Alessandro Grandoni

Alessandro Grandoni

Direttore Responsabile, Giornalista Pubblicista dal 2005, ha collaborato con varie testate giornalistiche e diretto, tra le altre, il portale www.calcionazionale.it

Questa sera si gioca Lazio – Milan, una gara che dirà molto sulle possibilità scudetto dei biancocelesti che ci arrivano in piena emergenza, ma sarà anche una partita che rievocherà le grandi sfide del passato giocate sul prato dell’Olimpico.

Una sfida che in poche occasioni è stata una gara scudetto, ma che ha lasciato il segno, da entrambe le parti. Partiamo dal 1973/74, l’anno in cui la Lazio si laureò per la prima volta Campione d’Italia. E’ l’undicesima giornata, e i biancocelesti sono davanti in campionato a battagliare con Juventus e Napoli, dopo aver sfiorato il tricolore nella stagione passata. La squadra di Tommaso Maestrelli gioca un bel calcio, ma la partita non ne vuole sapere di sbloccarsi, fino al lampo dell’ultimo minuto. E’ il novantesimo quando Frustalupi, il cervello del centrocampo laziale, vede un corridoio che altri non riescono neanche a immaginare per Luciano Re Cecconi, inserimento in area e tocco ad anticipare l’uscita del portiere. Palla in rete e uno a zero per la Lazio, che batte cosi i rossoneri e vola in testa al campionato con due lunghezze di vantaggio su Juve e Napoli. Quel Lazio – Milan sarà una delle gare più importanti di quella stagione, capace di dare ai biancocelesti la consapevolezza della loro forza.

 

1973-74: Lazio - Milan 1-0 - VIDEO

 

Con le immagini ci spostiamo alla fine degli anni novanta, quando cambia la situazione. La Lazio stazione a metà classifica, il Milan è quello straordinario di Arrigo Sacchi, già campione d’Italia nel 1988, che due anni dopo arriva allo stadio Flaminio (l’Olimpico è in ristrutturazione in vista dei Mondiali). E’ il 1989-90, alla fine trionferà il Napoli con la celebre polemica sulla monetina di Alemao, ma quello è un Milan altamente spettacolare. I biancocelesti sono guidati da Materazzi in panchina, fanno a meno di Di Canio infortunato ma davanti schierano la coppia sudamericana formata da Ruben Sosa e Amarildo, il Milan risponde con Massaro e Van Basten, con Gullit fuori per infortunio. Pronti via e subito Milan avanti per due a zero, con le reti di Massaro e Fuser (che due stagioni più tardi arriverà in biancoceleste), la Lazio gioca un gran calcio, arrivano anche i complimenti di Berlusconi a fine primo tempo, ma alla fine vince il Milan. I biancocelesti accorciano nella ripresa con Amarildo, ma ci pensa il biondo Colombo, poco dopo, a fissare il risultato sull’1-3 finale.

 

1989-90: Lazio - Milan 1-3 - VIDEO

 

 

Un altro Lazio – Milan spettacolare è quello della stagione 1992-93, che si chiude con un pareggio per 2-2. Contro il Milan di Berlusconi e di Fabio Capello in panchina c’è la nuova Lazio di Sergio Cragnotti, vogliosa di tornare in Europa e che si affida in mezzo al campo all’estro di Paul Gascoigne e al senso del gol di Beppe Signori. L’avvio è tutto rossonero, Papin sigla subito l’uno a zero con un gran tiro, poi arriva il raddoppio con un autogol di Winter, sempre provocato dall’attaccante francese. Sembra fatta ma la Lazio torna subito in partita con la rete di Gascoigne che accorcia le distanze sotto misura. Il Milan soffre ma tiene, la Lazio spinge, ed al novantesimo arriva il 2-2, Stroppa dalla sinistra disegna un cross perfetto di esterno destro per la testa di Bergodi che in tuffo sigla il pareggio per la squadra di Dino Zoff.

 

1992-93: Lazio - Milan 2-2 - VIDEO

 

La Lazio in quegli anni cresce, e a metà anni novanta, sempre con Zeman in panchina, è protagonista di due goleade ai danni dei rossoneri. La prima arriva nella stagione 1994-95, la prima del boemo. Il Milan vive un anno complicato, e la Lazio all’Olimpico batte i rossoneri con un poker. Apre le danze Casiraghi, che in contropiede fredda Rossi da pochi passi. Nella ripresa sale in cattedra Beppe Signori, che sigla una tripletta con una rete, quella del due a zero, da applausi, con un gran sinistro al volo su lancio di Di Matteo.

 

1994-95: Lazio - Milan 4-0 - VIDEO

 

Due stagioni dopo, nel 1996-97, arriva invece un tre a zero, sempre in favore dei biancocelesti. Nella Lazio c’è ancora Zeman, che però sarò esonerato qualche domenica più tardi, mentre su quella del Milan è tornato Arrigo Sacchi, ma con scarsa fortuna. La Lazio gioca bene e vince per tre a zero, chiudendo la pratica già nel primo tempo. Apre le danze Signori al 21’, poi raddoppia Casiraghi poco prima di andare al riposo. Nella ripresa è il difensore Grandoni, di testa, a mettere dentro la terza rete.

 

1996-97: Lazio - Milan 3-0 - VIDEO

 

Arriviamo alla fine degli anni novanta, con due gare determinanti per lo scudetto. E’ la Lazio di Eriksson, e nel 1998-99 arriva uno zero a zero che sarà però determinante ai fini del titolo. La Lazio è prima con 7 punti di vantaggio sui rossoneri, i biancocelesti vanno in go con Vieri ma la rete viene annullata per un fuorigioco su cui restano dei dubbi. Termina in parità, e quel risultato sarò determinante per la conquista del titolo dei rossoneri di Zaccheroni, che sorpasseranno proprio la Lazio alla penultima giornata.

 

1998-99: Lazio - Milan 0-0 - VIDEO

 

L’anno seguente, invece, si gioca la gara più spettacolare. Alla fine dell’anno, nel 1999-2000, la Lazio sarà Campione d’Italia, ma quella sfida di inizio stagione è un sunto perfetto della qualità di quelle due squadre. Da una parte c’è la Lazio di Veron e Salas, dall’altra c’è soprattutto Schevchenko, appena arrivato a Milano.

La Lazio va subito in vantaggio con un gran tiro di Veron, risponde Weah sotto misura, la Lazio accelera e segna altre due reti, prima con Simeone di testa da angolo, poi con Salas che di testa conclude una splendida azione con il cross di Conceicao. Sembra fatta ma sale in cattedra Schevchenko che sigla una tripletta mettendo in mostra tutte le sue straordinarie doti. E’ 4-3 per il Milan ma la Lazio è ancora viva, e prima della fine riesce a pareggiare con Salas, che da pochi passi fissa il punteggio sul 4-4 finale.

 

1999-00: Lazio - Milan 4-4 - VIDEO

 

Ci spostiamo negli anni duemila, dove è il Milan a fare la voce grossa, prima nel 2007-08, quando batte la Lazio all’Olimpico per 5-1. Ambrosini e Mauri siglano l’iniziale uno a uno, poi salgono in cattedra Kaka e Gilardino, una doppietta a testa e debacle interna dei biancocelesti allenati da Delio Rossi.

 

2007-08: Lazio - Milan 1-5 - VIDEO

 

Nel 2014-15 vince la Lazio, ed è l’esordio della maglia bandiera per i biancocelesti. Sulla panchina dei padroni di casa c’è Stefano Pioli, che stasera sarà dalla parte opposta, passa subito avanti il Milan con Menez, nella sua stagione di grazia. La Lazio soffre ma nella ripresa ribalta tutto, ci pensa Parolo a fare l’uno a uno su cross di Miro Klose, qualche minuto più tardi è il bomber tedesco a sfruttare un retropassaggio di Montolivo per il due a uno. Nel finale è ancora Parolo a mettere dentro il gol del tre a uno finale, che lancia la Lazio all’inseguimento della Juve in campionato, in un torneo che i biancocelesti chiuderanno al terzo posto.

2014-15: Lazio - Milan 3-1 - VIDEO

 

Nel 2015-16 altra vittoria rossonera, è il Milan del tecnico ed ex Mihajlovic e di un giovanissimo Donnarumma in porta, che passa per tre a uno con le reti di Bertolacci, Mexes e Bacca, ed a poco serve la rete finale di Kishna per la Lazio.

 

2015-16: Lazio - Milan 1-3 - VIDEO

 

Chiudiamo questa panoramica con il Lazio - Milan del 2017-18, con Simone Inzaghi in panchina e con la tripletta di Immobile, con la Lazio capace di annichilire i rossoneri andando sul 4-0 (tre reti di Immobile e una di Luis Alberto) prima della rete di Montolivo per il 4-1 finale. 

 

2017-18: Lazio - Milan 4-1 - VIDEO

 

Lazio – Milan, una partita che ha regalato spettacolo negli anni, questa sera sarà diverso, non ci sarà il pubblico, ma I contenuti tecnici non mancheranno, con I biancocelesti costretti, anche in emergenza, a vincere per tenere vivo il sogno scudetto, con la squadra di Pioli che invece vorrà continuare a tenere il passo per non perdere il treno europeo. Non resta quindi che mettersi seduti e vedere per gustarsi, ancora una volta, le emozioni che biancocelesti e rossoneri saranno in grado di regalarci.

Alessandro Grandoni

C’è una grande differenza tra il giocatore per il tuo allenatore, condividere la sua idea, dare l’anima in campo e giocare senza avere la stessa visione, quasi per inerzia, da solo. Non parliamo di bellezza del gioco, ma di spirito, una cosa che il Cholo potrebbe insegnare nelle Università di tutto il mondo, quelle dove il povero Setien forse neanche potrebbe avvicinare. Barcellona – Atletico Madrid, finisce 2-2, e forse è anche la parola fine sulla Liga spagnola, con il Real che può andare a +4, dopo esser ripartito dopo la pandemia da un -2 che non faceva ben sperare.

Da una parte c’è il Barca, impaurito, teso, dall’altra l’Atletico, che corre, lotta, rema dalla stessa parte del suo tecnico, che è un dodicesimo incredibile. Dal punto di vista tattico le due formazioni si presentano in modo diverso. Il Barcellona parte sulla carta con un 4-3-3 che poi non sarà tale, davanti a Ter Stegen ci sono Semedo, Pique, Lenglet e Jordy Alba, a centrocampo Rakitic, Busquets e Vidal, con Puig a fare da raccordo con le punte Suarez e Leo Messi. Dall’altra parte il solito Atletico, in un 4-4-2 che solo sulla carta sembra antiquato, ma interpretato in maniera divina, con Oblak in porta, Arias, Gimenez, Felipe e Lodi in difesa, Saul e Thomas centrali con Correa a destra e Carrasco a sinistra, e davanti la coppia Diego Costa – Llorente.

Setien, già alle prese con una squadra non proprio dalla sua parte, si permette il lusso di lasciare Griezmann in panchina, il grande ex, schierando un Puig che in questo Barca stona. Veloce, tecnico, ma più che un costruttore è un guastatore, e il Barca li davanti deve avere qualcosa di più, ce l’ha con il francese, ma decide di non schierarlo, e l’idea non cambierà fino ai minuti di recupero.

Il copione è quello preventivato, i blaugrana fanno la partita, l’Atletico glielo permette e riparte. Dopo il vantaggio arrivato per uno sfortunato tocco di Diego Costa su angolo di Messi, l’Atletico riprende a giocare come se nulla fosse, si riparte nello stesso modo, senza accusare il colpo. La logica conseguenza è il pareggio pressochè immediato ma raggiunto grazie ad una iniziativa di Carrasco, capace di andare ad una velocità quasi imbarazzante e costringere Vidal al fallo da rigore. Tira Diego Costa, para Oblak, ma si ripete, dal dischetto va Saul che non sbaglia, uno a uno e tutto da rifare.

 

Liga Santander: Barcellona - Atletico Madrid 2-2 - VIDEO

 

Il Barca qualche occasione ce l’ha, perché quando in squadra hai Leo Messi è difficile non riuscire a creare qualcosa, ma il tutto sembra sempre più dovuto all’idea del singolo, e raramente ad un processo che parte dalla squadra. Dalla parte opposta tutto il contrario. L’Atletico si compatta dietro ad una velocità supersonica, stringe le linee di difesa e attacco, e stringe i suoi esterni di centrocampo, Correa e Carrasco, in modo da non permettere mai al Barca di avere una superiorità a centrocampo. Il resto lo fa la qualità dei singoli, la sapienza calcistica di Saul, lo strapotere di Thomas, la velocità di Lodi.

Il Barcellona in alcune fai del gioco prova ad affidarsi al suo spartito, con Rakitic che retrocede a fare il braccetto di sinistra sulla linea difensiva per prendere palla e partire, Busquets amministra e indirizza il gioco, ma tutti i tentativi sembrano destinati a fallire quando si arriva sulla trequarti, dove gli undici colchoneros sembrano il doppio. Nella ripresa non cambia il copione, ed il momentaneo due a uno blaugrana, anche qui, è il frutto di una iniziativa di Semedo, bravo ad anticipare Felipe.

Dal dischetto Messi ricorda a tutti che giocatore è, scava il pallone e firma il due a uno, ma anche qui l’Atletico non si scompone.   Riparte la squadra di Simeone, si compatta, spinge, accelera, e quando lo fa con Carrasco arriva un altro penalty, che Saul stavolta trasforma con qualche patema d’animo in più. La sensazione è sempre la stessa, che il Barca fatica e che l’Atletico può, da un momento all’altro, dare la spallata definitiva. I minuti vanno avanti, Setien decide che Griezmann sta bene in panchina, punta ancora su Vidal e Puig, non capendo che serve coraggio per andare a prendersi questa partita.

Dall’altra parte il Cholo amministra, cambia i suoi interpreti offensivi, inserendo Joao Felix e Morata, ma lo spartito è sempre lo stesso, conosciuto a memoria da tutti. Il “Principito” vede il campo solo nei minuti di recupero, l’Atletico soffre ma non rischia quasi mai, e Simeone dimostra ancora una volta che c’è differenza tra guidare una squadra e allenarla e plasmarla a tua immagine e somiglianza. Barcellona e Atletico pareggiano, ma il Cholo surclassa Setien, stretto tra la paura di offendere troppo e la poca sintonia con una squadra che, ormai, sembra aver perso lo smalto dei tempi migliori.

Finisce due a due, ed è forse il pareggio che scrive la parola fine sulle velleità del Barca di conquistare la Liga, sempre più verso Madrid, dalla parte dei blancos.

Alessandro Grandoni

Lazio – Fiorentina è stata una gara strana, una partita che poteva davvero finire in qualsiasi modo, e che alla fine forse ha premiato semplicemente la squadra più cinica, quella capace, anche con furbizia, di prendersi quello che le serviva in questo momento. Iachini l’aveva preparata bene, anzi benissimo. Le due squadre si sono presentate in campo in maniera speculare, 3-5-2 con la l’unica differenza rappresentata da una parte da Ribery e dall’altra da Caicedo, più di raccordo il primo, seconda punta il secondo.

A far la differenza, soprattutto nel primo tempo, sono stati i mancati automatismi in casa biancoceleste. La Lazio, prima di qualche titolare di troppo, si è infatti sistemata con Patric sul centro destra, Acerbi a centro e Bastos sul centro sinistra, con Parolo a fare da schermo davanti alla difesa. Una sistemazione inedita per la squadra biancoceleste, che ne ha risentito enormemente dal punto di vista della fluidità della manovra. Se Patric, sulla destra, palla al piede è al livello di Ramos, lo stesso non si può dire dalla parte opposta. Bastos, destro naturale, a sinistra fa fatica, sia in marcatura, sia soprattutto in fase di proposizione. La mossa di Inzaghi per ovviare a questa situazione portava Luis Alberto ad abbassarsi fino alla linea di difesa, lasciando Bastos libero di partire a sinistra, ma con la conseguenza di iniziare a far gioco da troppo lontano e di non avere, poi, quel cambio di passo e quella qualità che può dare lo spagnolo nella zona decisiva del campo. Quando il pallone, poi, andava a sinistra, la coppia Bastos – Jony non garantisce ne qualità ne fluidità. Le cose sono andate meglio dalla parte opposta, ed infatti la Lazio soprattutto in avvio ha cercato con insistenza Lazzari che, a parte qualche spunto, non ha fornito però la solita qualità nell’ultimo passaggio.

Dicevamo della preparazione di Iachini, impeccabile. La Fiorentina si muoveva all’unisono, stretta in difesa, soprattutto per vie centrali, quasi mai lasciate ai biancocelesti, con i viola che prediligevano lasciare la Lazio giocare sugli esterni dove, obiettivamente, potevano arrivare meno pericoli. Caicedo e Immobile, nel primo tempo, non sono quasi mai riusciti a liberarsi, cosi come Milinkovic e Luis Alberto. Dal punto di vista offensivo, invece, i viola andavano spesso a giocare dietro a Parolo con Ribery, un maestro in tal senso, e soprattutto ripartivano forte quando i biancocelesti perdevano palla e si ritrovavano a difendere con i soli tre centrali. Il gol è arrivato da sinistra, ma più che un discorso tattico qui c’è di mezzo l’eccelsa qualità di un giocatore che alla sua età dal punto di vista tecnico non ha eguali. Dribbling, tranquillità e serenità, capacità di operare sempre la scelta migliore al momento giusto, fino a quando la condizione l’ha supportato, Ribery è stato l’autentico padrone del campo. Una volta in svantaggio la Lazio non ha cambiato spartito, ha provato ad accelerare le giocate, a mettere maggiore intensità, ma con scarsi risultati.

 

SERIE A: Lazio - Fiorentina 2-1 - VIDEO

 

Quello che era emerso a Bergamo dal trentesimo in poi, si è in parte rivisto. La Lazio è una squadra che, se gira a mille e con tutti i suoi migliori interpreti in campo, è in grado davvero di battere chiunque, ma nel lungo periodo e con qualche infortunio di troppo, torna una formazione nei ranghi che deve faticare terribilmente per riuscire a portare a casa una vittoria. Nella ripresa Inzaghi ha capito che questa era probabilmente la gara decisiva per il proseguo del campionato della Lazio, e ha rischiato i suoi big in panchina pur di venirne a capo. L’inserimento di Radu al posto di Bastos ha ridato una certa fluidità di manovra, con un sinistro naturale ad iniziare il gioco da quella parte. Gli interscambi con Luis Alberto sono andati decisamente meglio, anche se in difesa la Lazio ha continuato a rischiare, in più di un’occasione, di subire il due a zero dei viola. Come spesso accade in queste occasioni serve un episodio, ed il rigore trovato da Caicedo è stato proprio questo, in una serata che sembrava stregata. Sul penalty si può discutere, probabilmente l’attaccante trascina la gamba ben prima dell’impatto.  Immobile, con una calma olimpica, ha rimesso i biancocelesti in corsa, il resto a quel punto è sembrata una logica conseguenza.

La Fiorentina, fino a quel momento perfetta, si è un po’ disunita, non riuscendo più a difendere con l’ordine mostrato in precedenza. La Lazio, più con il carattere che con la qualità delle giocate, ha provato il tutto per tutto ed anche qui era chiaro che solo una giocata di un campione avrebbe potuto risollevare le sorti dell’incontro. Luis Alberto, dall’ingresso di Correa in campo, ha trovato spazi e nuova linfa. L’argentino, infatti, ha il pregio di potersi spesso sostituire allo spagnolo nel venire indietro a far gioco, cosa che non può fare Caicedo, dando cosi la possibilità al dieci laziale di trovare maggiore campo in avanti. Proprio in una di queste situazione Luis Alberto di ha messo del suo, con qualità e con cattiveria, andandosi letteralmente a prendere il gol del due a uno.

La Lazio alla fine ha vinto, ma è chiaro che se i biancocelesti vorranno continuare a dar fastidio alla Juventus e tenere a distanza l’Inter, occorrerà riprendere il gioco e la brillantezza dei momenti migliori. Il calendario, da questo punto di vista, potrebbe dare una mano ai biancocelesti che dopo una difficile ripartenza, con Atalanta e Fiorentina, nella prossime cinque gare avranno delle sfide abbordabili, con l’unico big-match rappresentato dalla gara interna di sabato prossimo con il Milan.

Per la Fiorentina, alla ricerca di continuità e  di una vittoria, una battuta d’arresto immeritata per quanto fatto vedere in campo, la squadra sta crescendo ma occorre abbinare, alla qualità e alla voglia, anche quel pizzico di cinismo e di esperienza che, in partite come queste, possono fare la differenza.

Alessandro Grandoni

Il suo anno, nel bene e nel male. Charles Leclerc si appresta a vivere la sua prima stagione in Formula Uno da autentico protagonista. Sarà un anno particolare, certamente, condizionato dal Covid per la ripartenza e per la grande concentrazione di gare in un periodo limitato, ma sarà soprattutto l’anno in cui Leclerc potrà prendersi, giustamente, lo spazio per essere il protagonista della rossa.

La sua prima stagione alla guida della squadra di Maranello è stata sensazionale, vista anche la sua età. Parliamo di un classe 1997, che dopo un esordio nella massima categoria con la Sauber nel 2018, con discreti risultati, nella stagione passata si è misurato su una macchina e con un compagno di squadra non certamente comune. Alla prima vera stagione nella quale era in grado di competere sono arrivate 2 vittorie, 7 pole position (4 consecutive), 10 podi e il quarto posto generale nel Mondiale Piloti con 264 punti.

Numeri che testimoniano come l’appellativo di predestinato, datogli da tempo, regga il confronto. Quella che sembrava poter essere una seconda stagione di conferme, è però drasticamente cambiata nel momento in cui la Ferrari ha ufficializzato il suo divorzio da Sebastian Vettel, atteso all’ultima stagione sulla rossa.

Una mossa che ha necessariamente alzato la pressione sul pilota monegasco, che ora è davvero sotto i riflettori. Già, perché il divorzio dal tedesco ha reso pubblica la scommessa della Ferrari, che ha puntato su Leclerc come forse non aveva mai fatto con nessun altro pilota. Negli ultimi decenni, infatti, la rossa aveva sempre puntato su prime guide di spessore, già capaci di dimostrare la loro forza e già campioni del mondo. Da Michael Schumacher a Fernando Alonso fino a Sebastian Vettel , la rossa è sempre andata sul sicuro, dal punto di vista dei piloti, così come con Raikkonen che festeggiò alla guida del cavallino il suo primo Mondiale, ma che veniva già da una esperienza pluriennale in Formula Uno.

La vittoria di Charles Leclerc a Monza nel 2019

Con Charles Leclerc è stato tutto diverso. La Ferrari lo ha scoperto, ci ha puntato, l’ha testato, ed ora l’ha promosso. Il 2020, questo strano 2020, sarà il primo anno in cui il pilota monegasco si troverà ad essere una prima guida, con tutte la relativa pressione addosso, senza più quel credito di poter sbagliare che aveva in passato. Le doti sono indiscusse, dal punto di vista tecnico, ma ora Leclerc dovrà fare un upgrade del suo stato. Dimostrare di essere non solo un bravo pilota, ma un uomo capace di reggere la pressione, di migliorare la sua squadra, di saper aspettare il momento giusto per colpire, perché i rivali non staranno certo a guardare.

Ci sarà da superare quello che, ancora oggi, è considerato il favorito numero uno, Lewis Hamilton, e quello che invece, da sempre, ha addosso lo stesso appellativo di Leclerc, predestinato, e parliamo di Max Verstappen. Ci sarà poi da gestire la coesistenza con Vettel, che è vero che lascerà la rossa a fine stagione, ma che vorrà farlo da campione quale è, rispolverando la sua bacheca che, comunque, prevede già quattro titoli mondiali.

Non sarà un anno semplice per Leclerc, sarà l’anno in cui sarà chiamato a dimostrare la bontà dell’investimento Ferrari, che ha puntato tutto su di lui come non aveva mai fatto con nessun altro, giocandosi le sue carte con un giovanissimo e predestinato. Ora starà a lui dimostrare di avere tutte le carte in regola per scrivere un’altra pagina importantissima di questa storia, perché da tanto tempo, dall’addio di Shumy, i tifosi della Rossa cercano un nuovo idolo di cui innamorarsi.

Charles può essere tutto questo, ma da quest’anno si fa veramente sul serio.

Alessandro Grandoni

Si è tornati in campo con il primo, vero, big-match di questa serie A un po’ strana. A porte chiuse, in un atmosfera surreale, Atalanta – Lazio è stata probabilmente anche la gara più divertente di questa ripartenza. L’ha vinta l’Atalanta, dopo che la Lazio aveva rischiato di chiuderla nella prima mezz’ora, ma l’affermazione dei nerazzurri nasconde forse più di quello che un risultato vuole dire.

Le premesse erano più per i bergamaschi, viste le difficoltà di formazione della Lazio costretta a fare a meno di almeno tre titolari, Luiz Felipe, Leiva e Lulic. Pronti via e, invece, la Lazio gioca che è una meraviglia, anche perché riesce a far diventare un’arma a proprio vantaggio una delle caratteristiche dell’Atalanta: la pressione alta, e il pressing asfissiante. Strakosha diventa praticamente il regista della squadra biancoceleste e, dopo aver rischiato grosso dopo pochi minuti, inizia a capire come far girare il pallone. L’Atalanta pressa subito, ma la qualità tecnica dei biancocelesti permette di uscire con il fraseggio, ricercando poi le accelerazioni di Lazzari come nel primo gol, quando poi De Roon ci mette del suo. Lo stesso schema si ripete qualche minuto più tardi, l’Atalanta pressa ma lo fa nel modo sbagliato, la Lazio attende nella sua area, cerca il varco giusto, e fa ripartire le sue frecce, stavolta impreziosite dalla qualità tecnica di Milinkovic, al quale non si può certo far prendere la mira da fuori area in tutta tranquillità.

Il copione va avanti, l’Atalanta inizia ad arretrare e da quel momento non pressa più cosi alta la Lazio, ma rischia ancora, soprattutto sugli sviluppi dei corner, perché la Lazio riparte veloce, i nerazzurri preventivamente sbagliano le coperture, ed in un paio di occasioni Immobile ha la palla per chiudere la gara, ma sbaglia. Le chiavi che, poi, portano al cambio di rotta, sono due. La prima è Gasperini, che dopo una ventina di minuti decide di intervenire invertendo le posizioni di Toloi e Dijmsiti, mettendo cosi il brasiliano nella zona di Milinkovic che, fino a quel momento, aveva praticamente dominato in lungo e in largo. La seconda chiave è legata all’aspetto fisico e mentale della Lazio, la cosa che decreterà la prima sconfitta dopo tantissimo tempo. I biancocelesti giocano una mezz’ora a mille, poi arretrano, ma quando lo fanno rischiano troppo. Non è una gestione oculata, l’Atalanta riprende coraggio capendo, giustamente, che si può provare. Nel momento in cui serve gestire, la Lazio sparisce, mentre i nerazzurri riprendono a contare sulle loro caratteristiche, sulla qualità, sul ritmo, sull’agonismo. Il due a uno è la logica conseguenza del cambio di atteggiamento da una parte, e di un blocco dall’altro.

 

SERIE A: Atalanta - Lazio 3-2, il Video

 

La Lazio, infatti, non è quella di sempre, soprattutto se si osservano alcuni particolari. Quella che era una squadra dove tutti ai aiutavano, pronti a dar tutto consapevoli di portare avanti un piccolo miracolo, sembra sparire a poco a poco. Sulle palle perse sono più le lamentele e il nervosismo che la voglia di recuperare e rimettersi a posto, sugli errori degli altri sono più i rimproveri che gli incoraggiamenti. L’aspetto mentale diventa determinante, e la Lazio da questo punto di vista cambia pelle. La ripresa prevede lo stesso copione della fine del primo tempo: l’Atalanta c’è, la Lazio no.

I nerazzurri continuano a spingere, la Lazio sembra incapace di reagire. A questo si aggiungono anche i problemi fisici, perché a una squadra che non gode di una panchina lunghissima, già costretta a fare a meno di diversi titolari, non è facile togliere anche Correa e Cataldi.

Si va avanti quasi per inerzia fino al momento del calcio d’angolo da cui arriverà la seconda rete atalantina, un corner che la dice lunga sul momento psicologico della Lazio. Su una palla pressochè innoqua Acerbi spedisce in angolo, con Strakosha a un passo, ma sono gli atteggiamenti subito dopo quel gesto che evidenziano che qualcosa non va. Il primo si lamenta, stizzito, il secondo neanche apre bocca, un comportamento che si può comprendere in una squadra che attraversa un periodo difficile, non una che è li a giocarsi la chance di una vita. Il gol, poi, arriva con un gran tiro di Malinovsky, ma cambia poco, perché sarebbe arrivato probabilmente in un’altra maniera, ma appariva inevitabile.

L’Atalanta, che ha già giocato domenica, continua a crescere, giocare e pressare, la Lazio a questo punto non c’è più, e c’è da interrogarsi sul perché. Più che una questione tattica, per cui i biancocelesti alla fine ci sono , è un fattore mentale, di concentrazione, di sacrificio, di unione che manca. Quello che accade nella terza rete, con Strakosha completamente disorientato, così come Caicedo, non può stupire, i biancocelesti avevano praticamente staccato la spina al trentesimo, il resto era solo l’attesa dell’inevitabile. Nel finale, con la Lazio in avanti, stravolta fisicamente, alla ricerca del pareggio, l’Atalanta manca almeno in tre occasioni la quarta rete, mettendo in luce dei limiti che fino a febbraio non era apparsi cosi evidenti nella squadra di Inzaghi.

Certamente una sconfitta non può cancellare quanto di buono fatto, ma in casa biancoceleste qualche correttivo va apportato, per non dilapidare consensi e complimenti raccolti fino ad ora. Bisogna migliorare fisicamente, tatticamente, ma soprattutto di testa, perché da qui in avanti conterà soprattutto quella per poter riprendere la via smarrita. L’Atalanta, dal canto suo, è ripartita come sempre, 4 gol al Sassuolo, 3 alla Lazio, un allenatore che legge le gare, una squadra che corre, che non si arrende, che sa che alla fine  il risultato arriva, perché è la logica conseguenza del lavoro fatto, delle sue peculiarità, della sua voglia di arrivare.

Atalanta batte Lazio tre a due, ora il campionato è davvero ripreso per tutti.

Alessandro Grandoni

Non c’era modo migliore per ripartire di vedere la sfida tra Atalanta e Lazio, probabilmente le due formazioni più belle che si siano apprezzate nel 2019-20. Due squadre diverse ma anche con caratteristiche comuni, due formazioni che negli ultimi anni si sono spesso affrontate con gli stessi obiettivi, cosa forse impensabile fino a qualche anno fa. Arrivano a questo confronto, però, con due modalità diverse, che potrebbero fare tutta la differenza, ma andiamo prima a vedere la storia recente. Lazio e Atalanta si sono date battaglia, nelle ultime due stagioni, anche per la Champions League, con i bergamaschi che nella scorsa stagione sono riusciti a prevalere, dimostrando una migliore continuità.

Una sfida, tra i nerazzurri e i biancocelesti, che si è riaccesa con la finale di Coppa Italia dello scorso anno. La Lazio era favorita, per tradizione, l’Atalanta sembrava essere più in forma, più competitiva. Ne è uscito un match equilibrato, teso, sbloccato nel finale da Milinkovic Savic e poi chiuso da Correa, due fuoriclasse che hanno fatto la differenza, ma quella finale non è finita li. Gasperini non le ha mandate a dire, protestando per l’arbitraggio, accendendo una polemica che non si è spenta ma, anzi, è diventata ancora più presente in questa stagione.

Finale Coppa Italia: Atalanta - Lazio 0-2

 

Lazio – Atalanta del girone di andata, infatti, è stata per la formazione di Inzaghi la gara della svolta.

Poteva, doveva essere quella del tracollo, addirittura di un possibile cambio in panchina, visto il primo tempo. Lazio sotto tre a zero in casa, ma soprattutto incapace di reagire, di contrastare l’Atalanta che sembrava essersi trasformata nel Real Madrid impegnato nella partitella infrasettimanale. Al ritorno in campo, dopo l’intervallo, cambia tutto. La Lazio spinge e prova il tutto per tutto, i nerazzurri gestiscono, i biancocelesti rientrano nel match a sorpresa, al 66’, con un rigore di Immobile, chiaramente contestato dal Gasp, dopo la rete passano 4 minuti e Correa replica quanto fatto nella finale, 2-3 e tutto in discussione fino al 93’, quando ancora su rigore Immobile sigla il 3-3 finale. Altra gara e altre polemiche di Gasperini. Da qui in avanti, Atalanta – Lazio non è più una sfida come le altre, è una gara che l’Atalanta vuole per vendicare un torto che pensa di aver subito, la Lazio dal canto suo sa che questa è probabilmente la gara più difficile, insieme alla trasferta a Torino con la Juve, del suo campionato.

 

Serie A: Lazio - Atalanta 3-3

 

I tre mesi di blocco, però, hanno consegnato un match con diversi cambiamenti rispetto a quello che era stato preventivato. L’Atalanta, infatti, non ha l’impegno extra campionato della Champions a poterla distrarre, si deve occupare solo di questa competizione, e qualche problema fisico potrebbe accusarlo, alla lunga. La Lazio, però, non sta certo meglio da quel punto di vista. I biancocelesti sono arrivati fin qui potendo quasi sempre contare sulla stessa intelaiatura, con qualche piccola variazione di volta in volta. La squadra che però Inzaghi deve mandare in campo questa volta sembra un inedito assoluto. Gli mancano, infatti, almeno 3 titolari di un certo spessore. Luiz Felipe in difesa, Lulic sulla sinistra e Lucas Leiva al centro, non certo tre elementi qualunque per la sua Lazio. Dalla cintola in su ci sono tutti i migliori, ma i problemi ci saranno, necessariamente.

Dalla parte opposta l’Atalanta si presenta nelle migliori condizioni, eccezion fatta per Pasalic, squalificato. Dal punto di vista tattico le sue squadre giocano in maniera simile, anche se non speculare. La battaglia principale sarà sulle corsie esterne, fondamentali nei moduli di Gasperini e Inzaghi. I nerazzurri schierano Hateboer e Gosens, le migliori sorprese della stagione, hanno qualità e sicurezza. Dalla parte opposta la Lazio è soprattutto sulla sinistra che rischia. La mancanza di Lulic, infatti, è spesso sottovalutata dai non addetti ai lavori, ma parliamo di un giocatore in grado di fare le due fasi con una buona qualità, con corsa, con carattere. Inzaghi non può neanche contare su Marusic, il giocatore su cui si era pensato di insistere da quella parte, ed è costretto a giocarsi, ancora una volta, la carta Jony. Lo spagnolo è migliorato, anche dal punto di vista tattico, ma potrebbe soffrire l’irruenza, l’intraprendenza di Hateboer, un giocatore in grado di fare davvero la differenza. L’altro grande problema per i biancocelesti sarà rappresentato dalla zona di destra della difesa. Ci sarà probabilmente Patric al posto di Luiz Felipe, che in questa stagione si è già dimostrato all’altezza, ma è chiaro che cede qualcosa dal punto di vista difensivo. Facile che Gasperini possa cercare di mettere in difficoltà proprio li la Lazio, visto che a dargli manforte, sulla destra, ci sarà Lazzari, ottimo in attacco ma chiaramente meno propenso al lavoro difensivo. Il Papu Gomez e Ilicic, da questo punto di vista, sono due elementi capaci di mettere in difficoltà chiunque, figuriamoci una squadra che deve necessariamente correre ai ripari.

L’arma della Lazio, dal canto suo, rimane la fase offensiva. Se è vero infatti che l’Atalanta è davvero forte, organizzata e capace di colpire chiunque, è anche vero che in difesa spesso lascia qualche spazio di troppo. Inzaghi dovrebbe partire con Milinkovic e Luis Alberto al fianco di Parolo, sostituto di Leiva, e con Caicedo a far coppia con Immobile. Una batteria importante che potrà poi contare, a gara in corso, su Correa, elemento capace di spaccare le partite e cambiarle.

Entrambe vogliono vincere, ma a ben vedere probabilmente ai biancocelesti, per ripartire, potrebbe anche far comodo un pareggio che allontanerebbe la Juve, ma permetterebbe alla Lazio di riprendere senza scossoni in vista di gare più agevoli con qualche elemento in più della rosa a disposizione. Dalla parte opposta i nerazzurri devono spingere per garantirsi, ancora una volta, la Champions, e dopo il rodaggio con il Sassuolo questa è la gara che a Bergamo aspettano, per riprendersi quello che, secondo loro, gli è stato tolto negli ultimi due confronti.

 

Ecco, quindi, come scenderanno in campo Atalanta e Lazio nella sfida più importante di questa giornata:

ATALANTA – LAZIO    Ore 21.45 (Sky)

ATALANTA:  (3-4-1-2): Gollini; Toloi, Palomino, Dijmsiti; Hateboer, De Roon, Freuler, Gosens; Gomez; Ilicic, Zapata. A disp.: Sportiello, Rossi, Caldara, Sutalo, Castagne, Czyborra, Tameze, Bellanova, Malinvsky, Muriel, Colley, Traore. All.: Gritti (Gasperini squalificato)

LAZIO  (3-5-1-1): Strakosha; Patric, Acerbi, Radu; Lazzari, Milinkovic-Savic, Parolo, Luis Alberto, Jony; Caicedo, Immobile. A disp.: Proto, Guerrieri, Armini, Bastos, Vavro, Falbo, Lukaku, Marusic, Cataldi, D. Anderson, Correa, Moro. All.: Inzaghi

Alessandro Grandoni

Tutti pronti, finalmente si riparte. La Serie A riprende e con essa la lotta per la conquista di questo scudetto che, sicuramente, rimarrà nella storia per le condizioni in cui si è giocato. Tre squadre, ad oggi, sono in lizza per la conquista del titolo, Juventus, Lazio e Inter, tutte con alcune certezze ed alcune incognite, alcuni vantaggi e svantaggi derivati dal cambio delle condizioni in cui terminerà questa stagione.

 

JUVENTUS: vantaggi e svantaggi della ripresa della Serie A

 

I bianconeri sono davanti a tutti, anche in virtù della vittoria, già a porte chiuse, ottenuta nell’ultima sfida buona di marzo contro l’Inter. Quel due a uno ha ridato alla Juve la testa della classifica e abbattuto l’Inter, ma in vista della ripresa qualcosa potrebbe essere cambiato. Le due sfide di Coppa Italia, contro Milan e Napoli, hanno dimostrato, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che questa non è la Juve di Allegri, capace di uccidere i campionati.

C’è qualche crepa, zero gol in 180 minuti e secondo trofeo della stagione sfumato dopo la SuperCoppa. Il sistema Sarri non sembra aver trovato terreno fertile tra i bianconeri, e questo può far sperare le altre, perché mai come quest’anno la Juventus sembra battibile, umana. Dal canto opposto, però, questa ripartenza ha tolto ai bianconeri l’assillo del dover pensare, contemporaneamente, a vincere l’ennesimo scudetto e a concentrarsi sulla Champions.

 

La formazione della Juventus

 

La massima manifestazione europea si giocherà dopo la fine della Serie A, rimandando quindi ad agosto l’ossessione bianconera, ed oltre a questo c’è anche l’aspetto della lunghezza delle rose a pesare in favore della squadra di Sarri, visto che giocando ogni 3 giorni sarà determinante avere ricambi adeguati. Da questo punto di vista la Juve è decisamente avanti a Lazio e Inter, ed in un minitorneo come sarà questo, potrebbe rivelarsi fondamentale.

 

LAZIO: vantaggi e svantaggi della ripresa della Serie A

 

I biancocelesti, prima della sosta, erano la sorpresa della stagione. Trovatisi li senza averlo come obiettivo iniziale, sono la squadra che dal punto di vista mentale è più tranquilla, nessuno gli aveva chiesto lo scudetto, come nessuno lo chiede ora, se lo gioca consapevole che il suo grande obiettivo, il rientro in Champions League, è stato già centrato da tempo (con 17 punti di vantaggio sulla quinta). La Lazio giocava, perché dobbiamo declinarlo al passato, vista la sosta di tre mesi, il miglior calcio, era la squadra più in forma ma, con la ripresa, qualcosa potrebbe cambiare, sia a livello fisico che a livello psicologico.

La rosa non è lunga, e questo lo si sapeva, ma giocando una gara a settimana, come era prima della pandemia, la Lazio aveva la possibilità di rifiatare, di poter impiegare quasi sempre lo stesso undici, di lavorare ogni settimana in funzione della gara successiva, e di dover fare poco ricorso alla sua panchina, non lunghissima. Con il nuovo calendario, che mette una gara ogni 3-4 giorni, tutto cambia.

La Lazio, necessariamente, dovrà far ricorso alla sua panchina, perché è impensabile giocare con gli stessi undici ogni partita. Oltre a questo si aggiunge qualche piccolo problema fisico che già leva ai biancocelesti alcune pedine fondamentali, su tutte Lulic, non ancora guarito dal problema alla caviglia, ma anche Luiz Felipe, al momento ai box ed in grande spolvero prima della sosta.

 

Luis Alberto e Correa si abbracciano

 

Quello che era il grande vantaggio della Lazio, avere solo il campionato di cui doversi preoccupare, di colpo non  c’è più, e questo non può non essere preso in considerazione.

Passando all’aspetto psicologico, ora la Lazio un po’ di pressione la avverte. E’ la società che ha spinto di più per la ripresa, era la più in forma prima della sosta, quando sembrava comunque li in testa in preda a una sorta di magia. Ora è diverso, tutti hanno metabolizzato la sua posizione e le sue giuste ambizioni, e ora tutti si aspettano, anche dalla Lazio, di giocare ogni gara per vincere e provare a cucirsi lo scudetto addosso.

Bisognerà vedere, cosi sotto pressione, come reagirà la squadra di Inzaghi, fino ad ora sempre scesa in campo con altre aspettative.

 

INTER: vantaggi e svantaggi della ripresa della Serie A

 

I nerazzurri, al momento, sono attardati, a 9 punti dai bianconeri ma con il recupero con la Sampdoria da dover giocare. Potrebbero essere sei le distanze dopo questa sfida, un gap grande ma non incolmabile con la Juve di quest’anno. Anche per quanto riguarda i nerazzurri, però, la ripresa porta con se incognite e speranze, vantaggi e svantaggi. I nerazzurri hanno già ripreso in Coppa Italia, e l’avvio non è stato dei migliori, con l’eliminazione consumata contro il Napoli. L’Inter ha giocato, ma non ha incantato, e per provare a dare l’assalto al titolo servirà ben altra convinzione.

Il vantaggio dei nerazzurri, però, ha due aspetti, uno fisico e uno psicologico. Dal punto di vista fisico, come per la Juve, l’Inter non avrà il problema di doversi preoccupare contemporaneamente di Campionato e Coppa, visto che l’Europa League è stata spostata al termine della stagione. Un vantaggio non da poco, che però come per la Lazio costringerà i nerazzurri anche a far parecchio ricorso alla propria panchina, più ricca di quella dei biancocelesti ma meno importante di quella dei bianconeri. Dal punto di vista psicologico i nerazzurri hanno avuto tempo per metabolizzare la sconfitta con la Juventus, che l’8 marzo sembrava aver detto la parola fine sullo scudetto nerazzurro.

 

Lukaku e Lautaro Martinez si abbracciano

 

La botta è stata assorbita, ed ora non ci si può aspettare un calo di testa dalla squadra di Conte, cosa che era invece pronosticabile tre mesi fa. Sempre dal punto di vista psicologico, però, c’è anche un aspetto da considerare: Lautaro Martinez. L’avevamo lasciato come un giocatore in rampa di lancio, voluto da tutti. Lo ritroviamo, in pratica, come un promesso sposo del Barcellona. C’è il serio rischio di vederlo, da qui alla fine, come un corpo estraneo alla formazione nerazzurra, lui che è stato fondamentale, insieme a Lukaku, per portare i nerazzurri ad un grande livello di competitività.

Chi per un verso, chi per l’altro, quindi, ci sono vantaggi e svantaggi in questa ripresa, tutto è ancora in discussione e sarà curioso vedere come questi tre mesi abbiano cambiato o meno, le sorti di un torneo che, in ogni caso, resterà nella storia.

Alessandro Grandoni

Come nasce una leggenda. Oggi torniamo all’anno 1984, all’anno in cui, in Formula Uno, arriva un brasiliano che, in dieci anni, scriverà un grande pezzo di storia di questo sport, lasciando poi un ricordo indelebile in tutti noi. Parliamo di Ayrton Senna, uno che è sicuramente sul podio dei più grandi piloti di Formula Uno mai esistiti, la cui carriera si è interrotta tragicamente in un giorno di maggio del 1994, esattamente dieci anni dopo il suo esordio.

Ayrton inizia a gareggiare, come quasi tutti i piloti, sui kart dall’età di 13 anni, nel 1973, e undici anni più tardi disputa il suo primo Gran Premio di Formula Uno. Nel 1983 si mette in luce in F3, poi partecipa a dei test sia con la Williams che con la McLaren, si avvicina a lui anche la Brabham di Ecclestone ma alla fine, per una serie di circostanze, è la Toleman di Alex Hawkridge a ingaggiarlo, con un contratto da 100.000 sterline, per la stagione 1984.

Il debutto di Senna in Brasile nel 1984

Il primo appuntamento della stagione è a casa sua, è il Gran Premio del Brasile. Il 25 marzo del 1984 debutta in Formula Uno anche se, come accadrà anche a Schumacher nel 1991, non riuscirà a completare il suo primo gran premio. La sua Toleman è tutt’altro che una macchina competitiva, in qualifica si piazza al 17° posto, a quasi 5 secondi dalla pole di Elio De Angelis della Lotus, ma stacca il compagno di squadra Cecotto di 2’’. La gara parte bene, Senna risale fino al 13° posto ma all’8° giro il turbocompressore del suo motore Hart comincia a fare problemi, costringendolo al ritiro (poco dopo anche il suo compagno di scuderia sarà costretto  a fare altrettanto).

Basta però soltanto una gara di rodaggio, al giovane Ayrton, per iniziare a incamerare punti. Al secondo Gran Premio, in Sudafrica, Senna conquista il sesto posto. Parte dalla 6° fila, la gara è condizionata da tanti ritiri e incidenti, solo 11 vetture su 23 arrivano al traguardo, e tra queste c’è la sua Toleman, che Senna guida alla fine priva di muso anteriore, ma che si piazza sesta, in un Gp dominato dalle McLaren con Lauda primo e Prost secondo. La scalata di Senna continua nel Gran Premio del Belgio, terzo della stagione, quando dopo il 19° tempo in qualifica riesce ad arrivare al traguardo settimo, dopo una grande rimonta. La squalifica della Tyrrel di Bellof lo farà avanzare di una posizione, quel tanto che basta per prendere il suo secondo punto iridato.

Al quarto Gp c’è il San Marino, un Gran Premio che sarà fatale nel 1994, ma che è anche l’unico dove Senna, in tutta la sua carriera, non riuscirà a qualificarsi. I problemi con le gomme Pirelli della Scuderia portarono la Toleman a scendere in pista solo il sabato, senza un solo giro di prova al venerdì. Senna, con problemi al propulsore della benzina, non riesce a centrare un tempo valido e cosi è costretto a non poter partecipare al Gran Premio della domenica (dopo questa gara la Toleman passerà alle Michelen).

La Toleman, per il Gp di Francia, cambia la sua vettura, debutta la TG 184, più aereodinamica della precedente. In qualifica va meglio con il 13° posto ma in gara Senna è ancora tradito dall’affidabilità, con il turbocompressore che lo tradisce al 35° giro. I progressi della macchina sono però evidenti, sembra tutto pronto per quello che, a tutti gli effetti, è l’esplosione del brasiliano, che avviene nella gara seguente, quando si corre al Principato di Monaco.

Gran Premio di Montecarlo del 1984: nasce il mito di Senna

Sarà la gara che segnerà l’inizio dell’era di Ayrton Senna, anche se le premesse erano tutt’altro che incoraggianti. In qualifica, infatti, Senna si piazza tredicesimo, a più di 2’’ da Prost, che è in pole. Il giorno della gara, però, sul circuito si scatena un terribile nubifragio. Sulla pioggia, si sa, solo i migliori resistono, solo i migliori sono capaci di spingere al massimo. Con il passare dei giri molti piloti abbandonano, per uscite e guasti. Prost tiene dietro Mansell e Keke Rosberg, Senna comincia a guadagnare posizioni e si mette in scia a quest’ultimo. La pioggia prosegue, Mansell è costretto al ritiro dopo aver urtato le barriere, Senna continua a migliorare, quasi non curandosi delle condizioni meteo. Si lancia all’assalto di Rosberg e Arnoux e va a caccia di Niki Lauda, che riesce a sorpassare al 19° giro. Senna è secondo, sull’asfalto bagnato sembra volare, guida in modo impeccabile e guadagna circa 3 secondi a giro su Prost, che ha un vantaggio consistente. La pioggia aumenta ancora, Prost quando passa sul traguardo fa segno alzando il braccio che la gara va interrotta, che non si può guidare. A Senna tutto ciò non interessa, continua a correre, a volare, arriva a soli due secondi dal francese quando, al 32° giro, viene esposta la bandiera rossa seguita dalla bandiera a scacchi che chiude cosi la gara. Prost non taglia neanche il traguardo, fermandosi prima, Senna lo fa, ma il regolamento dice che vanno considerate le posizioni dell’ultimo giro terminato prima dello stop. Vince quindi Alain Prost, ed il Gp di Monaco 1984 resterà per sempre quello della vittoria “scippata” ad Ayrton Senna, fermato ad un passo dalla gloria. Lo stesso Senna, però, ammette che la sua monoposto aveva problemi e che probabilmente è stato meglio cosi, quel che è certo è che quel giorno, il 3 giugno del 1984, tutto il mondo si accorge del pilota brasiliano.

 


Ayrton Senna alla guida della Toleman nel 1984 al Gran Premio di Montecarlo

E’ il suo primo podio, ma non sarà l’ultimo di quell’anno da debuttante. In Canada Senna fa segnare il nono tempo con una Toleman che sembra rivitalizzata, in gara non va oltre la settima piazza non riuscendo cosi ad andare a punti, così come nel Gp seguente di Detroit, quando dopo una splendida qualifica chiusa al settimo posto è costretto al ritiro al 22° giro per la rottura della sospensione in un incidente con Alboreto.

 

GP MONACO 1984: la straordinaria gara di Ayrton Senna

 

Dopo un altro ritiro nel Gran Premio degli Stati Uniti per il cedimento della frizione, arriva la gara in Gran Bretagna, che segna un altro punto importante nella prima stagione di Ayrton in Formula Uno. La procedura di partenza viene ripetuta in due occasioni, dopo che il brasiliano è settimo in griglia. Nel secondo start va male, viene sopravanzato da diverse vetture ma non si perde d’animo, inizia a macinare chilometri e sorpassi, ed alla fine giunge addirittura terzo, alle spalle di Niki Lauda, vincitore, e del britannico Warwick. Senna inizia a far parlare di sé, di come sia possibile essere competitivo a grandi livelli con una macchina che non è propriamente una big. Arrivano le malelingue, che parlano di qualche trucchetto usato dalla monoposto, ma il brasiliano va avanti per la sua strada. Si prosegue in Europa, si va prima in Germania e poi in Austria, ma in entrambi i casi la sua monoposto non arriva al traguardo, in terra teutonica è un incidente al 4° giro a farlo fuori, stavolta per colpa sua, mentre in Austria, mentre sta compiendo un’altra delle sue rimonte ed è terzo, problemi alla pressione dell’olio lo costringono al ritiro.

Anche in Olanda non va meglio, con il propulsore Hart che lo tradisce al19° giro, mentre in Italia, a Monza, Senna non viene fatto correre. Gira la voce di un suo accordo con la Williams, la Toleman non ci sta e decide di partire al via con Johansson al suo posto. La querelle viene risolta, nessun accordo con la scuderia inglese, e Senna torna alla guida della sua vettura nel Gp d’Europa, nella quindicesima e penultima tappa del Circus. Dopo un dodicesimo posto in griglia al primo giro la sua macchina urta Keke Rosberg, autore di una pessima partenza, con il conseguente ritiro. La stagione sembra volgere al termine non nel migliore dei modi, ma c’è ancora il Portogallo per prendersi la gloria. In testa c’è il duello tra Lauda e Prost per il titolo di campione piloti, Senna sa già che sarà la sua ultima gara sulla Toleman (nel 1985 passerà alla Lotus). In qualifica Piquet è il più veloce di tutti, dopo una buona partenza Ayrton riesce ad essere quarto, dietro De Angelis. Senna continua a spingere, Lauda prosegue la sua rincorsa dopo esser partito attardato, ed al 52° giro è Mansell a dare forfait con un testacoda. Senna spinge e deve farlo al massimo, perché dietro di lui c’è Alboreto su Ferrari che guadagna secondi preziosi. Dopo settanta giri Senna riesce nel suo intento, difende il terzo posto ed ottiene il terzo podio della stagione per un debuttante, un risultato storico.

Finisce cosi il primo campionato piloti di Ayrton Senna, che chiude al nono posto in classifica generale con 13 punti, gli stessi di Nigel Mansell. Il futuro del brasiliano è scritto, tutti hanno già capito con chi avranno a che fare negli anni seguenti, lui passerà prima dalla Lotus, per tre stagioni, prima di arriva alla McLaren dove diventerà il mito che conosciamo con tre titoli iridati.

Si chiude cosi il 1984, l’anno cui il mondo scopre Ayrton Senna.

Alessandro Grandoni

5 Luglio 1992, una data che segna la differenza tra l’oblio e la storia, è la data in cui Andrè Agassi è diventato ufficialmente un campione, smettendo i panni dell’eterna promessa, e concedendosi, finalmente, la gioia per un successo troppo a lungo sfiorato.

L’uomo che ha dichiarato, nella sua autobiografia, di aver odiato con tutto se stesso il tennis, pur continuando a giocare, sempre, perché incapace di smettere, quel giorno è diventato grande. Ad un passo dalla consacrazione ci era già arrivato, soprattutto nel 1990, quando in un solo anno colleziona due sconfitte nelle finali del Roland Garros e degli Us Open, nel 1991, quando è ancora Parigi a non volergli sorridere, fino a quel luglio, quando l’ancora capellone Andrè, diventa un uomo.

Wimbledon, in quell’anno, è una fucina di campioni, già fatti e ancora da fare. Ci sono Jim Courier e Stefan Edberg, i tedeschi Michael Stich e Boris Becker, che ha fatto dell’erba londinese la sua casa, c’è l’americano Pete Sampras, quello che sarà il suo rivale di sempre, ma anche Petr Korda e Michael Chang. Spiccano anche un Ivan Lendl ormai in declino, ed il ceco Krajicek, c’è un John McEnroe che vuole sparare le ultime cartucce, mentre l’Italia si affida a Camporese e Pistolesi. Ma c’è soprattutto lui, Andrè Agassi e il croato Ivanisevic.

Viene dalla sconfitta al Roland Garros con Courier in semifinale, dopo aver superato Sampras. Li si arrende, senza neanche lottare. Sconfortato, trascorre il tempo fino a fine giugno senza smaniare dalla voglia di allenarsi, sempre ad un passo dalla caduta. Agassi si presenta a Londra come testa di serie n. 12, non certo il miglior biglietto da visita per uno che ha bisogno, come non mai, di una vittoria nello Slam. Al primo turno gli tocca il russo Chesnokov e la partenza è tutt’altro che memorabile. Primo set perso, urla in campo, un’ammonizione rimediata per una parolaccia di troppo, sembra il preambolo dell’ennesima caduta dello statunitense, ma cambia qualcosa. Andrè stupisce tutti, torna in campo e vince tre set in rapida successione (6-1, 7-5, 7-5) e passa il turno. Le sfide successive, contro Masso e Rostagno, si chiudono con l’americano che vince senza soffrire troppo, ma anche senza mai dare la sensazione di poter essere il migliore di tutti. Agli ottavi c’è un tedesco, anche se non sarà quello davvero da battere. Si chiama Saceanu, e Agassi lo liquida in tre set (7-6, 6-1, 7-6) e vola ai Quarti, dove c’è il vero tedesco ad attenderlo: c’è Boris Becker.

E’ un tedesco che ha un particolare feeling con l’erba di Wimbledon, è arrivato a giocarsi sei delle ultime sette finali del torneo, vincendone 3 nel 1985, 1986 e 1989. Nel 1991 ha appena conquistato l’accoppiata Australian Open e Ronald Garros, è tutt’altro che un tennista in declino. La partenza di Agassi non è delle migliori, Becker ha ancora talento e tanta esperienza e vince il primo set 6-4, Andrè riesce a tenere la concentrazione, ed in un match che si gioca in due giorni ribalta la situazione, passano a condurre per due set a uno con un doppio 6-2. Il leone tedesco, però, ha la pelle dura, vince ancora 6-4 e si va al quinto set. Agassi sa che non può più sbagliare, che è l’occasione per dimostrare cosa sa fare. Vince 6-3 e va in semifinale.

 

Wimbledon 1992, Quarti di Finale: Agassi - Becker

 

Sono arrivati a questo punto tre americani e un croato, sono Agassi, McEnroe, Sampras e Ivanisevic. Ad Agassi tocca il 33enne John, già trionfatore a Wimbledon in tre occasioni. Però, lui, è sul finire della carriera, Agassi è in rampa di lancio, e lo supera agevolmente in tre set (6-4, 6-2, 6-3) guadagnandosi la finale.

 

Semifinale Wimbledon 1992: Agassi - McEnroe

 

“Mi aspetto di trovare Pete, ma perde la semifinale con Ivanisevic, un croato grande e grosso che serve come un robot. Mi dispiace per Pete e so che lo raggiungerò presto, non ho speranze contro Ivanisevic, siamo un peso medio contro un peso massimo. L’unica suspense è se sarà un knockout o un knockout tecnico”, scrive Agassi nella sua autobiografia.

Non andrà cosi. Il servizio del croato è devastante, fa ace da destra e da sinistra, Agassi tiene ma cede il primo set 7-6. Il pensiero di perdere la quarta finale di uno Slam lo attraversa, ma stavolta è diverso. Goran nel secondo set concede qualcosa, Agassi ne approfitta e vince 6-4: 1-1 e tutto da rifare. L’americano è in palla ora, vince ancora 6-4, va avanti due a uno e vede il traguardo, ma come spesso accade quando tutto sembra scritto ecco arrivare la doccia fredda.

“Ivanisevic insorge al quarto set e mi distrugge. L’ho fatto infuriare. Non perde che una manciata di punti in tutto il set. Ci risiamo. Già mi vedo i titoli di domani”. Le parole di Andrè sembrano una sentenza.

Ma poi arriva una convinzione nuova: “Quando inizia il quinto set raggiungo il mio posto correndo per far circolare il sangue e mi dico una cosa: Tu lo vuoi. Non vuoi perdere, non questa volta. Il problema degli ultimi tre slam è stato che non li volevi abbastanza, perciò non ce l’hai fatta, ma questa volta lo vuoi, perciò questa volta devi far sapere a Ivanisevic e a tutti gli altri qui dentro che lo vuoi”.

 

Finale Wimbledon 1992: Agassi - Ivanisevic

Un colpo dietro l’altro si arriva al 4-5 in favore di Agassi, con il croato al servizio. Si va 0-30, sembra fatta, ma il campione ha ancora il suo servizio. Giusto il tempo di inquadrare e sparare e si torna 30-30. Stavolta Agassi risponde e passa, 30-40 e manca un solo colpo per la storia, come dice lui, è proprio questo il momento peggiore. Goran sbaglia la prima, il pubblico mormora e lui va con la seconda. Il resto è tutto nel racconto di Agassi nella sua autobiografia:

“Lui lancia la palla, serve sul mio rovescio. Io salto in aria, colpisco con tutta la forza, ma sono cosi teso che la palla arriva sul suo rovescio a una velocità mediocre. Per qualche motivo Goran sbaglia una facile volèe. La sua palla finisce in rete e come se niente fosse, dopo ventidue anni e vendidue milioni di colpi con una racchetta da tennis, sono il campione di Wimbledon 1992. Cado in ginocchio. Poi a faccia in giù. Non riesco a credere di provare una simile emozione. Quando mi rialzo barcollando, Ivanisevic compare al mio fianco. Mi abbraccia e mi dice con calore: Congratulazioni, campione di Wimbledon. Te lo sei meritato, oggi”.

Alessandro Grandoni

 

Andrè Agassi con la coppa di Wimbledon nel 1992
Andrè Agassi con la coppa di Wimbledon nel 1992

E’ il 1994, ed il mondo di appresta a conoscere quello che sarà uno dei ciclisti più amati di sempre, forse l’ultimo di cui davvero potersi innamorare: al Giro d’Italia nasce la favola di Marco Pantani.

Il romagnolo, ventiquattrenne, è un professionista da due anni, e milita nella Carrera Jeans, la squadra diretta da Davide Boifava e che ha come capitano un altro corridore amato dal pubblico, detto, “El Diablo”, Claudio Chiappucci. La prima apparizione nella grande corsa del Giro d’Italia Pantani la fa l’anno prima, nel 1993, ma una fastidiosa tendinite lo costringe al ritiro a poche tappe dalla conclusione. Nulla, però, fa presagire quello che sarà il 1994 di Marco Pantani, l’anno in cui la gente, i ragazzini, tornano ad appassionarsi alle sorti di un ciclista che, fin da subito, entra nel cuore di tutti.

E’ un Pantani pronto quello che si presenta alla kermesse di quell’anno, si parte da Bologna e la maglia rosa passa prima per Leoni, De Las Cuevas e Moreno Argentin, prima di finire al termine della tappa di Campitello Matese, sulle spalle del russo Evgenij Berzin. Si va avanti senza grandi sussulti fino al 4 giugno, il giorno in cui cambia la storia del ciclismo degli anni novanta.

4 Giugno 1994: Giro d'Italia, Lienz-Merano

Si va da Lienz a Merano, per 235 km, si percorrono il Passo di Stalle, il Passo di Furcia, delle Erbe, di Eores e di Monte Giovo, poi altri 42 km tra discesa e falsipiani. Sembra la classica tappa di montagna, c’è Berzin che si tiene stretta la maglia rosa conquistata, c’è Indurain che stavolta gioca nel ruolo di inseguitore, ci sono Pavel Tonkov e Claudio Chiappucci a nutrire ancora qualche speranza con Gianni Bugno attardato.

 

Pantani e la maglia rosa Berzin
Pantani e la maglia rosa Berzin

 

Pascal Richard è in fuga da tempo, ci sono anche Chiapucci e Uchakov, El Diabolo torna nei ranghi, si sta per concludere il Giovo quando appare come un lampo un ragazzo romagnolo, già stempiato, che non segue le tattiche predefinite, che rompe gli schemi, che non ha mezze misure. Inizia a scattare, lo fa una, due, tre volte, e poi in discesa, con una posizione che fa strabuzzare gli occhi anche ai più esperti. Aerodinamico, tutto al’indietro, in una posizione assunta qualche anno prima al campionati del mondo dal russo Konysev.

 

4 Giugno 1994: la prima vittoria di Marco Pantani

Non ci credono in molti alla sua fuga, guadagna oltre un minuto sul gruppo della maglia rosa, che però prova a rientrare. Ma Marco Pantani, quel giorno, decide di entrare di prepotenza nel mondo del ciclismo, a modo suo. Non arretra di un centimetro, continua a spingere e alla fine vince la sua prima tappa al Giro d’Italia in 7h e 43’, con 40’’ di vantaggio su tutti i migliori, che in realtà hanno provato a riprenderlo, senza riuscirci. Arrivano Bugno, Chiappucci, Rebellin, Berzin e Indurain, nell’ordine.

 

La posizione di Marco Pantani in discesa
La posizione di Marco Pantani in discesa

 

5 Giugno 1994: lo Stelvio, il Mortirolo e il Santa Cristina, di Marco Pantani

Sembra il picco di un corridore senza grandi pretese, agli occhi di molti, in realtà è solo l’inizio di una leggenda, che il giorno seguente, il 5 giugno, scrive la storia sul Mortirolo, nel caso a qualcuno servisse una conferma. E’ il 5 giugno, e Pantani vuole far saltare il banco e prendersi quello che un giorno sarà suo, di diritto. Ci sono lo Stelvio e il Mortirolo da passare, non due montagne qualsiasi. Marco accusa un ritardo di 5 minuti e 36’’ dalla maglia rosa di Berzin, complice una cronometro iniziale che ancora lo vede arrancare.

Vona arriva sulla cima Coppi davanti a tutti, a quota 2.758 metri tra la pioggia e il nevischio, in discesa si rimescola tutto, ci si prepara al Mortirolo. I migliori sono li, ci sono Chiappucci, Indurain e Berzin. Quando mancano ancora 50 km all’arrivo, quello che poi sarà il Pirata decide di scattare. Non ci pensa, parte, colpisce, e gli altri faticano a seguirlo. Non si è ancora arrivati neanche a metà della grande salita, ma Pantani ha deciso di tentare il tutto per tutto. Se ne va, spinge, e gli altri arrancano nel tentativo di non fare figuracce. Vuole arrivare cosi, da solo, fino alla fine. Sul Mortirolo passa davanti a tutti, ma la squadra gli consiglia di aspettare Indurain, attardato di una cinquantina di secondi, per procedere insieme nell’ultimo tratto. Berzin, nel frattempo, ha fatto perdere le sue tracce e insegue ancora più indietro. Si passa per Santa Cristina, l’ultima salita prima di Aprica. Indurain e Cacaito Rodriguez rientrano, sono in tre, ora si può fare squadra e cercare di arrivare cosi alla fine.

 

 

Il navarro fa il ritmo, ma ancora non ha capito che il piano del romagnolo è solo uno, arrivare da solo e sferrare l’attacco alla maglia rosa. Pantani scatta ancora, in un modo impressionante. Non lo tiene nessuno, non lo può tenere nessuno. Fa il vuoto, passa in mezzo alla gente che inizia ad emozionarsi e ad innamorarsi di quel ciclista. All’Aprica arriva da solo, come era nei suoi programmi. Gli altri rientrano sugli altri due, alla fine Pantani vince con 2’ e 52’’ sul suo capitano Claudio Chiappucci, 3’ e 27’’ su Belli e Rodriguez, e 3’ e 30’’ su Indurain, letteralmente sfinito. Più indietro c’è Berzin, che soffre e fatica, e chiude con 4’ e 6’’ di ritardo che gli consentono però di tenere la maglia rosa, ancora più indietro Gianni Bugno, a 5’ e 50’’ di ritardo.

 

1994, 5 Giugno: la scalata di Pantani sul Mortirolo

 

5 Giugno 1994: la tappa integrale Merano - Aprica e la seconda vittoria di Pantani

In due giorni Marco Pantani si è preso il Giro e l’Italia, l’amore degli italiani. A Milano il 12 Giugno, Berzin arriva da primo della classe, vincendo la competizione, ma quello che entusiasma tutti è la seconda posizione di Marco Pantani in classifica generale, davanti al mostro sacro Miguel Indurain e a 2’ e 51’’ dal russo.  Quello sarà un anno magico per il futuro Pirata, al Tour arriva un terzo posto generale che conferma la qualità e la razza del campione, che però dovrà ancora lottare e soffrire molto, prima di prendersi, da assoluto protagonista, le due classiche di sempre. Ci saranno incidenti, recuperi e ancora incidenti, prima di quel meraviglioso 1998, ma tra il 4 e il 5 giugno del 1994, Marco Pantani si è dichiarato al mondo aprendo una breccia nel cuore di tutti gli italiani.

Alessandro Grandoni

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