Alessandro Grandoni

Alessandro Grandoni

Direttore Responsabile, Giornalista Pubblicista dal 2005, ha collaborato con varie testate giornalistiche e diretto, tra le altre, il portale www.calcionazionale.it

C’è stato un tempo in cui la Nazionale della Colombia era considerata, da molti, la squadra più forte del mondo. Ad un disattento osservatore, questa affermazione potrà sembrare quasi bizzarra, ma così non è.

Il rapporto tra il calcio in Colombia e la malavita è stato sempre molto stretto, ma alla fine degli anni ottanta questo è diventato un abitudine, che ha permesso al football sudamericano di compiere un deciso passo in avanti. Fino a quel periodo, infatti, i migliori talenti colombiani giocavano poco in patria, giusto il tempo di emergere e poi via, venduti al miglior offerente, nello stesso Sudamerica o in Europa. Alla fine degli anni ottanta, però, qualcosa cambia. I signori della droga, per cosi dire, iniziano a commerciare anche nel football, è il loro divertimento, l’ennesimo modo per dimostrare la propria forza, con le buone o con le cattive. Il più celebre è senza dubbio Pablo Escobar, che entra prepotentemente nel calcio, ma non è il solo.

Cosa smuove l’entrata di questi personaggi? Dà la possibilità, alle squadre colombiane, di non dover essere costrette a vendere per poter giocare, ma di crescere in casa i propri talenti, di assicurarsi i migliori giocatori, di competere con tutte le migliori formazioni del Sudamerica, tra cui le brasiliane e le argentine, per la Coppa Libertadores, la nostra Coppa dei Campioni. E’ in questo clima che nasce il mito del Nacional di Medellin, che arriva nel 1989 a giocarsi la finale della Coppa Intercontinentale con il Milan di Arrigo Sacchi.

Vincono i rossoneri, ma a fatica, contro una formazione che ha un altro Escobar, Andres, che diventerà tristemente famoso, in difesa. Lo stesso Sacchi si innamora di questo centrale e lo consiglia al Milan, che però decide di passare oltre. E’ in questo clima che la nazionale colombiana partecipa al Mondiale di Italia ’90, che sarà il prologo di un periodo nel quale la crescita dei sudamericani toccherà vette incredibili, fino alla kermesse americana del 1994.

In Italia la Colombia gioca un buon calcio, arriva perfino agli Ottavi di Finale dove uno sciagurato Renè Higuita, il portiere di quella squadra, regala pallone e qualificazione al Camerun di Roger Milla.

E’ in quel periodo, però, che inizia a prendere forma una squadra fantastica. Tra i giocatori spicca proprio Higuita, portiere abituato a giocare con i piedi, quasi un libero aggiunto ancora prima dell’inserimento della regola sul retropassaggio al portiere, c’è Andres Escobar in difesa, un giocatore di un’intelligenza calcistica sopraffina, in grado di comandare e tenere la difesa, mentre a centrocampo c’è il genio, il cervello, il giocatore in grado di trasformare ogni pallone in oro. Parliamo di Valderrama, il dieci foltocrinito, pronto a dare qualità al gioco della squadra di Maturana, un altro elemento di indiscusso valore.

Il Mondiale del 1990 è stato per molti anni, per la Colombia, la massima punta toccata nei campionati iridati prima del 2014 (Quarti di Finale), ma è stato soprattutto l’anteprima del grande girone di qualificazione ai Mondiali di Usa ’94, dove la Colombia, incredibilmente, partiva come grande favorita.

La squadra è affidata a Maturana, un uomo capace di cambiare il modo di giocare in Colombia, passando da una squadra che aspetta, difende e riparte, a una che vuole imporre il suo gioco, dominare la partita, far valere le qualità dei propri singoli. Nel gruppo sudamericano la Colombia fa il vuoto, ha una difesa quasi impenetrabile (due soli gol subiti nelle sei gare di qualificazione) e il miglior attacco con 13 reti messe a segno. Gioca una calcio divertente, spettacolare, batte l’Argentina all’andata ed arriva all’ultima gara del girone in lotta per il primo posto, proprio contro la formazione albiceleste guidata da Basile.

 

La formazione della Colombia contro l'Argentina nel 1993
La formazione della Colombia contro l'Argentina nel 1993

E’ questa la partita che segna un’epoca, che consegna questa Colombia alla storia del calcio moderno. E’ il 5 settembre del 1993, si gioca a Buenos Aires, al Monumental, la casa del River Plate. La Colombia desta una grande impressione, ha una squadra in grado di battere chiunque, dalla parte opposta l’Argentina, ancora orfana di Diego (tornerà solo nello spareggio con l’Australia), ma con Redondo e Simeone a centrocampo e Batistuta in attacco. Gli addetti ai lavori sanno che quella è una grande Colombia, tanto che l’intellettuale Osvaldo Soriano parla apertamente di un’Argentina che può vincere solo “se la tribuna ruggisce per novanta minuti, se Dio Nostro Signore accetterà di stare ancora una volta dalla nostra parte, se la Colombia sarà in giornata storta”.

I giocatori della selezione di Basile, invece, sono di tutt’altro avviso, come dice Oscar Ruggeri, perno difensivo:Ho giocato due finali dei Mondiali, e non ho visto la Colombia dall’altra parte. Ho vinto due volte la Copa América, ed anche in quel caso non c’era la Colombia. Proprio non li capisco, i giornalisti. Hanno dato fin troppa importanza ad un buon gruppo che, però, non è uno squadrone“.

Il clima è freddo, freddissimo, nei primi quaranta minuti l’Argentina ci prova, la Colombia tiene, poi la svolta, quasi inevitabile. Dopo un contrasto tra Valencia e Borrelli il pallone arriva a Valderrama, all’altezza del centrocampo. La “testa” della Colombia vede l’inserimento di Rincon sulla destra, la freccia salta Altamirano e aggira Goycochea depositando in rete la palla dell’uno a zero. L’Argentina capisce che rischia grosso, la Colombia prende ancora più coraggio, e da qui in avanti si consuma il massacro. Rincon serve Asprilla, che è in una di quelle giornate in cui è semplicemente immarcabile. Finta su Borrelli e conclusione che beffa il portiere argentino, due a zero. Da qui in avanti  è accademia per la Colombia e un incubo senza fine per l’Argentina, su assist di Alvarez è ancora Rincon e trovare la porta per il terzo gol, poi Aprilla con un colpo da maestro firma il poker, poi a sei minuti dal termine “El pulpo”, come viene chiamato l’ex attaccante del Parma, trova Valencia per la manita.

Per l’Argentina è una delle sconfitte più umilianti della storia, per la Colombia la legittimazione internazionale. Gabriel Garcia Marquez, il premio Nobel colombiano, parla di una nazionale pronta a vincere, ed è dello stesso avviso Pelè, uno che di Mondiali se ne intende.

 

1993: ARGENTINA - COLOMBIA 0-5

 

E’ con queste premesse che la Colombia si presenta al Mondiale di Usa 94, con il ruolo di favorita, insieme al solito Brasile e alla Germania campione in carica. Il gruppo di qualificazione non è certo proibitivo, ma qualcosa va storto. Alla formazione di Maturana manca Higuita (che non c’era neanche contro l’Argentina), in carcere perché sospettato di aver fatto da mediatore in un rapimento, ma più probabilmente punito per la sua amicizia con Pablo Escobar, ucciso nel 1993.

L’esordio è contro la Romania di Georghe Hagi, una buona squadra ma non certo irresistibile. Si consuma, invece, una sconfitta bruciante. Raducioiu porta in vantaggio gli europei, Hagi raddoppia, la Colombia è sotto choc, prova a reagire con Valencia nel finale del primo tempo ma in chiusura, nonostante i tentativi, è ancora la Romania ad andare in gol sempre con Raducioiu per il 3-1 finale.

Una partenza inattesa, ma ancora tutto da giocare nelle due sfide che restano contro Usa e Svizzera. Gli americani sono il paese ospitante, ma di certo non una squadra in grado di far paura alla Colombia di Valencia, Valderrama, Asprilla e Rincon.

La Colombia a Usa '94

E’ il 23 giugno del 1994, e qui si consuma una pagina nera, che dieci giorni dopo diverrà ancora più tragica. Al 34’ del primo tempo, su un cross, Andres Escobar, probabilmente uno dei migliori giocatori del torneo, devia sfortunatamente nella propria porta il pallone che porta in vantaggio gli americani.  Ad inizio ripresa il raddoppio dei padroni di casa con Stewart, la squadra di Maturana sembra la lontana parente della formazione ammirata negli anni precedenti, ed a poco serve la rete di Valencia al novantesimo. Seconda sconfitta in due partite, e la Colombia è fuori dal mondiale. A poco servirà, se non per le statistiche, la vittoria per due a zero contro la Svizzera nella terza gara (gol di Gaviria e Lozano). La squadra di Maturana, data da molti come una delle favorite, è fuori dalla competizione, anche se la storia più triste si deve ancora consumare. Il 2 luglio del 1994, infatti, in un locale di Bogotà, Andres Escobar, il capitano e l’autore sfortunato di quell’autorete, viene assassinato con dei colpi di pistola fuori da un locale da alcuni narcotrafficanti, che gli rinfacciano di avergli fatto perdere un mucchio di soldo con quell’autorete nelle scommesse clandestine. E’ l’epilogo di una favola durata pochi anni, da quel momento in avanti la Colombia, pur continuando a far bene, non darà mai più la sensazione di poter entrare di diritto nell’Olimpo del calcio.

Con l’eliminazione dai Mondiali del 1994, e con l’assassinio di Andres Escobar, si chiude la pagina della Colombia più forte di sempre, quella in grado di far vergognare, gli argentini, di essere scesi in campo, quella in grado di entusiasmare tutti gli amanti del calcio, che nelle idee di Valderrama, nelle corse di Rincon e nei gol di Aprilla e Valencia, avevano visto gli sprazzi di un nuovo inizio per il calcio sudamericano, di una nuova compagine in grado di rompere l'egemonia di Brasile e Argentina. 

Alessandro Grandoni

E’ una delle figure mitologiche più discusse del calcio. Tra chi lo definisce un “bidone” e chi lo porta in trionfo, tra la sua presenza, flebile, discussa, in Italia, e quella brasiliana, dove il talento di Porto Alegre ha saputo ricostruirsi e regalarsi un posto nella storia. Cadere e poi rialzarsi, una specialità per questo giocatore capace di diventare grande in terra carioca, fallire, clamorosamente, in Italia, e poi riprendere la sua strada ancora in Brasile, prima da calciatore e poi da allenatore, dimostrando che c’è sempre tempo per rialzare la testa, se lo vuoi davvero, come dimostra il fatto che sia ancora l’unico brasiliano ad aver vinto, sia da giocatore che da allenatore, la Coppa Libertadores.

 

RENATO GAUCHO PORTALUPPI: LE RETI, I DRIBBLING

 

Renato Portaluppi, come è noto in Italia, detto in Brasile Renato Gaucho, nasce il 9 settembre 1962 a Guaporè, ultimo di dodici figli. Il suo talento nel calcio è subito noto, si fa apprezzare ed inizia a giocare con il Gremio di Porto Alegre, una delle squadre più importanti del Brasile. L’avvio è subito dirompente, nella stagione 1982-83 il Gremio si aggiudica la Coppa Libertadores battendo in finale il Penarol per due a uno, ma è qualche mese dopo, l’11 dicembre del 1983, che Renato entra prepotentemente nel calcio mondiale. Si gioca la Coppa Intercontinentale, si sfidano il Gremio e l’Amburgo, che qualche mese prima ha superato la Juventus nella finale di Coppa dei Campioni. Nei tempi regolamentari finisce uno a uno, segna Renato per i brasiliani e Schroeder per i tedeschi, si va ai supplementari ed è ancora lui, Gaucho, a mettere la firma sulla rete che vale il due a uno finale, quello del trionfo.

 

Finale Coppa Intercontinentale 1983: Gremio - Amburgo 2-1 - VIDEO

Viene nominato, chiaramente, miglior giocatore della competizione, e da quel momento diviene uno dei giocatori più ambiti di tutto il Brasile. Nelle stagioni seguenti gioca con continuità e segna alcune reti importanti, sono  65 le gare in totale con il Gremio con 15 gol all’attivo in quattro stagioni, prima del passaggio nel 1987 al Flamengo, altra squadra storica. Qui non si smentisce, e trova una continuità speciale in zona gol. Nove reti in 37 gare, Renato diventa ufficialmente l’oggetto del desiderio di molte squadre del vecchio continente, tra cui la Roma di Dino Viola, desiderosa di tornare ai fasti dello scudetto. Nell’estate del 1988 la Roma si assicura, per la cifra di 3 miliardi di lire, le prestazioni di Renato Gaucho, mettendo a segno quello che da molti viene definito il colpo dell’estate.

E’ una Roma giovane e forte, affidata di nuovo alle cure di Niels Liedholm, con Giannini in mezzo al campo, Voeller in attacco, ed un giovane Massaro in prestito dal Milan. Renato Portaluppi deve essere la stella, il talento capace di brillare e dare spettacolo, ma la sua presenza in Italia, purtroppo, sarà davvero breve e poco ricca di gloria.

Le cronache parlano più delle sue uscite serali che delle prestazioni in campo, praticamente impalpabili. Lui ci prova, ma sembra davvero il fratello scarso di quello ammirato in Brasile, iniziano ad arrivare anche i problemi interni, non va d’accordo con la squadra ed alla fine anche con la società, accusando il presidente Viola di non stargli abbastanza vicino. Lo score di quella stagione italiana è imbarazzante: 23 gare giocate e nessuna rete all’attivo.

 

RENATO CON LA ROMA: 1988-89

 

La sua esperienza in Europa finisce cosi, e per rigenerarsi torna al Flamengo, dove si torna a vedere un altro giocatore. Nel 1990 con i rossoneri vince la Coppa del Brasile, segna la bellezza di 22 reti in 64 gare ufficiali, torna ad essere lo straordinario giocatore che avevamo ammirato prima, e si guadagna addirittura la convocazione per i Mondiali del 1990 in Italia. Il Brasile non giocherà una grandissima competizione, uscendo con l’Argentina agli Ottavi di Finale, e Renato disputerà solo sei minuti proprio contro i rivali di sempre, nel finale di partita.  Girovaga un po’, tra Botafogo, Cruzeiro e Atletico Mineiro, prima di approdare al Fluminense, con cui scrive una pagina importante della sua carriera e di quella della squadra. Nel 1995, in un Fla-Flu passato alla storia, contro il Flamengo, realizza il gol della vittoria di pancia, mettendo a segno una rete che consegna alla sua squadra il Campionato Carioca, quello giocato tra le formazioni di Rio de Janeiro.

 

FLAMENGO - FLUMINENSE 2-3, 1995

 

Dopo due anni decide di passare dall’altra parte, nel Flamengo, dove segna 5 reti in dodici gare in una stagione, prima di chiudere la sua esperienza nel Bangu nel 1999.

Tutto si poteva ipotizzare di lui, tranne che divenisse un allenatore importante, ed invece dal 2000 in poi Renato si siede in panchina, e lo fa nelle formazioni più importanti della sua nazione. Girovaga e alla Fluminense, nel 2007, vince la Coppa del Brasile, guidando quella squadra poi fino alla finale della Coppa Libertadores, persa contro il Quito. Gira ancora, e lo fa tanto, passando dal Vasco da Gama, il Bahia, il Gremio e l’Atletico Parananense, prima di tornare ancora al Gremio, dove il 29 novembre 2017 scrive la storia. E’ in panchina nella finalissima con li argentini del Lanus, si aggiudica la coppa e diventa il primo brasiliano a trionfare in questa manifestazione sia da giocatore che da allenatore.

Una carriera quasi strabiliante, per chi se lo ricorda in Italia. Un fallimento, quello nel bel paese, che non ha però spento l’ardore e il talento di un giocatore che è stato capace di ricostruirsi e di tornare a brillare, come solo chi ha qualcosa di magico dentro può fare.

Alessandro Grandoni

Carletto Mazzone è uno degli allenatori più amati di sempre del calcio italiano. Un personaggio che si sa far volere bene, che ha condotto squadre cosiddette provinciali alla gloria, ma che ha anche riscoperto e rigenerato talenti spesso dati per finiti.

Carlo Mazzone si è raccontato dopo aver lasciato la panchina, ecco le dieci cose che forse non sai, che rendono questo allenatore cosi unico nella storia del calcio italiano.

 

1 – L’ESORDIO IN SERIE A DI CARLO MAZZONE

 

Il 2 Giugno del 1959 Carlo Mazzone fa il suo esordio da giocatore in Serie A, con la maglia della Roma. Si gioca a Firenze, e l’allenatore dei giallorossi è Nordhal, lo svedese che insieme a Gren e  Liedholm ha formato il trio di campioni della sua Nazionale. La particolarità di quell’evento è che, a casa Mazzone, nessuno sa del suo esordio. Il padre di Carlo, infatti, lo scoprì solo il lunedì mattina, presentandosi al solito bar. Arrivano i complimenti degli amici di sempre, lui rimane stupito, poi gli spiegano che il giorno prima Carlo aveva giocato con la Roma. La gara finì 1-1 con la rete di Tasso per i giallorossi, e per Mazzone fu la prima gara in Serie A.

 

2 – L’INFORTUNIO e la FINE DELLA CARRIERA DA CALCIATORE DI MAZZONE

 

Il 3 Marzo del 1968 segna la fine della carriera da calciatore del giovane Carlo Mazzone. Si gioca il derby tra l’Ascoli (dove gioca) e la Sambenedettese. Carletto rincorre un avversario, Urban, e colpisce il suo ginocchio con la tibia destra. La gamba fa crack, lui prova a rientrare in campo, il dolore è lancinante, ma non può lasciare il terreno di gioco in un derby dove non erano ancora permesse le sostituzioni. Alla fine si fa buttare fuori per la disperazione. Una brutta frattura, calcificazione ossea difficile, convalescenza lunga. Quando riprese, non era più quello di prima, ma per fortuna arrivò Costantino.

 

2 – L’INCONTRO CON COSTANTINO ROZZI DI CARLO MAZZONE

 

C’è un personaggio chiave nella storia calcistica di Mazzone, come allenatore. Carletto guida il settore giovanile dell’Ascoli, la prima squadra non va bene e Rozzi si affida a lui: “Carletto, fammi il piacere, vai in panchina e vedi che puoi fare”. Una storia che si ripete per tre volte, Mazzone va in panchina al posto del tecnico esonerato, risolleva la squadra e torna ai giovani lasciando al nuovo arrivato il compito di terminare il campionato. Nel 1969/70, però, le cose vanno diversamente. Mazzone si siede in panchina ma stavolta Rozzi vede in lui il futuro. “Ho deciso che resti in panchina fino alla fine del campionato, e non solo. Il prossimo anno parti tu come allenatore”. Mazzone, soddisfatto, ha però una richiesta, strana per il calcio di oggi. Il problema infatti non sono i soldi, ma la certezza del suo futuro. Mazzone accetta ma con una promessa, che se le cose vanno male lui torna al settore giovanile, perché ha già due figli a una famiglia da mantenere. Rozzi non fa una piega: “Qualunque cosa dovesse accadere non ti preoccupare, quel posto sarà tuo. E se lascio l’Ascoli tranquillo che ti prendo nella mia azienda, ho capito che sei una persona perbene”. Storie e parole che, al giorno d’oggi, sembrano lontane anni luce.

 

4 –  IL 4-3-3- DI MAZZONE E DEL SUO ASCOLI

 

C’è chi per anni gli ha dato del difensivista, ma forse non conosce la storia. Le squadre di Carletto Mazzone, infatti, facevano scuola per come giocavano. Dopo il 1974 sulla panchina della Nazionale c’è Fulvio Bernardini, un’istituzione. Lui, nell’Aula Magna di Coverciano, pronuncia queste parole: “Si parla tanto di zona e calcio totale, di imitare gli olandesi con Crujff, Krol, Haan, Neskens ma per capire come si fa non c’è bisogno di andare in Olanda. Io vi dico di andare a vedere come gioca l’Ascoli di Mazzone”. L’innovatore Carletto, infatti, aveva portato l’Ascoli dalla Serie C alla Serie A, giocava a zona e faceva il 4-3-3 con Colombini – Bertarelli e Campanini nel tridente d’attacco. Smarcamento senza palla, due uomini sempre vicini a ogni uomo in possesso del pallone, una squadra che ha un gioco e che sfrutta alla perfezione le caratteristiche dei suoi uomini. E arriverà un giorno, nel 1994, in cui Mazzone riuscì a disintegrare lo stratega moderno del 4-3-3, ma lo vedremo più avanti.

 

5 – SAPER CAPIRE GLI UOMINI, LA STRATEGIA DI MAZZONE

 

C’è una caratteristica che definisce l’allenatore Carlo Mazzone. Come uno dei suoi predecessori, Nereo Rocco, Mazzone ha sempre allenato prima l’uomo, e poi il calciatore. Ha sempre osservato tutti i più piccoli dettagli che gli potevano far capire come stava un suo giocatore. Li scrutava a tavola, con la coda dell’occhio, vedeva chi scherzava e chi no, chi mangiava e chi no, se uno di loro era triste o meno. Perché solo un uomo sereno, in campo, è pronto a dare tutto. Lo schema, senza l’attenzione per l’uomo, non arriva da nessuna parte.

 

6 – MAZZONE SCOPRE FRANCESCO TOTTI

 

Molti non sanno che è stato proprio Carlo Mazzone a far scoprire, al grande calcio, Francesco Totti. Solitamente il tecnico chiamava sempre qualche ragazzino della Primavera il giovedì per fare le partitelle con la prima squadra ed arrivare cosi a undici contro undici. Un giorno nei tre-quattro giocatori c’è Totti. Mazzone si confida subito con il suo vice Menichini: “Senti  una cosa, hai visto quel ragazzino a centrocampo? Che impressione t’ha fatto, come si chiama?

Mazzone non sapeva neanche il nome, ma lo volle con i grandi fino al sabato, tenendo anche gli altri per camuffare la promozione ai giornalisti. Quel ragazzino aveva 16 anni ed era Francesco Totti, che il 27 febbraio del 1994 Mazzone fece giocare da titolare contro la Sampdoria in Coppa Italia.

 

7 – IL RUOLO DI ANDREA PIRLO nel BRESCIA di MAZZONE

 

E’ stato Carlo Mazzone a dare una nuova vita calcistica ad Andrea Pirlo. Talento nell’Inter, poi nella Reggina e nell’Under 21, Pirlo era un gran bel fantasista, che però faticava a spiccare anche nel calcio dei grandi. Mazzone lo studia, sa che può dare tanto e un giorno lo prende da parte e gli dice: “Io voglio accrescere la qualità del nostro gioco, tu mi puoi aiutare perché, come si dice, c’hai i piedi buoni. Hai senso tattico, sai come ti devi muovere. Finora hai fatto la mezza punta, adesso ti chiedo di cambiare posizione, farai il playmaker davanti alla difesa, il nostro regista arretrato”.

Pirlo passa poi al Milan, dopo aver ringraziato Mazzone, e Ancelotti lo promuove titolare nello stesso ruolo che gli aveva disegnato Mazzone, davanti alla difesa con Seedorf e Gattuso ai fianchi. Ancelotti gli chiese: “Come ti sei trovato a Brescia? “Benissimo”, rispose Pirlo. “E allora continuiamo a coltivare l’idea che ha avuto il mio amico Carletto Mazzone…”. Da quel momento è nato il Pirlo che tutti oggi conosciamo.

 

8 – 27  NOVEMBRE 1994: LAZIO – ROMA 0-3

 

Questa data rimane scolpita nella carriera di Carlo Mazzone. Guida la Roma, la squadra del suo cuore, ed è in programma il derby contro la prima Lazio di Zeman, quella di Signori, Casiraghi e Boksic. Il Corriere dello Sport nella settimana che precede la gara fa i confronti tra i giocatori, e la Lazio vince 10 a 1, solo Aldair risulta essere superiore a un biancoceleste. Zeman appariva come il profeta, Mazzone come l’allenatore superato. Lui si fa venire un’idea, ogni giorno ritaglia quelle pagine e le attacca sulla porta dello spogliatoio, colpisce l’orgoglio dei suoi giocatori, che la domenica mattina attaccano loro l’articolo che dava, chiaramente, Zeman vincitore su di lui. Fu la gara perfetta, la Lazio andò subito sotto con la rete di Balbo, poi Cappioli e nella ripresa Fonseca. I biancocelesti mai in partita, la Roma che sfiorò in più occasioni la goleada. Finì 3-0, con Carlo Mazzone acclamato sotto la Curva Sud, una delle sue più grandi soddisfazioni.

 

9 – CARLO MAZZONE E ROBERTO BAGGIO

 

Un incontro magico quello tra Carlo Mazzone e Roberto Baggio. E’ l’estate del 2000, Baggio ha appena regalato all’Inter la qualificazione in Champions con due reti nello spareggio con il Parma, ma si ritrova senza squadra. Si allena da solo, Mazzone ogni mattina legge i giornali e scopre che il fantasista è vicino a firmare per la Reggina di Lillo Foti, e ci prova. Si fa dare il suo numero, lo chiama. “Pronto, sono Mazzone. Ho letto che vai alla Reggina, ma è vero? Scusa, io non vojo sapè se ce vai o nun ce vai a Reggio Calabria, però te vojo di’ ‘na cosa: ma perché non vieni a Brescia? Sta pure vicino a casa tua..”

Il magari di risposta di Baggio fa scattare Mazzone, che chiama Corioni, gli propone l’affare e lo convince, anche se il Divin Codino fa aggiungere una postilla al contratto. Baggio rimane a Brescia solo e soltanto se l’allenatore è Carlo Mazzone.

 

10 – ATALANTA – BRESCIA E QUELLA CORSA SOTTO LA CURVA di CARLO MAZZONE

 

E’ una delle immagini più genuine ma anche una di quelle che Mazzone vorrebbe cancellare dalla sua carriera. Quella corsa sotto la curva dei tifosi dell’Atalanta dopo il 3-3 del suo Brescia. Sul 3-1 per i bergamaschi arrivano i cori contro di lui, indicandolo come romano di m… e figlio di p…. In pochi hanno provato a spiegare la sua reazione, che Mazzone spiega ricorrendo ad un episodio molto intimo, familiare. Carlo Mazzone ha perso la madre giovanissima, quando questa aveva 51 anni. Le teneva la mano negli ultimi momenti, l’aiutò a girarsi nel letto, ed in quel momento lei esalò l’ultimo respiro. Ecco spiegato perché quegli insulti lo fecero montare. Offensivi, inspiegabili, lo avevano colpito al cuore, e per questo reagì. Poi se ne pentì, ma chi ama e ha amato Carlo Mazzone non potrà mai rappresentarlo con quel gesto, ma con tutto quello che di buono ha fatto nel calcio e per il calcio.

Alessandro Grandoni

 

Questa sera si gioca Lazio – Milan, una gara che dirà molto sulle possibilità scudetto dei biancocelesti che ci arrivano in piena emergenza, ma sarà anche una partita che rievocherà le grandi sfide del passato giocate sul prato dell’Olimpico.

Una sfida che in poche occasioni è stata una gara scudetto, ma che ha lasciato il segno, da entrambe le parti. Partiamo dal 1973/74, l’anno in cui la Lazio si laureò per la prima volta Campione d’Italia. E’ l’undicesima giornata, e i biancocelesti sono davanti in campionato a battagliare con Juventus e Napoli, dopo aver sfiorato il tricolore nella stagione passata. La squadra di Tommaso Maestrelli gioca un bel calcio, ma la partita non ne vuole sapere di sbloccarsi, fino al lampo dell’ultimo minuto. E’ il novantesimo quando Frustalupi, il cervello del centrocampo laziale, vede un corridoio che altri non riescono neanche a immaginare per Luciano Re Cecconi, inserimento in area e tocco ad anticipare l’uscita del portiere. Palla in rete e uno a zero per la Lazio, che batte cosi i rossoneri e vola in testa al campionato con due lunghezze di vantaggio su Juve e Napoli. Quel Lazio – Milan sarà una delle gare più importanti di quella stagione, capace di dare ai biancocelesti la consapevolezza della loro forza.

 

1973-74: Lazio - Milan 1-0 - VIDEO

 

Con le immagini ci spostiamo alla fine degli anni novanta, quando cambia la situazione. La Lazio stazione a metà classifica, il Milan è quello straordinario di Arrigo Sacchi, già campione d’Italia nel 1988, che due anni dopo arriva allo stadio Flaminio (l’Olimpico è in ristrutturazione in vista dei Mondiali). E’ il 1989-90, alla fine trionferà il Napoli con la celebre polemica sulla monetina di Alemao, ma quello è un Milan altamente spettacolare. I biancocelesti sono guidati da Materazzi in panchina, fanno a meno di Di Canio infortunato ma davanti schierano la coppia sudamericana formata da Ruben Sosa e Amarildo, il Milan risponde con Massaro e Van Basten, con Gullit fuori per infortunio. Pronti via e subito Milan avanti per due a zero, con le reti di Massaro e Fuser (che due stagioni più tardi arriverà in biancoceleste), la Lazio gioca un gran calcio, arrivano anche i complimenti di Berlusconi a fine primo tempo, ma alla fine vince il Milan. I biancocelesti accorciano nella ripresa con Amarildo, ma ci pensa il biondo Colombo, poco dopo, a fissare il risultato sull’1-3 finale.

 

1989-90: Lazio - Milan 1-3 - VIDEO

 

 

Un altro Lazio – Milan spettacolare è quello della stagione 1992-93, che si chiude con un pareggio per 2-2. Contro il Milan di Berlusconi e di Fabio Capello in panchina c’è la nuova Lazio di Sergio Cragnotti, vogliosa di tornare in Europa e che si affida in mezzo al campo all’estro di Paul Gascoigne e al senso del gol di Beppe Signori. L’avvio è tutto rossonero, Papin sigla subito l’uno a zero con un gran tiro, poi arriva il raddoppio con un autogol di Winter, sempre provocato dall’attaccante francese. Sembra fatta ma la Lazio torna subito in partita con la rete di Gascoigne che accorcia le distanze sotto misura. Il Milan soffre ma tiene, la Lazio spinge, ed al novantesimo arriva il 2-2, Stroppa dalla sinistra disegna un cross perfetto di esterno destro per la testa di Bergodi che in tuffo sigla il pareggio per la squadra di Dino Zoff.

 

1992-93: Lazio - Milan 2-2 - VIDEO

 

La Lazio in quegli anni cresce, e a metà anni novanta, sempre con Zeman in panchina, è protagonista di due goleade ai danni dei rossoneri. La prima arriva nella stagione 1994-95, la prima del boemo. Il Milan vive un anno complicato, e la Lazio all’Olimpico batte i rossoneri con un poker. Apre le danze Casiraghi, che in contropiede fredda Rossi da pochi passi. Nella ripresa sale in cattedra Beppe Signori, che sigla una tripletta con una rete, quella del due a zero, da applausi, con un gran sinistro al volo su lancio di Di Matteo.

 

1994-95: Lazio - Milan 4-0 - VIDEO

 

Due stagioni dopo, nel 1996-97, arriva invece un tre a zero, sempre in favore dei biancocelesti. Nella Lazio c’è ancora Zeman, che però sarò esonerato qualche domenica più tardi, mentre su quella del Milan è tornato Arrigo Sacchi, ma con scarsa fortuna. La Lazio gioca bene e vince per tre a zero, chiudendo la pratica già nel primo tempo. Apre le danze Signori al 21’, poi raddoppia Casiraghi poco prima di andare al riposo. Nella ripresa è il difensore Grandoni, di testa, a mettere dentro la terza rete.

 

1996-97: Lazio - Milan 3-0 - VIDEO

 

Arriviamo alla fine degli anni novanta, con due gare determinanti per lo scudetto. E’ la Lazio di Eriksson, e nel 1998-99 arriva uno zero a zero che sarà però determinante ai fini del titolo. La Lazio è prima con 7 punti di vantaggio sui rossoneri, i biancocelesti vanno in go con Vieri ma la rete viene annullata per un fuorigioco su cui restano dei dubbi. Termina in parità, e quel risultato sarò determinante per la conquista del titolo dei rossoneri di Zaccheroni, che sorpasseranno proprio la Lazio alla penultima giornata.

 

1998-99: Lazio - Milan 0-0 - VIDEO

 

L’anno seguente, invece, si gioca la gara più spettacolare. Alla fine dell’anno, nel 1999-2000, la Lazio sarà Campione d’Italia, ma quella sfida di inizio stagione è un sunto perfetto della qualità di quelle due squadre. Da una parte c’è la Lazio di Veron e Salas, dall’altra c’è soprattutto Schevchenko, appena arrivato a Milano.

La Lazio va subito in vantaggio con un gran tiro di Veron, risponde Weah sotto misura, la Lazio accelera e segna altre due reti, prima con Simeone di testa da angolo, poi con Salas che di testa conclude una splendida azione con il cross di Conceicao. Sembra fatta ma sale in cattedra Schevchenko che sigla una tripletta mettendo in mostra tutte le sue straordinarie doti. E’ 4-3 per il Milan ma la Lazio è ancora viva, e prima della fine riesce a pareggiare con Salas, che da pochi passi fissa il punteggio sul 4-4 finale.

 

1999-00: Lazio - Milan 4-4 - VIDEO

 

Ci spostiamo negli anni duemila, dove è il Milan a fare la voce grossa, prima nel 2007-08, quando batte la Lazio all’Olimpico per 5-1. Ambrosini e Mauri siglano l’iniziale uno a uno, poi salgono in cattedra Kaka e Gilardino, una doppietta a testa e debacle interna dei biancocelesti allenati da Delio Rossi.

 

2007-08: Lazio - Milan 1-5 - VIDEO

 

Nel 2014-15 vince la Lazio, ed è l’esordio della maglia bandiera per i biancocelesti. Sulla panchina dei padroni di casa c’è Stefano Pioli, che stasera sarà dalla parte opposta, passa subito avanti il Milan con Menez, nella sua stagione di grazia. La Lazio soffre ma nella ripresa ribalta tutto, ci pensa Parolo a fare l’uno a uno su cross di Miro Klose, qualche minuto più tardi è il bomber tedesco a sfruttare un retropassaggio di Montolivo per il due a uno. Nel finale è ancora Parolo a mettere dentro il gol del tre a uno finale, che lancia la Lazio all’inseguimento della Juve in campionato, in un torneo che i biancocelesti chiuderanno al terzo posto.

2014-15: Lazio - Milan 3-1 - VIDEO

 

Nel 2015-16 altra vittoria rossonera, è il Milan del tecnico ed ex Mihajlovic e di un giovanissimo Donnarumma in porta, che passa per tre a uno con le reti di Bertolacci, Mexes e Bacca, ed a poco serve la rete finale di Kishna per la Lazio.

 

2015-16: Lazio - Milan 1-3 - VIDEO

 

Chiudiamo questa panoramica con il Lazio - Milan del 2017-18, con Simone Inzaghi in panchina e con la tripletta di Immobile, con la Lazio capace di annichilire i rossoneri andando sul 4-0 (tre reti di Immobile e una di Luis Alberto) prima della rete di Montolivo per il 4-1 finale. 

 

2017-18: Lazio - Milan 4-1 - VIDEO

 

Lazio – Milan, una partita che ha regalato spettacolo negli anni, questa sera sarà diverso, non ci sarà il pubblico, ma I contenuti tecnici non mancheranno, con I biancocelesti costretti, anche in emergenza, a vincere per tenere vivo il sogno scudetto, con la squadra di Pioli che invece vorrà continuare a tenere il passo per non perdere il treno europeo. Non resta quindi che mettersi seduti e vedere per gustarsi, ancora una volta, le emozioni che biancocelesti e rossoneri saranno in grado di regalarci.

Alessandro Grandoni

C’è una grande differenza tra il giocatore per il tuo allenatore, condividere la sua idea, dare l’anima in campo e giocare senza avere la stessa visione, quasi per inerzia, da solo. Non parliamo di bellezza del gioco, ma di spirito, una cosa che il Cholo potrebbe insegnare nelle Università di tutto il mondo, quelle dove il povero Setien forse neanche potrebbe avvicinare. Barcellona – Atletico Madrid, finisce 2-2, e forse è anche la parola fine sulla Liga spagnola, con il Real che può andare a +4, dopo esser ripartito dopo la pandemia da un -2 che non faceva ben sperare.

Da una parte c’è il Barca, impaurito, teso, dall’altra l’Atletico, che corre, lotta, rema dalla stessa parte del suo tecnico, che è un dodicesimo incredibile. Dal punto di vista tattico le due formazioni si presentano in modo diverso. Il Barcellona parte sulla carta con un 4-3-3 che poi non sarà tale, davanti a Ter Stegen ci sono Semedo, Pique, Lenglet e Jordy Alba, a centrocampo Rakitic, Busquets e Vidal, con Puig a fare da raccordo con le punte Suarez e Leo Messi. Dall’altra parte il solito Atletico, in un 4-4-2 che solo sulla carta sembra antiquato, ma interpretato in maniera divina, con Oblak in porta, Arias, Gimenez, Felipe e Lodi in difesa, Saul e Thomas centrali con Correa a destra e Carrasco a sinistra, e davanti la coppia Diego Costa – Llorente.

Setien, già alle prese con una squadra non proprio dalla sua parte, si permette il lusso di lasciare Griezmann in panchina, il grande ex, schierando un Puig che in questo Barca stona. Veloce, tecnico, ma più che un costruttore è un guastatore, e il Barca li davanti deve avere qualcosa di più, ce l’ha con il francese, ma decide di non schierarlo, e l’idea non cambierà fino ai minuti di recupero.

Il copione è quello preventivato, i blaugrana fanno la partita, l’Atletico glielo permette e riparte. Dopo il vantaggio arrivato per uno sfortunato tocco di Diego Costa su angolo di Messi, l’Atletico riprende a giocare come se nulla fosse, si riparte nello stesso modo, senza accusare il colpo. La logica conseguenza è il pareggio pressochè immediato ma raggiunto grazie ad una iniziativa di Carrasco, capace di andare ad una velocità quasi imbarazzante e costringere Vidal al fallo da rigore. Tira Diego Costa, para Oblak, ma si ripete, dal dischetto va Saul che non sbaglia, uno a uno e tutto da rifare.

 

Liga Santander: Barcellona - Atletico Madrid 2-2 - VIDEO

 

Il Barca qualche occasione ce l’ha, perché quando in squadra hai Leo Messi è difficile non riuscire a creare qualcosa, ma il tutto sembra sempre più dovuto all’idea del singolo, e raramente ad un processo che parte dalla squadra. Dalla parte opposta tutto il contrario. L’Atletico si compatta dietro ad una velocità supersonica, stringe le linee di difesa e attacco, e stringe i suoi esterni di centrocampo, Correa e Carrasco, in modo da non permettere mai al Barca di avere una superiorità a centrocampo. Il resto lo fa la qualità dei singoli, la sapienza calcistica di Saul, lo strapotere di Thomas, la velocità di Lodi.

Il Barcellona in alcune fai del gioco prova ad affidarsi al suo spartito, con Rakitic che retrocede a fare il braccetto di sinistra sulla linea difensiva per prendere palla e partire, Busquets amministra e indirizza il gioco, ma tutti i tentativi sembrano destinati a fallire quando si arriva sulla trequarti, dove gli undici colchoneros sembrano il doppio. Nella ripresa non cambia il copione, ed il momentaneo due a uno blaugrana, anche qui, è il frutto di una iniziativa di Semedo, bravo ad anticipare Felipe.

Dal dischetto Messi ricorda a tutti che giocatore è, scava il pallone e firma il due a uno, ma anche qui l’Atletico non si scompone.   Riparte la squadra di Simeone, si compatta, spinge, accelera, e quando lo fa con Carrasco arriva un altro penalty, che Saul stavolta trasforma con qualche patema d’animo in più. La sensazione è sempre la stessa, che il Barca fatica e che l’Atletico può, da un momento all’altro, dare la spallata definitiva. I minuti vanno avanti, Setien decide che Griezmann sta bene in panchina, punta ancora su Vidal e Puig, non capendo che serve coraggio per andare a prendersi questa partita.

Dall’altra parte il Cholo amministra, cambia i suoi interpreti offensivi, inserendo Joao Felix e Morata, ma lo spartito è sempre lo stesso, conosciuto a memoria da tutti. Il “Principito” vede il campo solo nei minuti di recupero, l’Atletico soffre ma non rischia quasi mai, e Simeone dimostra ancora una volta che c’è differenza tra guidare una squadra e allenarla e plasmarla a tua immagine e somiglianza. Barcellona e Atletico pareggiano, ma il Cholo surclassa Setien, stretto tra la paura di offendere troppo e la poca sintonia con una squadra che, ormai, sembra aver perso lo smalto dei tempi migliori.

Finisce due a due, ed è forse il pareggio che scrive la parola fine sulle velleità del Barca di conquistare la Liga, sempre più verso Madrid, dalla parte dei blancos.

Alessandro Grandoni

Lazio – Fiorentina è stata una gara strana, una partita che poteva davvero finire in qualsiasi modo, e che alla fine forse ha premiato semplicemente la squadra più cinica, quella capace, anche con furbizia, di prendersi quello che le serviva in questo momento. Iachini l’aveva preparata bene, anzi benissimo. Le due squadre si sono presentate in campo in maniera speculare, 3-5-2 con la l’unica differenza rappresentata da una parte da Ribery e dall’altra da Caicedo, più di raccordo il primo, seconda punta il secondo.

A far la differenza, soprattutto nel primo tempo, sono stati i mancati automatismi in casa biancoceleste. La Lazio, prima di qualche titolare di troppo, si è infatti sistemata con Patric sul centro destra, Acerbi a centro e Bastos sul centro sinistra, con Parolo a fare da schermo davanti alla difesa. Una sistemazione inedita per la squadra biancoceleste, che ne ha risentito enormemente dal punto di vista della fluidità della manovra. Se Patric, sulla destra, palla al piede è al livello di Ramos, lo stesso non si può dire dalla parte opposta. Bastos, destro naturale, a sinistra fa fatica, sia in marcatura, sia soprattutto in fase di proposizione. La mossa di Inzaghi per ovviare a questa situazione portava Luis Alberto ad abbassarsi fino alla linea di difesa, lasciando Bastos libero di partire a sinistra, ma con la conseguenza di iniziare a far gioco da troppo lontano e di non avere, poi, quel cambio di passo e quella qualità che può dare lo spagnolo nella zona decisiva del campo. Quando il pallone, poi, andava a sinistra, la coppia Bastos – Jony non garantisce ne qualità ne fluidità. Le cose sono andate meglio dalla parte opposta, ed infatti la Lazio soprattutto in avvio ha cercato con insistenza Lazzari che, a parte qualche spunto, non ha fornito però la solita qualità nell’ultimo passaggio.

Dicevamo della preparazione di Iachini, impeccabile. La Fiorentina si muoveva all’unisono, stretta in difesa, soprattutto per vie centrali, quasi mai lasciate ai biancocelesti, con i viola che prediligevano lasciare la Lazio giocare sugli esterni dove, obiettivamente, potevano arrivare meno pericoli. Caicedo e Immobile, nel primo tempo, non sono quasi mai riusciti a liberarsi, cosi come Milinkovic e Luis Alberto. Dal punto di vista offensivo, invece, i viola andavano spesso a giocare dietro a Parolo con Ribery, un maestro in tal senso, e soprattutto ripartivano forte quando i biancocelesti perdevano palla e si ritrovavano a difendere con i soli tre centrali. Il gol è arrivato da sinistra, ma più che un discorso tattico qui c’è di mezzo l’eccelsa qualità di un giocatore che alla sua età dal punto di vista tecnico non ha eguali. Dribbling, tranquillità e serenità, capacità di operare sempre la scelta migliore al momento giusto, fino a quando la condizione l’ha supportato, Ribery è stato l’autentico padrone del campo. Una volta in svantaggio la Lazio non ha cambiato spartito, ha provato ad accelerare le giocate, a mettere maggiore intensità, ma con scarsi risultati.

 

SERIE A: Lazio - Fiorentina 2-1 - VIDEO

 

Quello che era emerso a Bergamo dal trentesimo in poi, si è in parte rivisto. La Lazio è una squadra che, se gira a mille e con tutti i suoi migliori interpreti in campo, è in grado davvero di battere chiunque, ma nel lungo periodo e con qualche infortunio di troppo, torna una formazione nei ranghi che deve faticare terribilmente per riuscire a portare a casa una vittoria. Nella ripresa Inzaghi ha capito che questa era probabilmente la gara decisiva per il proseguo del campionato della Lazio, e ha rischiato i suoi big in panchina pur di venirne a capo. L’inserimento di Radu al posto di Bastos ha ridato una certa fluidità di manovra, con un sinistro naturale ad iniziare il gioco da quella parte. Gli interscambi con Luis Alberto sono andati decisamente meglio, anche se in difesa la Lazio ha continuato a rischiare, in più di un’occasione, di subire il due a zero dei viola. Come spesso accade in queste occasioni serve un episodio, ed il rigore trovato da Caicedo è stato proprio questo, in una serata che sembrava stregata. Sul penalty si può discutere, probabilmente l’attaccante trascina la gamba ben prima dell’impatto.  Immobile, con una calma olimpica, ha rimesso i biancocelesti in corsa, il resto a quel punto è sembrata una logica conseguenza.

La Fiorentina, fino a quel momento perfetta, si è un po’ disunita, non riuscendo più a difendere con l’ordine mostrato in precedenza. La Lazio, più con il carattere che con la qualità delle giocate, ha provato il tutto per tutto ed anche qui era chiaro che solo una giocata di un campione avrebbe potuto risollevare le sorti dell’incontro. Luis Alberto, dall’ingresso di Correa in campo, ha trovato spazi e nuova linfa. L’argentino, infatti, ha il pregio di potersi spesso sostituire allo spagnolo nel venire indietro a far gioco, cosa che non può fare Caicedo, dando cosi la possibilità al dieci laziale di trovare maggiore campo in avanti. Proprio in una di queste situazione Luis Alberto di ha messo del suo, con qualità e con cattiveria, andandosi letteralmente a prendere il gol del due a uno.

La Lazio alla fine ha vinto, ma è chiaro che se i biancocelesti vorranno continuare a dar fastidio alla Juventus e tenere a distanza l’Inter, occorrerà riprendere il gioco e la brillantezza dei momenti migliori. Il calendario, da questo punto di vista, potrebbe dare una mano ai biancocelesti che dopo una difficile ripartenza, con Atalanta e Fiorentina, nella prossime cinque gare avranno delle sfide abbordabili, con l’unico big-match rappresentato dalla gara interna di sabato prossimo con il Milan.

Per la Fiorentina, alla ricerca di continuità e  di una vittoria, una battuta d’arresto immeritata per quanto fatto vedere in campo, la squadra sta crescendo ma occorre abbinare, alla qualità e alla voglia, anche quel pizzico di cinismo e di esperienza che, in partite come queste, possono fare la differenza.

Alessandro Grandoni

Il suo anno, nel bene e nel male. Charles Leclerc si appresta a vivere la sua prima stagione in Formula Uno da autentico protagonista. Sarà un anno particolare, certamente, condizionato dal Covid per la ripartenza e per la grande concentrazione di gare in un periodo limitato, ma sarà soprattutto l’anno in cui Leclerc potrà prendersi, giustamente, lo spazio per essere il protagonista della rossa.

La sua prima stagione alla guida della squadra di Maranello è stata sensazionale, vista anche la sua età. Parliamo di un classe 1997, che dopo un esordio nella massima categoria con la Sauber nel 2018, con discreti risultati, nella stagione passata si è misurato su una macchina e con un compagno di squadra non certamente comune. Alla prima vera stagione nella quale era in grado di competere sono arrivate 2 vittorie, 7 pole position (4 consecutive), 10 podi e il quarto posto generale nel Mondiale Piloti con 264 punti.

Numeri che testimoniano come l’appellativo di predestinato, datogli da tempo, regga il confronto. Quella che sembrava poter essere una seconda stagione di conferme, è però drasticamente cambiata nel momento in cui la Ferrari ha ufficializzato il suo divorzio da Sebastian Vettel, atteso all’ultima stagione sulla rossa.

Una mossa che ha necessariamente alzato la pressione sul pilota monegasco, che ora è davvero sotto i riflettori. Già, perché il divorzio dal tedesco ha reso pubblica la scommessa della Ferrari, che ha puntato su Leclerc come forse non aveva mai fatto con nessun altro pilota. Negli ultimi decenni, infatti, la rossa aveva sempre puntato su prime guide di spessore, già capaci di dimostrare la loro forza e già campioni del mondo. Da Michael Schumacher a Fernando Alonso fino a Sebastian Vettel , la rossa è sempre andata sul sicuro, dal punto di vista dei piloti, così come con Raikkonen che festeggiò alla guida del cavallino il suo primo Mondiale, ma che veniva già da una esperienza pluriennale in Formula Uno.

La vittoria di Charles Leclerc a Monza nel 2019

Con Charles Leclerc è stato tutto diverso. La Ferrari lo ha scoperto, ci ha puntato, l’ha testato, ed ora l’ha promosso. Il 2020, questo strano 2020, sarà il primo anno in cui il pilota monegasco si troverà ad essere una prima guida, con tutte la relativa pressione addosso, senza più quel credito di poter sbagliare che aveva in passato. Le doti sono indiscusse, dal punto di vista tecnico, ma ora Leclerc dovrà fare un upgrade del suo stato. Dimostrare di essere non solo un bravo pilota, ma un uomo capace di reggere la pressione, di migliorare la sua squadra, di saper aspettare il momento giusto per colpire, perché i rivali non staranno certo a guardare.

Ci sarà da superare quello che, ancora oggi, è considerato il favorito numero uno, Lewis Hamilton, e quello che invece, da sempre, ha addosso lo stesso appellativo di Leclerc, predestinato, e parliamo di Max Verstappen. Ci sarà poi da gestire la coesistenza con Vettel, che è vero che lascerà la rossa a fine stagione, ma che vorrà farlo da campione quale è, rispolverando la sua bacheca che, comunque, prevede già quattro titoli mondiali.

Non sarà un anno semplice per Leclerc, sarà l’anno in cui sarà chiamato a dimostrare la bontà dell’investimento Ferrari, che ha puntato tutto su di lui come non aveva mai fatto con nessun altro, giocandosi le sue carte con un giovanissimo e predestinato. Ora starà a lui dimostrare di avere tutte le carte in regola per scrivere un’altra pagina importantissima di questa storia, perché da tanto tempo, dall’addio di Shumy, i tifosi della Rossa cercano un nuovo idolo di cui innamorarsi.

Charles può essere tutto questo, ma da quest’anno si fa veramente sul serio.

Alessandro Grandoni

Si è tornati in campo con il primo, vero, big-match di questa serie A un po’ strana. A porte chiuse, in un atmosfera surreale, Atalanta – Lazio è stata probabilmente anche la gara più divertente di questa ripartenza. L’ha vinta l’Atalanta, dopo che la Lazio aveva rischiato di chiuderla nella prima mezz’ora, ma l’affermazione dei nerazzurri nasconde forse più di quello che un risultato vuole dire.

Le premesse erano più per i bergamaschi, viste le difficoltà di formazione della Lazio costretta a fare a meno di almeno tre titolari, Luiz Felipe, Leiva e Lulic. Pronti via e, invece, la Lazio gioca che è una meraviglia, anche perché riesce a far diventare un’arma a proprio vantaggio una delle caratteristiche dell’Atalanta: la pressione alta, e il pressing asfissiante. Strakosha diventa praticamente il regista della squadra biancoceleste e, dopo aver rischiato grosso dopo pochi minuti, inizia a capire come far girare il pallone. L’Atalanta pressa subito, ma la qualità tecnica dei biancocelesti permette di uscire con il fraseggio, ricercando poi le accelerazioni di Lazzari come nel primo gol, quando poi De Roon ci mette del suo. Lo stesso schema si ripete qualche minuto più tardi, l’Atalanta pressa ma lo fa nel modo sbagliato, la Lazio attende nella sua area, cerca il varco giusto, e fa ripartire le sue frecce, stavolta impreziosite dalla qualità tecnica di Milinkovic, al quale non si può certo far prendere la mira da fuori area in tutta tranquillità.

Il copione va avanti, l’Atalanta inizia ad arretrare e da quel momento non pressa più cosi alta la Lazio, ma rischia ancora, soprattutto sugli sviluppi dei corner, perché la Lazio riparte veloce, i nerazzurri preventivamente sbagliano le coperture, ed in un paio di occasioni Immobile ha la palla per chiudere la gara, ma sbaglia. Le chiavi che, poi, portano al cambio di rotta, sono due. La prima è Gasperini, che dopo una ventina di minuti decide di intervenire invertendo le posizioni di Toloi e Dijmsiti, mettendo cosi il brasiliano nella zona di Milinkovic che, fino a quel momento, aveva praticamente dominato in lungo e in largo. La seconda chiave è legata all’aspetto fisico e mentale della Lazio, la cosa che decreterà la prima sconfitta dopo tantissimo tempo. I biancocelesti giocano una mezz’ora a mille, poi arretrano, ma quando lo fanno rischiano troppo. Non è una gestione oculata, l’Atalanta riprende coraggio capendo, giustamente, che si può provare. Nel momento in cui serve gestire, la Lazio sparisce, mentre i nerazzurri riprendono a contare sulle loro caratteristiche, sulla qualità, sul ritmo, sull’agonismo. Il due a uno è la logica conseguenza del cambio di atteggiamento da una parte, e di un blocco dall’altro.

 

SERIE A: Atalanta - Lazio 3-2, il Video

 

La Lazio, infatti, non è quella di sempre, soprattutto se si osservano alcuni particolari. Quella che era una squadra dove tutti ai aiutavano, pronti a dar tutto consapevoli di portare avanti un piccolo miracolo, sembra sparire a poco a poco. Sulle palle perse sono più le lamentele e il nervosismo che la voglia di recuperare e rimettersi a posto, sugli errori degli altri sono più i rimproveri che gli incoraggiamenti. L’aspetto mentale diventa determinante, e la Lazio da questo punto di vista cambia pelle. La ripresa prevede lo stesso copione della fine del primo tempo: l’Atalanta c’è, la Lazio no.

I nerazzurri continuano a spingere, la Lazio sembra incapace di reagire. A questo si aggiungono anche i problemi fisici, perché a una squadra che non gode di una panchina lunghissima, già costretta a fare a meno di diversi titolari, non è facile togliere anche Correa e Cataldi.

Si va avanti quasi per inerzia fino al momento del calcio d’angolo da cui arriverà la seconda rete atalantina, un corner che la dice lunga sul momento psicologico della Lazio. Su una palla pressochè innoqua Acerbi spedisce in angolo, con Strakosha a un passo, ma sono gli atteggiamenti subito dopo quel gesto che evidenziano che qualcosa non va. Il primo si lamenta, stizzito, il secondo neanche apre bocca, un comportamento che si può comprendere in una squadra che attraversa un periodo difficile, non una che è li a giocarsi la chance di una vita. Il gol, poi, arriva con un gran tiro di Malinovsky, ma cambia poco, perché sarebbe arrivato probabilmente in un’altra maniera, ma appariva inevitabile.

L’Atalanta, che ha già giocato domenica, continua a crescere, giocare e pressare, la Lazio a questo punto non c’è più, e c’è da interrogarsi sul perché. Più che una questione tattica, per cui i biancocelesti alla fine ci sono , è un fattore mentale, di concentrazione, di sacrificio, di unione che manca. Quello che accade nella terza rete, con Strakosha completamente disorientato, così come Caicedo, non può stupire, i biancocelesti avevano praticamente staccato la spina al trentesimo, il resto era solo l’attesa dell’inevitabile. Nel finale, con la Lazio in avanti, stravolta fisicamente, alla ricerca del pareggio, l’Atalanta manca almeno in tre occasioni la quarta rete, mettendo in luce dei limiti che fino a febbraio non era apparsi cosi evidenti nella squadra di Inzaghi.

Certamente una sconfitta non può cancellare quanto di buono fatto, ma in casa biancoceleste qualche correttivo va apportato, per non dilapidare consensi e complimenti raccolti fino ad ora. Bisogna migliorare fisicamente, tatticamente, ma soprattutto di testa, perché da qui in avanti conterà soprattutto quella per poter riprendere la via smarrita. L’Atalanta, dal canto suo, è ripartita come sempre, 4 gol al Sassuolo, 3 alla Lazio, un allenatore che legge le gare, una squadra che corre, che non si arrende, che sa che alla fine  il risultato arriva, perché è la logica conseguenza del lavoro fatto, delle sue peculiarità, della sua voglia di arrivare.

Atalanta batte Lazio tre a due, ora il campionato è davvero ripreso per tutti.

Alessandro Grandoni

Non c’era modo migliore per ripartire di vedere la sfida tra Atalanta e Lazio, probabilmente le due formazioni più belle che si siano apprezzate nel 2019-20. Due squadre diverse ma anche con caratteristiche comuni, due formazioni che negli ultimi anni si sono spesso affrontate con gli stessi obiettivi, cosa forse impensabile fino a qualche anno fa. Arrivano a questo confronto, però, con due modalità diverse, che potrebbero fare tutta la differenza, ma andiamo prima a vedere la storia recente. Lazio e Atalanta si sono date battaglia, nelle ultime due stagioni, anche per la Champions League, con i bergamaschi che nella scorsa stagione sono riusciti a prevalere, dimostrando una migliore continuità.

Una sfida, tra i nerazzurri e i biancocelesti, che si è riaccesa con la finale di Coppa Italia dello scorso anno. La Lazio era favorita, per tradizione, l’Atalanta sembrava essere più in forma, più competitiva. Ne è uscito un match equilibrato, teso, sbloccato nel finale da Milinkovic Savic e poi chiuso da Correa, due fuoriclasse che hanno fatto la differenza, ma quella finale non è finita li. Gasperini non le ha mandate a dire, protestando per l’arbitraggio, accendendo una polemica che non si è spenta ma, anzi, è diventata ancora più presente in questa stagione.

Finale Coppa Italia: Atalanta - Lazio 0-2

 

Lazio – Atalanta del girone di andata, infatti, è stata per la formazione di Inzaghi la gara della svolta.

Poteva, doveva essere quella del tracollo, addirittura di un possibile cambio in panchina, visto il primo tempo. Lazio sotto tre a zero in casa, ma soprattutto incapace di reagire, di contrastare l’Atalanta che sembrava essersi trasformata nel Real Madrid impegnato nella partitella infrasettimanale. Al ritorno in campo, dopo l’intervallo, cambia tutto. La Lazio spinge e prova il tutto per tutto, i nerazzurri gestiscono, i biancocelesti rientrano nel match a sorpresa, al 66’, con un rigore di Immobile, chiaramente contestato dal Gasp, dopo la rete passano 4 minuti e Correa replica quanto fatto nella finale, 2-3 e tutto in discussione fino al 93’, quando ancora su rigore Immobile sigla il 3-3 finale. Altra gara e altre polemiche di Gasperini. Da qui in avanti, Atalanta – Lazio non è più una sfida come le altre, è una gara che l’Atalanta vuole per vendicare un torto che pensa di aver subito, la Lazio dal canto suo sa che questa è probabilmente la gara più difficile, insieme alla trasferta a Torino con la Juve, del suo campionato.

 

Serie A: Lazio - Atalanta 3-3

 

I tre mesi di blocco, però, hanno consegnato un match con diversi cambiamenti rispetto a quello che era stato preventivato. L’Atalanta, infatti, non ha l’impegno extra campionato della Champions a poterla distrarre, si deve occupare solo di questa competizione, e qualche problema fisico potrebbe accusarlo, alla lunga. La Lazio, però, non sta certo meglio da quel punto di vista. I biancocelesti sono arrivati fin qui potendo quasi sempre contare sulla stessa intelaiatura, con qualche piccola variazione di volta in volta. La squadra che però Inzaghi deve mandare in campo questa volta sembra un inedito assoluto. Gli mancano, infatti, almeno 3 titolari di un certo spessore. Luiz Felipe in difesa, Lulic sulla sinistra e Lucas Leiva al centro, non certo tre elementi qualunque per la sua Lazio. Dalla cintola in su ci sono tutti i migliori, ma i problemi ci saranno, necessariamente.

Dalla parte opposta l’Atalanta si presenta nelle migliori condizioni, eccezion fatta per Pasalic, squalificato. Dal punto di vista tattico le sue squadre giocano in maniera simile, anche se non speculare. La battaglia principale sarà sulle corsie esterne, fondamentali nei moduli di Gasperini e Inzaghi. I nerazzurri schierano Hateboer e Gosens, le migliori sorprese della stagione, hanno qualità e sicurezza. Dalla parte opposta la Lazio è soprattutto sulla sinistra che rischia. La mancanza di Lulic, infatti, è spesso sottovalutata dai non addetti ai lavori, ma parliamo di un giocatore in grado di fare le due fasi con una buona qualità, con corsa, con carattere. Inzaghi non può neanche contare su Marusic, il giocatore su cui si era pensato di insistere da quella parte, ed è costretto a giocarsi, ancora una volta, la carta Jony. Lo spagnolo è migliorato, anche dal punto di vista tattico, ma potrebbe soffrire l’irruenza, l’intraprendenza di Hateboer, un giocatore in grado di fare davvero la differenza. L’altro grande problema per i biancocelesti sarà rappresentato dalla zona di destra della difesa. Ci sarà probabilmente Patric al posto di Luiz Felipe, che in questa stagione si è già dimostrato all’altezza, ma è chiaro che cede qualcosa dal punto di vista difensivo. Facile che Gasperini possa cercare di mettere in difficoltà proprio li la Lazio, visto che a dargli manforte, sulla destra, ci sarà Lazzari, ottimo in attacco ma chiaramente meno propenso al lavoro difensivo. Il Papu Gomez e Ilicic, da questo punto di vista, sono due elementi capaci di mettere in difficoltà chiunque, figuriamoci una squadra che deve necessariamente correre ai ripari.

L’arma della Lazio, dal canto suo, rimane la fase offensiva. Se è vero infatti che l’Atalanta è davvero forte, organizzata e capace di colpire chiunque, è anche vero che in difesa spesso lascia qualche spazio di troppo. Inzaghi dovrebbe partire con Milinkovic e Luis Alberto al fianco di Parolo, sostituto di Leiva, e con Caicedo a far coppia con Immobile. Una batteria importante che potrà poi contare, a gara in corso, su Correa, elemento capace di spaccare le partite e cambiarle.

Entrambe vogliono vincere, ma a ben vedere probabilmente ai biancocelesti, per ripartire, potrebbe anche far comodo un pareggio che allontanerebbe la Juve, ma permetterebbe alla Lazio di riprendere senza scossoni in vista di gare più agevoli con qualche elemento in più della rosa a disposizione. Dalla parte opposta i nerazzurri devono spingere per garantirsi, ancora una volta, la Champions, e dopo il rodaggio con il Sassuolo questa è la gara che a Bergamo aspettano, per riprendersi quello che, secondo loro, gli è stato tolto negli ultimi due confronti.

 

Ecco, quindi, come scenderanno in campo Atalanta e Lazio nella sfida più importante di questa giornata:

ATALANTA – LAZIO    Ore 21.45 (Sky)

ATALANTA:  (3-4-1-2): Gollini; Toloi, Palomino, Dijmsiti; Hateboer, De Roon, Freuler, Gosens; Gomez; Ilicic, Zapata. A disp.: Sportiello, Rossi, Caldara, Sutalo, Castagne, Czyborra, Tameze, Bellanova, Malinvsky, Muriel, Colley, Traore. All.: Gritti (Gasperini squalificato)

LAZIO  (3-5-1-1): Strakosha; Patric, Acerbi, Radu; Lazzari, Milinkovic-Savic, Parolo, Luis Alberto, Jony; Caicedo, Immobile. A disp.: Proto, Guerrieri, Armini, Bastos, Vavro, Falbo, Lukaku, Marusic, Cataldi, D. Anderson, Correa, Moro. All.: Inzaghi

Alessandro Grandoni

Nella nostra storia sulla prima vita di Paul Gascoigne, lo avevamo lasciato, infortunato, dopo la finale di Fa Cup tra Tottenham e Nottingham Forest. La Lazio di Calleri prima e di Cragnotti poi, lo avevano indicato come l'uomo della svolta. Nonostante i problemi fisici, la Lazio non si tirò indietro, e questo fu sempre riconosciuto da Gascoigne. Per la cifra record per l’epoca di 8,5 milioni di sterline, i biancocelesti si accaparrarono quello che, a tutti gli effetti, sembrava un vero crack di mercato. Era il giocatore di maggior talento dell’Inghilterra, ed era anche un personaggio, uno capace di far parlare sempre di se.

 

Paul Gascoigne arriva alla Lazio: estate 1992

 

La gente lo amava ancora prima di vederlo all’opera, al suo arrivo a Roma migliaia di persone lo accolsero a Fiumicino, segno tangibile dell’amore incondizionato che la gente laziale aveva deciso di riservargli.

 

 

Gazza tornava quindi in Italia, nel paese dove aveva vissuto il suo miglior momento calcistico, quel mondiale che lo aveva visto protagonista e che lo aveva fatto conoscere al mondo intero. I postumi dell’infortunio, però, erano ancora presenti, nonostante un anno di stop, infatti, a Gazza servì qualche settimana in più per rimettersi in paro con i compagni, e l’esordio avvenne in una notte di settembre, quando venne organizzata un’amichevole contro il suo Tottenham all’Olimpico. Pochi minuti di gioco ed arriva il gol, proprio di Gazza, sotto misura, la corsa sotto la curva, la gioia ritrovata. Paul è tornato, e ora la sua avventura può davvero iniziare. Il gol e la voglia di vederlo in campo spinse il tecnico dell’epoca, Dino Zoff, a buttarlo nella mischia nella sfida casalinga contro il Genoa, terminata zero a zero. Qualche lampo di classe ma anche apprensione, per una botta al ginocchio poi rivelatasi di poco conto. Gazza resta in campo un tempo, ma da quel giorno si prende la Lazio. La settimana seguente è ancora titolare, contro il Parma, duetta con Signori e la Lazio vince 5-2. La forma dell’inglese pian piano diventa sempre più accettabile, anche se spesso non riesce a finire le partite.

 

Paul Gascoigne con la maglia della Lazio
Paul Gascoigne con la maglia della Lazio

 

Lui è un personaggio, in Inghilterra iniziano a seguire la Serie A come non avevano mai fatto, Gazza rimane sempre lui, e fa parlare spesso anche per i tuoi atteggiamenti fuori dal campo, enfatizzati da una città come Roma, dalla lontananza con le sue origini, tenute strette solo dalla presenza della moglie Sheryl e dell’amico di sempre Jimmy Cinquepancie. Il primo anno di Gascoigne alla Lazio, però, è il migliore. A novembre si gioca il derby, e Gazza da quel giorno resterà per sempre nel ricordo di tutti. La Lazio sotto per uno a zero per il gol di Giannini, a quattro minuti dal termine Signori calcia una punizione in area, Gascoigne è in campo, e già questa è una notizia, sale in cielo di testa, beffa Cervone e corre impazzito sotto la Nord. Piange al suo ritorno verso il centrocampo, è entrato nella storia, ha fatto quello che i tifosi gli avevano sempre chiesto, un gol nel derby, che rimarrà eterno.

Paul Gascoigne: dribbling e gol con la Lazio

 

Gazza la settimana seguente, a Pescara, segna il più bel gol della sua esperienza alla Lazio, salta tre giocatori come birilli e spedisce la sfera in fondo al sacco (dichiarerà, anni dopo, che quella partita la giocò da ubriaco). La sua stagione ha poi un passaggio a vuoto, la condizione inizia a latitare, lui si lascia un po’ andare, e Zoff lo tiene fuori nella sfida con la Juventus, lui alle domande dei giornalisti risponde con un ruttino, che fa andare su tutte le furie il patron Cragnotti. Multa di 20 milioni, discorso, e dopo 4 giorni Gascoigne gioca la miglior partita mai vista in maglia laziale, contro il Torino in Coppa Italia. La Lazio pareggerà 2-2, ma il primo tempo di Gascoigne è qualcosa che si vede raramente su un campo di calcio. Tra alti e bassi Gazza gioca molte partite, segna ancora contro il Milan in casa e con l’Atalanta in trasferta con un gran colpo di testa, è protagonista fino alla fine in una stagione in cui la Lazio centra il quinto posto e torna in Europa, con la qualificazione in Uefa, dopo sedici anni dalla sua ultima apparizione. Gazza è la star di quella squadra, ma quella sarà anche la sua miglior performance in Italia.

L’anno seguente, il 1993-94, Gazza si presenta in ritiro con i capelli lunghi e il codino, frutto di un extension fattosi fare in Inghilterra. Parte un po’ a rilento ma con il passare delle giornate è sempre più protagonista e raggiunge il suo apice nella vittoria casalinga contro la Juventus per 3-1, dove segna, e nel 4-0 casalingo con il Cagliari, quando inventa una punizione magica da distanza impossibile, prima di festeggiare fingendosi una statua. Qualche acciacco di troppo, anche per via di un brutto colpo ricevuto in un derby, lo porta a non essere sempre convocato, ma prima della fine della stagione arriva un altro colpo basso. Nel corso di un allenamento Gazza entra in takle su un giovanissimo Alessandro Nesta, l’inglese rimane a terra dolorante, tra lo sconforto di tutti: rottura di tibia e perone, stagione finita e un altro grande infortunio da dover gestire. Qui si rompe qualcosa, a Roma arriva Zeman al posto di Zoff, la convivenza con l’inglese, per un uomo di schemi, appare subito difficilissima.

Gazza ci mette quasi un anno a riprendersi, e ad Aprile 1995 torna in campo, in una gara casalinga con la Reggiana. Gioca discretamente, scenderà in campo ancora una volta, ma sembra chiaro che la sua esperienza a Roma sia giunta al termine, chiuso da un gioco che non ammette colpi di fantasia, ed anche da una vita privata che mette sempre più alla berlina di tutti i suoi atteggiamenti. L’addio che si consuma dalla Lazio è un addio silenzioso, non roboante come il suo arrivo. Qualche squadra inglese lo cerca, ma lui compie una scelta diversa, e sarà ripagato per questo. Decide di andarsene in Scozia, dove ci sono i Glasgow Rangers pronti a celebrarlo e farne il centro del loro progetto tecnico. Walter Smith, tecnico dei Rangers, lo vuole e mai scelta fu più azzeccata.

 

Paul Gascoigne, dalla Lazio ai Glasgow Rangers

 

Gascoigne è tutt’altro che finito, e nella stagione 1995-96 gioca probabilmente il suo miglior calcio, equiparabile a quello del 1990. Con gli scozzesi si trova a meraviglia, gioca un campionato fantastico e mette a segno ben 19 gol in una stagione, contribuendo in maniera decisiva alla vittoria del titolo. Con queste premesse Gazza si riprende anche la Nazionale, che in quell’estate ospita gli Europei di Calcio.

 

Paul Gascoigne con la maglia dei Rangers Glasgow
Paul Gascoigne con la maglia dei Rangers Glasgow

Dopo sei anni da Italia ’90, Gascoigne è ancora il protagonista del suo paese. Non gioca un Europeo strabiliante, ma segna un gol che rimane nella storia proprio contro la Scozia, con un’esultanza che ancora oggi è un’icona.

 

Paul Gascoigne: il gol in Inghilterra - Scozia

L’Inghilterra perderà, ancora una volta, contro la Germania ai rigori in semifinale, ma Gazza ha dimostrato al mondo che è ancora un giocatore importante, come dimostrerà anche la sua stagione seguente. Rimane ai Rangers, ed il suo score ricalca quello dell’anno precedente. 17 gol in 34 partite totali, tra campionato e coppe, Gazza ha continuità di rendimento e gioco ma non mancano, come sempre, le sue goliardate fuori dal campo, perché in fondo è sempre lui, perché non riesce a godersi la sua fama senza ricadere negli errori e nelle debolezze di sempre.

Paul Gascoigne: dribbling e gol con la maglia dei Glasgow Rangers

 

Paul Gascoigne: la fine della carriera, tra Middlesbrough ed Everton

 

Il terzo anno dell’inglese non è esaltante come i primi due, gioca 20 partite fino a gennaio con solo 3 reti, e decide di tornare in Inghilterra, al Middlesbrough, per candidarsi per i mondiali di Francia ’98. Le prestazioni non sono all’altezza, gli acciacchi fisici ci sono, la condizione non lo supporta, e cosi il Ct Hoddle lo lascia a casa. Con i Rangers, però, è autore anche di una delle esultanze più discusse, durante una gara con il Celtic, segna a mima il gesto di suonare il flauto, richiamando l'origine protestante e leale alla Corona della sua squadra, contro i repubblicani e filo-irlandesi biancoverdi, per lui arrivano richiamo della Federazione e multa della società. 

 

Paul Gascoigne con la maglia del Middlesbrough
Paul Gascoigne con la maglia del Middlesbrough

 

Questo segna probabilmente l’inizio della parabola discendente dell’inglese. Con gli inglese gioca altre due stagioni senza incantare, 26 gare e 3 gol nel 1998-99 e solo 8 apparizioni e 1 rete nel 1999-2000. Il suo cammino, sempre arricchito da una vita privata ormai pubblica, dove si parla apertamente dei suoi problemi con alcool e cibo, è in continua discesa. Passa all’Everton, dove gioca una stagione e mezzo con 38 gare e 1 solo gol, poi al Burnley (6 partite), prima degli ultimi scampoli passati tra la Cina in seconda divisione, e il Boston United, ancora in Inghilterra. Nel 2004 decide ufficialmente di abbandonare il calcio, dopo 481 partite e 110 gol, rimanendo probabilmente uno dei maggiori rimpianti per tutti gli amanti di questo sport.

Forte, fantasioso, capace di giocate incredibili, ma di altrettanti vuoti, di una vita sregolata fino all’eccesso, e di almeno un paio di infortuni seri che ne hanno decisamente tarpato le ali nei suoi momenti migliori. Gascoigne, però, rimane uno dei giocatori più forti degli anni novanta, un giocatore non solo tecnico, ma anche fisico, difficile da spostare, da contrastare. Ha incantato e si è fatto amare, anche fin troppo, dai tifosi che lo hanno sostenuto, guadagnandosi il permesso di qualche uscita fuori pista di troppo. La sua fragilità, il suo lottare contro qualche strano fantasma, la sua incapacità di gestirsi, lo hanno costretto ad una carriera sportiva, e una vita poi, non all’altezza del campione che è stato e che poteva essere.

Per tutti quelli che lo hanno visto, che lo hanno vissuto, John Paul Gascoigne rimarrà sempre Gazza, eternamente legato alla sua doppia natura, quella di giocatore dalle qualità eccelse, e di uomo dalle terribili fragilità. Gascoigne ha segnato un’epoca, nel bene e nel male, e rappresenterà sempre uno dei giocatori più incredibili mai visti su un campo di calcio.

Alessandro Grandoni

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