è dei più agevoli, e l’esordio arriva proprio sul campo del Newcastle, che non ha gradito la sua partenza. La settimana seguente, però, nel derby con l’Arsenal, segna il primo gol con la maglia degli Spurs, con una scarpa sola, perché l’altra l’aveva persa in un contrasto, da quel momento diventa un idolo anche qui. La sua prima stagione si chiude con 32 presenze e 6 gol, è un beniamino, anche se fuori dal campo i suoi problemi con l’alcool iniziano a diventare sempre più evidenti, è lontano da casa, e questo non aiuta. All’inizio di quella stagione, il 14 Settembre 1988, fa anche il suo esordio nella nazionale inglese, sempre a Londra, contro la Danimarca, giocando quasi tutta la partita. Il tecnico della selezione è Bobby Robson, che ha in testa di farne un titolare inamovibile della squadra che, due anni dopo, dovrà cercare di vincere il Mondiale in Italia, nel 1990.

 

Paul Gascoigne - Tutti i Gol con la maglia dell'Inghilterra

Con il Tottenham continua ad incantare, realizzando sei gol anche nella sua seconda stagione, dove fa coppia con Gary Lineker, il centravanti della nazionale inglese. Ai Mondiali Gazza ci va, non si può non portarlo nonostante qualche eccesso, e quello sarà probabilmente il punto più alto della carriera di Paul John Gascoigne. E’ uno dei punti forti, dei giovani dell’Inghilterra, con lui ci sono Waddle e Platt, mentre in avanti è il suo compagno Lineker a tenere in piedi la baracca. Il ritiro, le partite, è il periodo migliore per Gazza, sempre insieme ai suoi compagni, mai solo. Nasce la sua stella, tutto il mondo di accorge di lui, della sua fantasia, del suo estro, ma anche delle sue debolezze, perché oltre ai dribbling ed ai passaggi illuminanti, negli occhi di molti rimane il Gascoigne che piange in campo, a partita in corso, nella semifinale con la Germania, quando rimedia un giallo che gli avrebbe precluso l’eventuale finale (la Germania vincerà ai rigori), ripetuto a fine gara per l'eliminazione.

 

Paul Gascoigne in lacrime dopo Inghilterra - Germania del 1990, in Italia
Paul Gascoigne in lacrime dopo Inghilterra - Germania del 1990, in Italia

 

E’ quello il periodo migliore, a cui segue una stagione, nel 1990-91, di altissimo livello. E’ il fulcro del Tottenham, gioca e diverte, è un beniamino, trascina la squadra sia in campionato dove realizza 7 gol in 26 partite, sia in Coppa, dove con 6 reti in 5 partite contribuisce in maniera determinante per il raggiungimento della finale.

Gazza è sulla bocca di tutti, ma anche le sue bizze, ma c’è una squadra in Italia che vuole puntare su di lui, che vuole qualcuno che la faccia conoscere nel mondo. La Lazio, ancora del presidente Calleri, riesce a strappare al Tottenham la promessa della vendita del giocatore, con la squadra inglese in difficoltà economiche. L’accordo è fatto, ma c’è da chiudere la stagione, e Gazza la vuole chiudere al meglio.

Scende in campo nella finale di Coppa contro il Nottingham Forest, ma è nervoso. Dopo qualche minuto entra in scivolata nella trequarti difensiva in maniera scellerata, rimane a terra, dolorante. Prova a rialzarsi, non vuole arrendersi, va a comporre la barriera sulla punizione che segnerà il gol del Nottingham di Pearce, poi stramazza al suolo. Viene portato via in barella, si è rotto il legamento crociato del ginocchio, dovrà stare fuori mesi e sarà tutto da vedere se riuscirà a tornare quello di prima. E’ un periodo difficile per un uomo che ha sempre avuto nel calcio, nella possibilità di essere il beniamino di tanti, la sua salvezza. La Lazio confermerà, nonostante l’infortunio, il suo acquisto, con Sergio Cragnotti che subentra a Calleri.

Gascoigne arriva a Roma nel 1992, un anno dopo il suo terribile infortunio, ma questa è un’altra storia…

Alessandro Grandoni

E’ una delle partite più iconiche degli anni novanta, per noi italiani. E’ una gara che sarebbe potuta passare alla storia come una delle più grandi disfatte di sempre, e invece resta nell’imaginario di tutti come quella della rinascita, della resistenza, della fatica e della resurrezione del Divin Codino, che da lì in avanti ci portò, in un viaggio di prima classe, fino alla finale di Pasadena.

Il 5 Luglio del 1994 va in scena la sfida, ai Mondiali di Usa 94, tra Italia e Nigeria. Si gioca a Boston, e le due squadre arrivano a quella partita in momenti decisamente diversi. Gli azzurri sono guidati da Arrigo Sacchi, l’uomo chiamato a far giocare la nazionale in maniera spettacolare, come il suo Milan degli olandesi. L’Italia ha dei talenti, ma anche qualche problemino da risolvere. La fase a gironi, infatti, è stata tutt’altro che da ricordare. All’esordio, contro l’Eire, l’Italia è stata annichilita, si è presentata in avanti con la coppia Baggio – Signori, ma ha perso per 1-0. La seconda sfida rimane alla storia, più per una sostituzione che per la bellezza di quanto visto. Dopo una ventina di minuti azzurri in dieci per l’espulsione di Pagliuca. Sacchi a questo punto decide la cosa che nessun italiano avrebbe deciso. Fuori Baggio, per far entrare Marchegiani, portiere di riserva, e tutto il mondo, compreso il Divin Codino, pensa “Questo è impazzito”.

Nella ripresa sarà Dino Baggio a risolvere la contesa, dandoci tre punti vitali. Nella terza e decisiva gara, con il Messico, l’Italia che in avanti prova la carta Massaro, non va oltre il pari, uno a uno, ma per la regola che premia le migliori terze è un punto che ci basta per andare agli Ottavi. Di fronte la Nigeria, non una squadra africana tutto muscoli e cuore, ma una formazione con giocatori di buon livello, che sanno correre e anche pensare, ci sono Amokachi, Amuniche, Finidi sulla corsia esterna, Oliseh a far filtro in mezzo al campo e Okocha a inventare calcio a centrocampo. Non sarà una passeggiata.

Non lo sarà soprattutto perché, l’Italia, non ha ancora trovato il suo pupillo. Roby Baggio, il giocatore più atteso e pallone d’oro nel 1993, non ha ancora segnato, è diventato protagonista più per una sostituzione che per ciò che ha fatto in campo, ma è l’unico che ci può portare avanti. Troppo caldo, troppa umidità per poter ammirare il gioco voluto da Sacchi, serve necessariamente qualche colpo di genio, che solo lui può dare.

L’Italia che si presenta a quella sfida gioca con Marchegiani in porta (Pagliuca è ancora squalificato), in difesa ci sono sulle corsie esterne Benarrivo e Mussi, mentre al centro a far coppia con Costacurta c’è Maldini, spostato li per sostituire Franco Baresi, che nella seconda gara del girone si è rotto il menisco e tornerà, miracolosamente per la finale. A centrocampo ci sono Donadoni, anche con compiti di regia, e Beppe Signori sugli esterni (con il capocannoniere degli ultimi due campionati che solo cosi trova spazio), in mezzo Albertini e dare geometrie e Berti per gli inserimenti, davanti c’è Baggio con Massaro, confermato. La Nigeria imbavaglia gli azzurri, che tuttavia nel primo tempo giocano anche meglio degli avversari, senza segnare. Il caldo si fa sentire, l’Italia non è brillante, e questa non è una novità. Al minuto numero ventisei, poi, sugli sviluppi di un angolo, Maldini ha qualche incertezza di troppo, come tutta la difesa, e Amunike ne approfitta per fare l’uno a zero con cui si va al riposo.

 

Usa '94: Italia - Nigeria 2-1 dts

 

L’incubo si sta materializzando, una nuova Corea è all’orizzonte, ed ha la maglia verde. L’Italia, in qualche modo, prova ad andare avanti ma sbatte sempre contro il muro degli africani, bravi e anche ordinati. Sacchi non vede la luce, e allora prova ad affidarsi ad un altro fantasista, Gianfranco Zola, che entra nel giorno del suo ventottesimo compleanno. Fuori Signori, e non Baggio, perché se qualcosa può succedere sarà solo per un’invenzione. Passano pochi minuti e Zola, nel tentativo di riprendere un pallone, va a contrasto con un difensore, l’arbitro fischia un fallo che, forse, neanche ci sta. Sembra finita li ma Brizio Carter decide di entrare tra i protagonisti e tira fuori, al sardo, il rosso diretto. Zola si getta a terra, sconsolato, in ginocchio, con le braccia conserte, in una posa forse mai vista su un campo di calcio, una posa che descrive lo sconforto di quella nazionale e di quel giocatore. Sotto di un gol, in dieci contro undici, forse si possono già iniziare a fare i bagagli. Lo pensano tutti, ma ci sperano tutti, perché non può finire cosi.

 

Zola a Usa 94 dopo l'espulsione con la Nigeria
Zola a Usa 94 dopo l'espulsione con la Nigeria

Si v avanti a stento fino al minuto ottantotto. Mussi, uno dei fedelissimi di Sacchi, entra in area, potrebbe tirare ma decide che non sarà lui a fare l’ultimo tentativo, quello spetta a lui, all’uomo che tutti aspettano, a Roberto Baggio. Palla all’indietro, e Roby capisce che quello è il momento di fare la storia, carica il destro e colpisce di piatto, con la precisione e l’eleganza che solo i grandi campioni possono avere, il pallone si infila tra due giocatori ed entra all’angolino, con Rufai battuto. E’ il gol dell’uno a uno, della liberazione, della resurrezione dell’unico uomo che ci può portare avanti. Si va così ai supplementari. L’Italia rischia, con Yekini vicino al gol in una paio di occasioni, poi al minuto numero centodue la nuova invenzione. Benarrivo ha palla sulla sinistra al limite dell’area, anziché passare la palla la lascia li, e corre in avanti, Baggio la prende e con un pallonetto delizioso mette la sfera nell’unico punto in cui Benarrivo l’aspetta, il difensore del Parma rallenta, viene toccato da dietro e va giù. E’ calcio di rigore, anche Brizio Carter non può non darlo.

Dal dischetto va ancora lui, Baggio. Interno destro, la palla tocca il palo interno ed entra con Rufai spiazzato. E’ il 2-1, quello che con le unghie e con i denti porteremo avanti fino alla fine e che ci consentirà di arrivare, trascinati da un nuovo Roberto Baggio, fino alla finalissima con il Brasile, che purtroppo resterà negli occhi di tutto il mondo per l’errore, del Divin Codino, dagli undici metri.

Il Mondiale americano non ci porterà allori, ma ha consegnato alla storia quel numero dieci, che mai come allora è stato capace di unire tutti gli italiani. Italia batte Nigeria due a uno, cosi decise Roby Baggio.

Alessandro Grandoni

Poteva e doveva essere un crack, alla fine è stato ricordato più per essere quello con la testa rasata ed il compagno di Ronaldo al Barcellona che altro. Parliamo di Ivan De La Pena, uno dei maggiori talenti della seconda metà degli anni novanta, trasformatosi in un peso per le squadre che hanno provato a dargli fiducia. “Il Piccolo Buddha”, come veniva definito, è un ragazzo prodigio, nasce il 6 maggio del 1976 e cresce nel settore giovanile del Racing Santander. Le sue qualità tecniche, quelle indiscusse, vengono viste dal Barcellona che non s fa scappare l’affare e lo porta in maglia blaugrana. A diciannove anni, con Johan Cruijff allenatore, nel 1995, arriva il debutto in prima squadra nella sfida con il Valladolid e, come accade spesso ai predestinati, nella stessa partita arriva anche il primo gol.

 

Per quel Barcellona non è una grandissima stagione, chiudono al terzo posto dietro Atletico Madrid e Valencia, ma si gettano le basi per la squadra che verrà. Inizia a far parte stabilmente delle formazioni giovanili spagnole e nel 1996 ottiene il secondo posto all’Europeo Under 21. La stagione 1996-97, però, resta quella della consacrazione, della sua esplosione a livello mondiale e, purtroppo, resterà anche la migliore della sua carriera, nonostante questa sia ancora agli inizi. C’è Robson in panchina, e il Barcellona in attacco, oltre a Stoichkov e Luis Figo, ha appena preso un “Fenomeno” che risponde al nome di Ronaldo. Dopo una stagione da debuttante De La Pena si guadagna un posto da titolare in un centrocampo che prevede anche la presenza di Pep Guardiola in cabina di regia.

 

 

E’ il suo anno magico, il Barcellona gioca alla grande, e lui è il centrocampista che ispira ogni azione offensiva, capace di dialogare con Ronaldo e mandarlo spesso in gol. Ronaldo segna, lui fa gli assist, e sembra essere il preludio ad una carriera da grandissimo giocatore. Quel Barcellona ottiene il secondo posto alle spalle del Real Madrid, Ronaldo fa le valigie destinazione Inter, e lui rimane ancora un anno, ma non sarà la scelta migliore. Nonostante le ottime prestazioni, però, la Nazionale non lo prende in considerazione, finita infatti l’esperienza giovanile, De La Pena non viene mai convocato ma le sue gesta non rimangono inosservate. Al Barcellona arriva Van Gaal, che vede poco il centrocampista spagnolo, spesso relegato in panchina nel 1997-98. In Italia c’è una squadra, la Lazio, che dopo aver inseguito invano Ronaldo, è pronta ad investire per arrivare allo scudetto. I biancocelesti vogliono un centrocampista di qualità da inserire nel loro centrocampo, ancora privo di Veron che arriverà solo nel 1999, e nell’estate del 1998 Sergio Cragnotti si fionda sul talento del Barcellona. Una trattativa non facile, con i catalani che vogliono per forza inserire anche il difensore Fernando Couto, ex Parma, nell’affare. La Lazio alla fine ci sta, prendendosi anche il portoghese che, alla fine, si rivelerà un acquisto quanto mai prezioso e più azzeccato dello spagnolo. Lo spagnolo arriva a Roma fuori forma, nell’ultima stagione Van Gaal lo relega spesso in panchina, ma lui è convinto di potersi riprendere.

De La Pena con la maglia della Lazio
De La Pena con la maglia della Lazio

 

De La Pena arriva alla Lazio, in Italia, ed è pronto per dimostrare il suo valore. Viene inserito da Eriksson, che dichiarerà poi di non aver voluto De La Pena in quanto non gli serviva, in un centrocampo che prevede Conceicao a destra, Nedved a sinistra, ed Almeyda a far da scudo al fantasista spagnolo. Le basi per poter far bene ci sono tutte. Dopo la conquista, da titolare, della Supercoppa Italiana in casa della Juventus, arriva il debutto in campionato sul campo del Piacenza. De La Pena gioca anche discretamente e colpisce una traversa dopo una gran traversata a un tiro da fuori, ma quella resterà probabilmente una, se non l’unica, giocata degna di nota della stagione. Lo spagnolo, arrivato per la cifra di 30 miliardi e con un ingaggio da 6 miliardi a stagione (cifra quasi fosse in quel momento), fatica ad ambientarsi.

Sembra avulso dal gioco, la Lazio fatica perché contemporaneamente deve fare a meno degli infortunati Nesta e Vieri, serve maggiore sostanza e ben presto De La Pena perde la maglia da titolare, a favore prima di Stankovic e poi di Roberto Mancini, che in un Bologna – Lazio viene reinventato da Eriksson centrale di centrocampo per ovviare alle mancanze del regista spagnolo. Da qui al termine della stagione per De La Pena c’è solo la panchina con alcuni ingressi nel secondo tempo, qualche gara da titolare in Coppa delle Coppe contro formazioni di secondo piano, fino alla conclusione dell’annata. La Lazio sfiora lo scudetto, vinto dal Milan di Zaccheroni, vince la Coppa delle Coppe in finale con il Mallorca, ma tracce dello spagnolo neanche a parlarne.

 

 

I biancocelesti continuano ad investire, a centrocampo arrivano anche Veron e Simeone, ed in estate si consuma l’addio prematuro dal calcio italiano. La Lazio, pur di disfarsi del Piccolo Buddha, lo spedisce in prestito in Francia, all’Olympique Marsiglia, nella speranza di non veder depauperato un grande investimento.

Dopo le misere 14 presenze con la maglia della Lazio, di cui solo 4 da titolare, ne arrivano 12 con i francesi. Lo spagnolo sembra in caduta libera e, complice la necessità dei biancocelesti di piazzarlo altrove e recuperare almeno una parte dell’ingaggio, si prova la carta della Spagna. Torna infatti al Barcellona, dove la sua stella era nata, nel 2000-2001, ma non è più l’idolo di casa, scende in campo solo 9 volte, chiaramente non da titolare, e peggio va l’anno successivo, quando torna alla Lazio e in un campionato, il 2001-2002, con Zoff e Zaccheroni in panchina, vede il manto verde una sola volta. Nell’estate del 2002 prova l’ultima carta, l’Espanyol. Sarà probabilmente la miglior scelta possibile, perché da li in avanti non si muoverà più. Con la maglia biancazzurra torna ad avere un po’ di continuità anche se di lui non si parla più in termini entusiastici. De La Pena ha ventisei anni, ma non viene mai più considerato un grande giocatore.


De La Pena con la maglia dell'Espanyol
De La Pena con la maglia dell'Espanyol

Nel 2005 riesce, finalmente, anche a vestire la maglia della Nazionale, debuttando in uno Spagna San Marino e vedendo il campo in altre due occasioni per un totale di 3 presenze e nessuna rete. Con l’Espanyol, però, riesce a trovare la sua dimensione, non sempre protagonista, non sempre titolare, ma un giocatore della rosa tanto che colleziona, dal 2002 al 2001, 156 presenze e otto reti. Due di queste, però, restano alla storia. Nel 2008-09 si gioca infatti Espanyol – Barcellona, e De La Pena, per una notte, si ricorda di essere il giocatore che tutto il mondo voleva. Segna una doppietta, di cui una rete di testa, lui che un gigante non è, al Barca di Leo Messi, l’Espanyol vince 2-1 e quella resterà per sempre la migliore gara della sua carriera, che termina nel 2011.

 

 

Una carriera, la sua, che poteva essere e non è stata, un giocatore che tecnicamente veniva accostato ai più grandi ma che, con l’avanzare del tempo, ha regalato più delusioni che soddisfazioni. Il Piccolo Buddha, alla fine degli anni novanta, veniva indicata da tutti come uno dei migliori centrocampisti in circolazione, ma chi ha investito su di lui si è trovato  a dover fare i conti con un talento che, a ventidue anni, sembrava aver già dato, al calcio, la sua parte migliore. Di lui, purtroppo, ci si ricorda ancora per essere l’assist man di Ronaldo a Barcellona, nel 1997, e per essere quello arrivato insieme a Couto alla Lazio. Non certo un grande lascito.

Alessandro Grandoni

Come nasce una leggenda. Oggi torniamo all’anno 1984, all’anno in cui, in Formula Uno, arriva un brasiliano che, in dieci anni, scriverà un grande pezzo di storia di questo sport, lasciando poi un ricordo indelebile in tutti noi. Parliamo di Ayrton Senna, uno che è sicuramente sul podio dei più grandi piloti di Formula Uno mai esistiti, la cui carriera si è interrotta tragicamente in un giorno di maggio del 1994, esattamente dieci anni dopo il suo esordio.

Ayrton inizia a gareggiare, come quasi tutti i piloti, sui kart dall’età di 13 anni, nel 1973, e undici anni più tardi disputa il suo primo Gran Premio di Formula Uno. Nel 1983 si mette in luce in F3, poi partecipa a dei test sia con la Williams che con la McLaren, si avvicina a lui anche la Brabham di Ecclestone ma alla fine, per una serie di circostanze, è la Toleman di Alex Hawkridge a ingaggiarlo, con un contratto da 100.000 sterline, per la stagione 1984.

Il debutto di Senna in Brasile nel 1984

Il primo appuntamento della stagione è a casa sua, è il Gran Premio del Brasile. Il 25 marzo del 1984 debutta in Formula Uno anche se, come accadrà anche a Schumacher nel 1991, non riuscirà a completare il suo primo gran premio. La sua Toleman è tutt’altro che una macchina competitiva, in qualifica si piazza al 17° posto, a quasi 5 secondi dalla pole di Elio De Angelis della Lotus, ma stacca il compagno di squadra Cecotto di 2’’. La gara parte bene, Senna risale fino al 13° posto ma all’8° giro il turbocompressore del suo motore Hart comincia a fare problemi, costringendolo al ritiro (poco dopo anche il suo compagno di scuderia sarà costretto  a fare altrettanto).

Basta però soltanto una gara di rodaggio, al giovane Ayrton, per iniziare a incamerare punti. Al secondo Gran Premio, in Sudafrica, Senna conquista il sesto posto. Parte dalla 6° fila, la gara è condizionata da tanti ritiri e incidenti, solo 11 vetture su 23 arrivano al traguardo, e tra queste c’è la sua Toleman, che Senna guida alla fine priva di muso anteriore, ma che si piazza sesta, in un Gp dominato dalle McLaren con Lauda primo e Prost secondo. La scalata di Senna continua nel Gran Premio del Belgio, terzo della stagione, quando dopo il 19° tempo in qualifica riesce ad arrivare al traguardo settimo, dopo una grande rimonta. La squalifica della Tyrrel di Bellof lo farà avanzare di una posizione, quel tanto che basta per prendere il suo secondo punto iridato.

Al quarto Gp c’è il San Marino, un Gran Premio che sarà fatale nel 1994, ma che è anche l’unico dove Senna, in tutta la sua carriera, non riuscirà a qualificarsi. I problemi con le gomme Pirelli della Scuderia portarono la Toleman a scendere in pista solo il sabato, senza un solo giro di prova al venerdì. Senna, con problemi al propulsore della benzina, non riesce a centrare un tempo valido e cosi è costretto a non poter partecipare al Gran Premio della domenica (dopo questa gara la Toleman passerà alle Michelen).

La Toleman, per il Gp di Francia, cambia la sua vettura, debutta la TG 184, più aereodinamica della precedente. In qualifica va meglio con il 13° posto ma in gara Senna è ancora tradito dall’affidabilità, con il turbocompressore che lo tradisce al 35° giro. I progressi della macchina sono però evidenti, sembra tutto pronto per quello che, a tutti gli effetti, è l’esplosione del brasiliano, che avviene nella gara seguente, quando si corre al Principato di Monaco.

Gran Premio di Montecarlo del 1984: nasce il mito di Senna

Sarà la gara che segnerà l’inizio dell’era di Ayrton Senna, anche se le premesse erano tutt’altro che incoraggianti. In qualifica, infatti, Senna si piazza tredicesimo, a più di 2’’ da Prost, che è in pole. Il giorno della gara, però, sul circuito si scatena un terribile nubifragio. Sulla pioggia, si sa, solo i migliori resistono, solo i migliori sono capaci di spingere al massimo. Con il passare dei giri molti piloti abbandonano, per uscite e guasti. Prost tiene dietro Mansell e Keke Rosberg, Senna comincia a guadagnare posizioni e si mette in scia a quest’ultimo. La pioggia prosegue, Mansell è costretto al ritiro dopo aver urtato le barriere, Senna continua a migliorare, quasi non curandosi delle condizioni meteo. Si lancia all’assalto di Rosberg e Arnoux e va a caccia di Niki Lauda, che riesce a sorpassare al 19° giro. Senna è secondo, sull’asfalto bagnato sembra volare, guida in modo impeccabile e guadagna circa 3 secondi a giro su Prost, che ha un vantaggio consistente. La pioggia aumenta ancora, Prost quando passa sul traguardo fa segno alzando il braccio che la gara va interrotta, che non si può guidare. A Senna tutto ciò non interessa, continua a correre, a volare, arriva a soli due secondi dal francese quando, al 32° giro, viene esposta la bandiera rossa seguita dalla bandiera a scacchi che chiude cosi la gara. Prost non taglia neanche il traguardo, fermandosi prima, Senna lo fa, ma il regolamento dice che vanno considerate le posizioni dell’ultimo giro terminato prima dello stop. Vince quindi Alain Prost, ed il Gp di Monaco 1984 resterà per sempre quello della vittoria “scippata” ad Ayrton Senna, fermato ad un passo dalla gloria. Lo stesso Senna, però, ammette che la sua monoposto aveva problemi e che probabilmente è stato meglio cosi, quel che è certo è che quel giorno, il 3 giugno del 1984, tutto il mondo si accorge del pilota brasiliano.

 


Ayrton Senna alla guida della Toleman nel 1984 al Gran Premio di Montecarlo

E’ il suo primo podio, ma non sarà l’ultimo di quell’anno da debuttante. In Canada Senna fa segnare il nono tempo con una Toleman che sembra rivitalizzata, in gara non va oltre la settima piazza non riuscendo cosi ad andare a punti, così come nel Gp seguente di Detroit, quando dopo una splendida qualifica chiusa al settimo posto è costretto al ritiro al 22° giro per la rottura della sospensione in un incidente con Alboreto.

 

GP MONACO 1984: la straordinaria gara di Ayrton Senna

 

Dopo un altro ritiro nel Gran Premio degli Stati Uniti per il cedimento della frizione, arriva la gara in Gran Bretagna, che segna un altro punto importante nella prima stagione di Ayrton in Formula Uno. La procedura di partenza viene ripetuta in due occasioni, dopo che il brasiliano è settimo in griglia. Nel secondo start va male, viene sopravanzato da diverse vetture ma non si perde d’animo, inizia a macinare chilometri e sorpassi, ed alla fine giunge addirittura terzo, alle spalle di Niki Lauda, vincitore, e del britannico Warwick. Senna inizia a far parlare di sé, di come sia possibile essere competitivo a grandi livelli con una macchina che non è propriamente una big. Arrivano le malelingue, che parlano di qualche trucchetto usato dalla monoposto, ma il brasiliano va avanti per la sua strada. Si prosegue in Europa, si va prima in Germania e poi in Austria, ma in entrambi i casi la sua monoposto non arriva al traguardo, in terra teutonica è un incidente al 4° giro a farlo fuori, stavolta per colpa sua, mentre in Austria, mentre sta compiendo un’altra delle sue rimonte ed è terzo, problemi alla pressione dell’olio lo costringono al ritiro.

Anche in Olanda non va meglio, con il propulsore Hart che lo tradisce al19° giro, mentre in Italia, a Monza, Senna non viene fatto correre. Gira la voce di un suo accordo con la Williams, la Toleman non ci sta e decide di partire al via con Johansson al suo posto. La querelle viene risolta, nessun accordo con la scuderia inglese, e Senna torna alla guida della sua vettura nel Gp d’Europa, nella quindicesima e penultima tappa del Circus. Dopo un dodicesimo posto in griglia al primo giro la sua macchina urta Keke Rosberg, autore di una pessima partenza, con il conseguente ritiro. La stagione sembra volgere al termine non nel migliore dei modi, ma c’è ancora il Portogallo per prendersi la gloria. In testa c’è il duello tra Lauda e Prost per il titolo di campione piloti, Senna sa già che sarà la sua ultima gara sulla Toleman (nel 1985 passerà alla Lotus). In qualifica Piquet è il più veloce di tutti, dopo una buona partenza Ayrton riesce ad essere quarto, dietro De Angelis. Senna continua a spingere, Lauda prosegue la sua rincorsa dopo esser partito attardato, ed al 52° giro è Mansell a dare forfait con un testacoda. Senna spinge e deve farlo al massimo, perché dietro di lui c’è Alboreto su Ferrari che guadagna secondi preziosi. Dopo settanta giri Senna riesce nel suo intento, difende il terzo posto ed ottiene il terzo podio della stagione per un debuttante, un risultato storico.

Finisce cosi il primo campionato piloti di Ayrton Senna, che chiude al nono posto in classifica generale con 13 punti, gli stessi di Nigel Mansell. Il futuro del brasiliano è scritto, tutti hanno già capito con chi avranno a che fare negli anni seguenti, lui passerà prima dalla Lotus, per tre stagioni, prima di arriva alla McLaren dove diventerà il mito che conosciamo con tre titoli iridati.

Si chiude cosi il 1984, l’anno cui il mondo scopre Ayrton Senna.

Alessandro Grandoni

5 Luglio 1992, una data che segna la differenza tra l’oblio e la storia, è la data in cui Andrè Agassi è diventato ufficialmente un campione, smettendo i panni dell’eterna promessa, e concedendosi, finalmente, la gioia per un successo troppo a lungo sfiorato.

L’uomo che ha dichiarato, nella sua autobiografia, di aver odiato con tutto se stesso il tennis, pur continuando a giocare, sempre, perché incapace di smettere, quel giorno è diventato grande. Ad un passo dalla consacrazione ci era già arrivato, soprattutto nel 1990, quando in un solo anno colleziona due sconfitte nelle finali del Roland Garros e degli Us Open, nel 1991, quando è ancora Parigi a non volergli sorridere, fino a quel luglio, quando l’ancora capellone Andrè, diventa un uomo.

Wimbledon, in quell’anno, è una fucina di campioni, già fatti e ancora da fare. Ci sono Jim Courier e Stefan Edberg, i tedeschi Michael Stich e Boris Becker, che ha fatto dell’erba londinese la sua casa, c’è l’americano Pete Sampras, quello che sarà il suo rivale di sempre, ma anche Petr Korda e Michael Chang. Spiccano anche un Ivan Lendl ormai in declino, ed il ceco Krajicek, c’è un John McEnroe che vuole sparare le ultime cartucce, mentre l’Italia si affida a Camporese e Pistolesi. Ma c’è soprattutto lui, Andrè Agassi e il croato Ivanisevic.

Viene dalla sconfitta al Roland Garros con Courier in semifinale, dopo aver superato Sampras. Li si arrende, senza neanche lottare. Sconfortato, trascorre il tempo fino a fine giugno senza smaniare dalla voglia di allenarsi, sempre ad un passo dalla caduta. Agassi si presenta a Londra come testa di serie n. 12, non certo il miglior biglietto da visita per uno che ha bisogno, come non mai, di una vittoria nello Slam. Al primo turno gli tocca il russo Chesnokov e la partenza è tutt’altro che memorabile. Primo set perso, urla in campo, un’ammonizione rimediata per una parolaccia di troppo, sembra il preambolo dell’ennesima caduta dello statunitense, ma cambia qualcosa. Andrè stupisce tutti, torna in campo e vince tre set in rapida successione (6-1, 7-5, 7-5) e passa il turno. Le sfide successive, contro Masso e Rostagno, si chiudono con l’americano che vince senza soffrire troppo, ma anche senza mai dare la sensazione di poter essere il migliore di tutti. Agli ottavi c’è un tedesco, anche se non sarà quello davvero da battere. Si chiama Saceanu, e Agassi lo liquida in tre set (7-6, 6-1, 7-6) e vola ai Quarti, dove c’è il vero tedesco ad attenderlo: c’è Boris Becker.

E’ un tedesco che ha un particolare feeling con l’erba di Wimbledon, è arrivato a giocarsi sei delle ultime sette finali del torneo, vincendone 3 nel 1985, 1986 e 1989. Nel 1991 ha appena conquistato l’accoppiata Australian Open e Ronald Garros, è tutt’altro che un tennista in declino. La partenza di Agassi non è delle migliori, Becker ha ancora talento e tanta esperienza e vince il primo set 6-4, Andrè riesce a tenere la concentrazione, ed in un match che si gioca in due giorni ribalta la situazione, passano a condurre per due set a uno con un doppio 6-2. Il leone tedesco, però, ha la pelle dura, vince ancora 6-4 e si va al quinto set. Agassi sa che non può più sbagliare, che è l’occasione per dimostrare cosa sa fare. Vince 6-3 e va in semifinale.

 

Wimbledon 1992, Quarti di Finale: Agassi - Becker

 

Sono arrivati a questo punto tre americani e un croato, sono Agassi, McEnroe, Sampras e Ivanisevic. Ad Agassi tocca il 33enne John, già trionfatore a Wimbledon in tre occasioni. Però, lui, è sul finire della carriera, Agassi è in rampa di lancio, e lo supera agevolmente in tre set (6-4, 6-2, 6-3) guadagnandosi la finale.

 

Semifinale Wimbledon 1992: Agassi - McEnroe

 

“Mi aspetto di trovare Pete, ma perde la semifinale con Ivanisevic, un croato grande e grosso che serve come un robot. Mi dispiace per Pete e so che lo raggiungerò presto, non ho speranze contro Ivanisevic, siamo un peso medio contro un peso massimo. L’unica suspense è se sarà un knockout o un knockout tecnico”, scrive Agassi nella sua autobiografia.

Non andrà cosi. Il servizio del croato è devastante, fa ace da destra e da sinistra, Agassi tiene ma cede il primo set 7-6. Il pensiero di perdere la quarta finale di uno Slam lo attraversa, ma stavolta è diverso. Goran nel secondo set concede qualcosa, Agassi ne approfitta e vince 6-4: 1-1 e tutto da rifare. L’americano è in palla ora, vince ancora 6-4, va avanti due a uno e vede il traguardo, ma come spesso accade quando tutto sembra scritto ecco arrivare la doccia fredda.

“Ivanisevic insorge al quarto set e mi distrugge. L’ho fatto infuriare. Non perde che una manciata di punti in tutto il set. Ci risiamo. Già mi vedo i titoli di domani”. Le parole di Andrè sembrano una sentenza.

Ma poi arriva una convinzione nuova: “Quando inizia il quinto set raggiungo il mio posto correndo per far circolare il sangue e mi dico una cosa: Tu lo vuoi. Non vuoi perdere, non questa volta. Il problema degli ultimi tre slam è stato che non li volevi abbastanza, perciò non ce l’hai fatta, ma questa volta lo vuoi, perciò questa volta devi far sapere a Ivanisevic e a tutti gli altri qui dentro che lo vuoi”.

 

Finale Wimbledon 1992: Agassi - Ivanisevic

Un colpo dietro l’altro si arriva al 4-5 in favore di Agassi, con il croato al servizio. Si va 0-30, sembra fatta, ma il campione ha ancora il suo servizio. Giusto il tempo di inquadrare e sparare e si torna 30-30. Stavolta Agassi risponde e passa, 30-40 e manca un solo colpo per la storia, come dice lui, è proprio questo il momento peggiore. Goran sbaglia la prima, il pubblico mormora e lui va con la seconda. Il resto è tutto nel racconto di Agassi nella sua autobiografia:

“Lui lancia la palla, serve sul mio rovescio. Io salto in aria, colpisco con tutta la forza, ma sono cosi teso che la palla arriva sul suo rovescio a una velocità mediocre. Per qualche motivo Goran sbaglia una facile volèe. La sua palla finisce in rete e come se niente fosse, dopo ventidue anni e vendidue milioni di colpi con una racchetta da tennis, sono il campione di Wimbledon 1992. Cado in ginocchio. Poi a faccia in giù. Non riesco a credere di provare una simile emozione. Quando mi rialzo barcollando, Ivanisevic compare al mio fianco. Mi abbraccia e mi dice con calore: Congratulazioni, campione di Wimbledon. Te lo sei meritato, oggi”.

Alessandro Grandoni

 

Andrè Agassi con la coppa di Wimbledon nel 1992
Andrè Agassi con la coppa di Wimbledon nel 1992

E’ il 1994, ed il mondo di appresta a conoscere quello che sarà uno dei ciclisti più amati di sempre, forse l’ultimo di cui davvero potersi innamorare: al Giro d’Italia nasce la favola di Marco Pantani.

Il romagnolo, ventiquattrenne, è un professionista da due anni, e milita nella Carrera Jeans, la squadra diretta da Davide Boifava e che ha come capitano un altro corridore amato dal pubblico, detto, “El Diablo”, Claudio Chiappucci. La prima apparizione nella grande corsa del Giro d’Italia Pantani la fa l’anno prima, nel 1993, ma una fastidiosa tendinite lo costringe al ritiro a poche tappe dalla conclusione. Nulla, però, fa presagire quello che sarà il 1994 di Marco Pantani, l’anno in cui la gente, i ragazzini, tornano ad appassionarsi alle sorti di un ciclista che, fin da subito, entra nel cuore di tutti.

E’ un Pantani pronto quello che si presenta alla kermesse di quell’anno, si parte da Bologna e la maglia rosa passa prima per Leoni, De Las Cuevas e Moreno Argentin, prima di finire al termine della tappa di Campitello Matese, sulle spalle del russo Evgenij Berzin. Si va avanti senza grandi sussulti fino al 4 giugno, il giorno in cui cambia la storia del ciclismo degli anni novanta.

4 Giugno 1994: Giro d'Italia, Lienz-Merano

Si va da Lienz a Merano, per 235 km, si percorrono il Passo di Stalle, il Passo di Furcia, delle Erbe, di Eores e di Monte Giovo, poi altri 42 km tra discesa e falsipiani. Sembra la classica tappa di montagna, c’è Berzin che si tiene stretta la maglia rosa conquistata, c’è Indurain che stavolta gioca nel ruolo di inseguitore, ci sono Pavel Tonkov e Claudio Chiappucci a nutrire ancora qualche speranza con Gianni Bugno attardato.

 

Pantani e la maglia rosa Berzin
Pantani e la maglia rosa Berzin

 

Pascal Richard è in fuga da tempo, ci sono anche Chiapucci e Uchakov, El Diabolo torna nei ranghi, si sta per concludere il Giovo quando appare come un lampo un ragazzo romagnolo, già stempiato, che non segue le tattiche predefinite, che rompe gli schemi, che non ha mezze misure. Inizia a scattare, lo fa una, due, tre volte, e poi in discesa, con una posizione che fa strabuzzare gli occhi anche ai più esperti. Aerodinamico, tutto al’indietro, in una posizione assunta qualche anno prima al campionati del mondo dal russo Konysev.

 

4 Giugno 1994: la prima vittoria di Marco Pantani

Non ci credono in molti alla sua fuga, guadagna oltre un minuto sul gruppo della maglia rosa, che però prova a rientrare. Ma Marco Pantani, quel giorno, decide di entrare di prepotenza nel mondo del ciclismo, a modo suo. Non arretra di un centimetro, continua a spingere e alla fine vince la sua prima tappa al Giro d’Italia in 7h e 43’, con 40’’ di vantaggio su tutti i migliori, che in realtà hanno provato a riprenderlo, senza riuscirci. Arrivano Bugno, Chiappucci, Rebellin, Berzin e Indurain, nell’ordine.

 

La posizione di Marco Pantani in discesa
La posizione di Marco Pantani in discesa

 

5 Giugno 1994: lo Stelvio, il Mortirolo e il Santa Cristina, di Marco Pantani

Sembra il picco di un corridore senza grandi pretese, agli occhi di molti, in realtà è solo l’inizio di una leggenda, che il giorno seguente, il 5 giugno, scrive la storia sul Mortirolo, nel caso a qualcuno servisse una conferma. E’ il 5 giugno, e Pantani vuole far saltare il banco e prendersi quello che un giorno sarà suo, di diritto. Ci sono lo Stelvio e il Mortirolo da passare, non due montagne qualsiasi. Marco accusa un ritardo di 5 minuti e 36’’ dalla maglia rosa di Berzin, complice una cronometro iniziale che ancora lo vede arrancare.

Vona arriva sulla cima Coppi davanti a tutti, a quota 2.758 metri tra la pioggia e il nevischio, in discesa si rimescola tutto, ci si prepara al Mortirolo. I migliori sono li, ci sono Chiappucci, Indurain e Berzin. Quando mancano ancora 50 km all’arrivo, quello che poi sarà il Pirata decide di scattare. Non ci pensa, parte, colpisce, e gli altri faticano a seguirlo. Non si è ancora arrivati neanche a metà della grande salita, ma Pantani ha deciso di tentare il tutto per tutto. Se ne va, spinge, e gli altri arrancano nel tentativo di non fare figuracce. Vuole arrivare cosi, da solo, fino alla fine. Sul Mortirolo passa davanti a tutti, ma la squadra gli consiglia di aspettare Indurain, attardato di una cinquantina di secondi, per procedere insieme nell’ultimo tratto. Berzin, nel frattempo, ha fatto perdere le sue tracce e insegue ancora più indietro. Si passa per Santa Cristina, l’ultima salita prima di Aprica. Indurain e Cacaito Rodriguez rientrano, sono in tre, ora si può fare squadra e cercare di arrivare cosi alla fine.

 

 

Il navarro fa il ritmo, ma ancora non ha capito che il piano del romagnolo è solo uno, arrivare da solo e sferrare l’attacco alla maglia rosa. Pantani scatta ancora, in un modo impressionante. Non lo tiene nessuno, non lo può tenere nessuno. Fa il vuoto, passa in mezzo alla gente che inizia ad emozionarsi e ad innamorarsi di quel ciclista. All’Aprica arriva da solo, come era nei suoi programmi. Gli altri rientrano sugli altri due, alla fine Pantani vince con 2’ e 52’’ sul suo capitano Claudio Chiappucci, 3’ e 27’’ su Belli e Rodriguez, e 3’ e 30’’ su Indurain, letteralmente sfinito. Più indietro c’è Berzin, che soffre e fatica, e chiude con 4’ e 6’’ di ritardo che gli consentono però di tenere la maglia rosa, ancora più indietro Gianni Bugno, a 5’ e 50’’ di ritardo.

 

1994, 5 Giugno: la scalata di Pantani sul Mortirolo

 

5 Giugno 1994: la tappa integrale Merano - Aprica e la seconda vittoria di Pantani

In due giorni Marco Pantani si è preso il Giro e l’Italia, l’amore degli italiani. A Milano il 12 Giugno, Berzin arriva da primo della classe, vincendo la competizione, ma quello che entusiasma tutti è la seconda posizione di Marco Pantani in classifica generale, davanti al mostro sacro Miguel Indurain e a 2’ e 51’’ dal russo.  Quello sarà un anno magico per il futuro Pirata, al Tour arriva un terzo posto generale che conferma la qualità e la razza del campione, che però dovrà ancora lottare e soffrire molto, prima di prendersi, da assoluto protagonista, le due classiche di sempre. Ci saranno incidenti, recuperi e ancora incidenti, prima di quel meraviglioso 1998, ma tra il 4 e il 5 giugno del 1994, Marco Pantani si è dichiarato al mondo aprendo una breccia nel cuore di tutti gli italiani.

Alessandro Grandoni

E’ il 1991, è l’anno in cui un ragazzo tedesco, Michael Schumacher, definito fin da subito come un predestinato, si prende quello che la storia ha riservato per lui. Non è giovanissimo, non è un diciottenne come Max Verstappen, ma un ragazzo di 22 anni che debutta in formula uno quasi per caso. La sua leggenda nasce infatti il 25 agosto di quell’anno, sulla pista di Spa-Francorchamps, in occasione del Gran Premio del Belgio.

Il suo arrivo, però, avviene in seguito ad un curioso episodio, e la partenza di Shumy in Formula 1 desta subito attenzione, invidie e qualche polemica. Nel 1991 la Jordan ha come piloti Andrea de Cesaris e il belga Bertrand Gachot. Proprio quest’ultimo è protagonista di un incidente a Londra, litiga con un tassista e gli spruzza sul viso uno spray urticante. In Inghilterra la pratica è illegale e Gachot viene arrestato.

L'arrivo di Michael Schumacher alla Jordan

La Jordan, improvvisamente, si ritrova senza un pilota e la scuderia è costretta a cercarne uno in fretta e furia. Nel Campionato Prototipi, alla guida della Sauber motorizzata Mercedes, si mette in luce un ventiduenne che risponde al nome di Michael Schumacher, in quei giorni impegnato al Nurbugring. Eddie Jordan vorrebbe in realtà Keke Rosberg o Stefan Johansson, ma il manager di Shumy, Willi Weber, si precipita a chiamarlo, spendendo una cifra attorno ai 750 euro odierni, per contattarlo visto che il manager della scuderia si trova in vacanza in Spagna.

La Jordan lo punta, ma ha bisogno di un pilota che conosca il tracciato di Spa, non può permettersi errori. Schumacher viene girato al team ma con un piccolo segreto. Viene infatti fatto sapere che il tedesco conosce già il tracciato, particolarmente difficile, anche se poi si verrà a sapere negli anni successivi che per lui si trattava di una primissima volta.  Una piccola bugia che ha sicuramente accelerato il passaggio di Shumy in Formula 1.

 

Schumacher e il suo casco nel 1991
Schumacher e il suo casco nel 1991

Accordo fatto e primi test a Silverstone sulla monoposto. A Schumacher bastano tre giri per capire la macchina, gli stessi tre giri che convincono la Jordan di aver fatto un affare. Schumy studia percorrendolo in bici il circuito di Spa, si fa trovare pronto su un circuito che regala poco ai principianti. Il tedesco parte da un Gran Premio che non ammette disattenzioni. E’ il preludio di quella che potrebbe essere una disfatta e mettere cosi a nudo la bugia di Weber, ma lui è già Schumy, è già pronto a far parlare di se. Il circus in quel momento abbonda di piloti di esperienza e qualità, davanti a tutti partirà Ayrton Senna, come gli accade spesso, accanto a lui il Professore, il rivale di sempre, Alain Prost. Poi il leone Mansell, Berger, Alesi e Nelson Piquet, che imparerà presto a conoscere il nuovo arrivato. Schumacher si presenta alla qualifiche ed ottiene il settimo posto in griglia, da totale esordiente. La “grande bugia” tiene, nessuno, infatti, potrebbe credere che un totale esordiente, che mai aveva visto quel tracciato, si qualifichi al settimo posto rifilando un secondo di distacco al suo compagno di squadra De Cesaris.

 

Il debutto di Schumacher a Spa nel 1991 con la Jordan

La gara, poi, è tutt’altra cosa. Neanche il tempo di partire che la sua vettura lo tradisce. Guasto alla frizione dopo poche centinaia di metri e ritiro. Quel circuito, però, diventerà un giorno la sua casa, il luogo dove Shumy trionferà per ben sei volte in carriera.

 

Michael Schumacher alla Benetton: la mossa di Flavio Briatore

 

Quel tedesco e quel settimo posto, però, non sono passati inosservati. Nel Circus c’è un italiano che ha l’occhio lungo, che vede al di là, che anticipa scenari futuri, ed il suo nome è Flavio Briatore. Capisce che c’è l’occasione di arrivare a un predestinato. Anticipa tutti, licenzia in tronco uno dei suoi due piloti, il brasiliano Roberto Moreno, e riesce a portare alla Benetton Michael Schumacher grazie ad un escamotage messo nel contratto dal manager Weber, un connubio quello tra il pilota tedesco ed il manager italiano che scriverà la storia della Formula Uno di quegli anni.

 

Schumacher con Flavio Briatore, nel 1991

 

Ma quando di punto in bianco fai fuori un brasiliano, devi sapere che qualcun altro, che vince e incanta da qualche anno, non la prenderà bene. Schumy prende il posto di Moreno, ma inizia a inimicarsi Ayrton Senna, che annusa il nuovo che avanza. I piloti sanno quando sta arrivando qualcuno fuori dal normale, lo capiscono, prima degli altri. Arriverà qualche battibecco tra i due, ma Schumy è ancora il ragazzino che si deve fare, Ayrton lo sa, anche se ancora non pensa che di li a qualche anno il tedesco lo scalzerà da molti dei suoi primati. La decisione, però, ha delle conseguenze. Moreno fa infatti causa alla Benetton ottenendo il sequestro della vettura, inizia una trattativa che si conclude con il passaggio di Moreno alla Jordan e con la monoposto Benetton nuovamente libera di poter gareggiare. Arriva così il Gran Premio d’Italia, a Monza. Schumacher è a tutti gli effetti un pilota Benetton e affianca un mostro sacro come Nelson Piquet. Prime qualifiche con la nuova macchina, e Shumy si conferma al settimo posto, mettendosi dietro anche il compagno, un altro brasiliano, a cui da quasi tre decimi di distacco. La pole, neanche a dirlo, è di Ayrton Senna, su McLaren. La gara sarà divertente, Riccardo Patrese dopo 26 giri conquista la testa, Mansell si avvicina e supera il brasiliano che dopo il cambio gomme riuscirà a rimettersi dietro tutti, ad eccezione del leone inglese. Alla fine vincerà Mansell, davanti a Senna, Prost e Berger. E al quinto posto? C’è lui, Michael Schumacher, che alla prima gara su una monoposto affidabile va a punti, ne conquista due e sopravanza il compagno Piquet, sesto, che arriva dopo 11 secondi.

 

La Stagione 1991 di Michael Schumacher (Jordan - Benetton)

 

L’esame è superato, da questo momento in poi, Schumacher è di diritto un pilota di Formula !, e che pilota. La stagione prosegue in Portogallo, all’Estoril, in una gara che resta alla storia come quella della gomma di Mansell, che la perde dopo un pit stop affrettato. Shumy non va benissimo in qualifica, decimo, ma rimonta in gara concludendo al sesto posto, dietro a Patrese, Senna, Alesi, Martini e Piquet, che stavolta lo supera.

Il tedesco è ormai una certezza, al Gp di Spagna centra il quinto posto nelle qualifiche ed il sesto in gara, andando ancora una volta a punti nella gara vinta da Nigel Mansell. Le ultime due gare del Mondiale non sorridono a Shumy. In Giappone, dopo una qualifica chiusa al nono posto, arriva la rottura del motore a impedirgli di andare nuovamente a punti, mentre in Australia, dopo il sesto posto in griglia, è un’incidente al quinto giro a negargli la possibilità di concludere il Gran Premio.

Schumacher conclude quindi la sua prima stagione in Formula 1 con quattro punti in classifica, frutto di un quinto e due sesti posti. Un bottino di per se importante, ma la strada è ormai tracciata. Briatore gongola sapendo di aver preso un cavallo di razza, i big lo sanno, lo sa Senna, perché un grande campione riconosce sempre quando il nuovo sta arrivando, lo sanno gli altri del circuito, che intuiscono le qualità di un tedesco che, di lì a tre anni, vincerà il suo primo titolo mondiale scrivendo, per la prima volta, il nome di un pilota teutonico nella storia della Formula 1.

In una Formula 1 che, nel 1994, perderà tragicamente a Imola il dominatore dell’ultimo decennio, arriva l’uomo che riuscirà a vincere sette titoli mondiali, 91 Gran Premi e 68 Pole Positon.

E’ il 1991, è ufficialmente iniziata l’era di Michael Schumacher.

Alessandro Grandoni

Tra le incredibili storie presenti nel campionato di calcio italiano, un posto particolare, anche se in negativo, merita senza dubbio la stagione 1992-93 della Fiorentina. Un’annata incredibile, per molti versi, per una squadra che era partita con grandi obiettivi e che, a fine stagione, sarà costretta a scendere in Serie B dopo 54 anni di gloriosa partecipazione al massimo campionato.

Parliamo di una squadra che viene da campionati discreti e che può già vantare alle sue dipendenze Gabriel Omar Batistuta, l’argentino deve ancora esplodere completamente ma è già il padrone assoluto dell’attacco viola. A questi si aggiungono i difensori Carnasciali e Luppi, i centrocampisti Di Mauro (dalla Roma), Brian Laudrup e Stefan Effemberg, mentre in avanti i viola puntano su Ciccio Baiano, protagonista del Foggia di Zeman.

 

La squadra della Fiorentina nel 1992-93
La squadra della Fiorentina nel 1992-93

 

I presupposti per una grande Fiorentina ci sono tutti, in panchina c’è Gigi Radice, non certo l’ultimo arrivato, e l’avvio è da grande squadra.  Dopo un buon pari in casa della Lazio con doppietta di Batistuta e la goleada interna con l’Ancona (7-1), la Fiorentina ferma sul pari l’Inter a San Siro (2-2) ma crolla in casa contro il Milan di Capello che si impone per 7-3. E’ la gara che inizia a far scricchiolare il rapporto tra il tecnico e la presidenza, non nella figura di Mario Cecchi Gori, ma del figlio Vittorio, che inizia ad avere voce in capitolo in ogni decisione. I viola però sono ancora una formazione in grado di riprendersi, e nel giro di due settimane mettono insieme due vittorie con Pescara e Sampdoria con 6 gol all’attivo e zero al passivo.

I viola alternano grandi momenti a piccole cadute, ma riescono a superare in casa la Roma per due a uno con le reti di Iachini e Orlando e la Juventus per 2-0 con la firma di Laudrup (fratello più giovane del talento ammirato in Italia con le maglie di Lazio e proprio Juventus). La Fiorentina pareggia anche a Parma per uno a uno e alla tredicesima giornata è seconda in campionato, alle spalle del solo Milan inarrivabile di Capello e degli olandesi.

Serie A 1992-93: Fiorentina - Juventus 2-0 - VIDEO

 

Il 3 Gennaio del 1993, però, accade l’incredibile. La Fiorentina, pur dominando, perde in casa contro l’Atalanta, la rivelazione del campionato allenata da Marcello Lippi, che passa per uno a zero con il gol di Carlo Perrone. Il dopo partita è acceso, il confronto tra Radice e Vittorio Cecchi Gori è infuocato, si discute di come la squadra gioca, di come attacca senza pensare a difendere, di assetto difensivo, con il patron che vuole una difesa più all’italiana e meno improntata alla zona. Alla fine la decisione lascia tutti di stucco: esonero per Radice, che lascia la formazione al sesto posto, e panchina affidata ad Aldo Agroppi.

 

Serie A 1992-93: Fiorentina - Atalanta 0-1 - VIDEO

 

Una decisione che spiazza anche la squadra, che non si riprenderà mai. La Fiorentina entra in una crisi da cui sarà impossibile uscire, la settimana seguente prende addirittura quattro gol fuori casa con l’Udinese (tripletta di Branca e gol di Abel Balbo), pareggia in casa con il Toro e perde a Foggia contro la squadra di Zeman per uno a zero. Termina così il girone di andata, e bisognerà attendere addirittura il 14 marzo per rivedere i viola vincere una partita.

Il girone di ritorno si apre con il pari a Genoa, poi sconfitta in casa con la Lazio che passa con i gol di Signori e Fuser, e debacle sul campo dell’Ancona, ultimo della classe. In sette giorni con le milanesi raccoglie solo un punto, prima della vittoria casalinga contro il Pescara, che sembra regalare una piccola boccata d’ossigeno grazie alle reti del centrocampista tedesco Effemberg e del solito Batistuta.

 

Effemberg e Laudrup con la maglia della Fiorentina
Effemberg e Laudrup con la maglia della Fiorentina

Il giocattolo, però, si è rotto da tempo. La squadra di Agroppi gioca male, a volte è sfortunata, ma non ha più fiducia in se stessa, sembra finita in un vicolo cieco dal quale è impossibile uscire. Quando sembra pronta per tornare a spiccare il volo, come due settimane dopo quando batte il Cagliari in casa per due a uno, ripiomba in una lenta agonia. Quella con i sardi sarà l’unica vittoria per un bel po’ di tempo. Da lì in poi tre pareggi consecutivi prima della caduta in casa della Juve e dell’Atalanta ed ancora i pareggi con Udinese e Torino. Proprio dopo la sconfitta con i bianconeri la Fiorentina, nel tentativo di salvare il salvabile, affida la panchina al duo composto da Chiarugi e Antognoni. Neanche due bandiere, però, riescono nell’impresa di riprendere in mano il gruppo. I pareggi che seguono aprono le porte ad un’ultima giornata drammatica.

 

Serie A 1992-93: Fiorentina - Foggia 6-2 - VIDEO

 

La Fiorentina ospita il Foggia, mentre l’Udinese che si gioca la salvezza insieme al Brescia, va in casa della Roma. I viola giocano, finalmente, una partita degna, attaccano e segnano e alla fine vincono per 6-2, ma è il risultato dell’Olimpico a condannarli. L’Udinese, infatti, riesce a strappare alla Roma un pareggio 1-1, su cui si discuterà a lungo anche per un gol clamoroso fallito da Carnevale, prossimo attaccante bianconero. Dopo la rete iniziale di Hassler, a dieci dalla fine arriva il pareggio di Desideri. Per la Fiorentina è il peggior risultato possibile. Brescia e Udinese vanno allo spareggio (con i bianconeri che vinceranno per 3-1), la Fiorentina è condannata alla Serie B.

Una crisi iniziata con l’esonero di Radice e terminata nel peggiore dei modi, nonostante le 16 reti di Batistuta e le 10 di Baiano a fine torneo. Mario Cecchi Gori, che chiede scusa ai tifosi, morirà a novembre, senza poter rivedere la sua Fiorentina in Serie A, una formazione viola che però si riprenderà presto e che tornerà subito in A con Claudio Ranieri in panchina e le stelle Batistuta, Baiano e Effemberg in campo.

Vittorio Cecchi Gori imparò la lezione, da lì in poi costruì, con merito, una Fiorentina di nuovo in grado di lottare per l’Europa.  

Alessandro Grandoni

Page 2 of 9
Ad Sidebar