Si è tornati in campo con il primo, vero, big-match di questa serie A un po’ strana. A porte chiuse, in un atmosfera surreale, Atalanta – Lazio è stata probabilmente anche la gara più divertente di questa ripartenza. L’ha vinta l’Atalanta, dopo che la Lazio aveva rischiato di chiuderla nella prima mezz’ora, ma l’affermazione dei nerazzurri nasconde forse più di quello che un risultato vuole dire.

Le premesse erano più per i bergamaschi, viste le difficoltà di formazione della Lazio costretta a fare a meno di almeno tre titolari, Luiz Felipe, Leiva e Lulic. Pronti via e, invece, la Lazio gioca che è una meraviglia, anche perché riesce a far diventare un’arma a proprio vantaggio una delle caratteristiche dell’Atalanta: la pressione alta, e il pressing asfissiante. Strakosha diventa praticamente il regista della squadra biancoceleste e, dopo aver rischiato grosso dopo pochi minuti, inizia a capire come far girare il pallone. L’Atalanta pressa subito, ma la qualità tecnica dei biancocelesti permette di uscire con il fraseggio, ricercando poi le accelerazioni di Lazzari come nel primo gol, quando poi De Roon ci mette del suo. Lo stesso schema si ripete qualche minuto più tardi, l’Atalanta pressa ma lo fa nel modo sbagliato, la Lazio attende nella sua area, cerca il varco giusto, e fa ripartire le sue frecce, stavolta impreziosite dalla qualità tecnica di Milinkovic, al quale non si può certo far prendere la mira da fuori area in tutta tranquillità.

Il copione va avanti, l’Atalanta inizia ad arretrare e da quel momento non pressa più cosi alta la Lazio, ma rischia ancora, soprattutto sugli sviluppi dei corner, perché la Lazio riparte veloce, i nerazzurri preventivamente sbagliano le coperture, ed in un paio di occasioni Immobile ha la palla per chiudere la gara, ma sbaglia. Le chiavi che, poi, portano al cambio di rotta, sono due. La prima è Gasperini, che dopo una ventina di minuti decide di intervenire invertendo le posizioni di Toloi e Dijmsiti, mettendo cosi il brasiliano nella zona di Milinkovic che, fino a quel momento, aveva praticamente dominato in lungo e in largo. La seconda chiave è legata all’aspetto fisico e mentale della Lazio, la cosa che decreterà la prima sconfitta dopo tantissimo tempo. I biancocelesti giocano una mezz’ora a mille, poi arretrano, ma quando lo fanno rischiano troppo. Non è una gestione oculata, l’Atalanta riprende coraggio capendo, giustamente, che si può provare. Nel momento in cui serve gestire, la Lazio sparisce, mentre i nerazzurri riprendono a contare sulle loro caratteristiche, sulla qualità, sul ritmo, sull’agonismo. Il due a uno è la logica conseguenza del cambio di atteggiamento da una parte, e di un blocco dall’altro.

 

SERIE A: Atalanta - Lazio 3-2, il Video

 

La Lazio, infatti, non è quella di sempre, soprattutto se si osservano alcuni particolari. Quella che era una squadra dove tutti ai aiutavano, pronti a dar tutto consapevoli di portare avanti un piccolo miracolo, sembra sparire a poco a poco. Sulle palle perse sono più le lamentele e il nervosismo che la voglia di recuperare e rimettersi a posto, sugli errori degli altri sono più i rimproveri che gli incoraggiamenti. L’aspetto mentale diventa determinante, e la Lazio da questo punto di vista cambia pelle. La ripresa prevede lo stesso copione della fine del primo tempo: l’Atalanta c’è, la Lazio no.

I nerazzurri continuano a spingere, la Lazio sembra incapace di reagire. A questo si aggiungono anche i problemi fisici, perché a una squadra che non gode di una panchina lunghissima, già costretta a fare a meno di diversi titolari, non è facile togliere anche Correa e Cataldi.

Si va avanti quasi per inerzia fino al momento del calcio d’angolo da cui arriverà la seconda rete atalantina, un corner che la dice lunga sul momento psicologico della Lazio. Su una palla pressochè innoqua Acerbi spedisce in angolo, con Strakosha a un passo, ma sono gli atteggiamenti subito dopo quel gesto che evidenziano che qualcosa non va. Il primo si lamenta, stizzito, il secondo neanche apre bocca, un comportamento che si può comprendere in una squadra che attraversa un periodo difficile, non una che è li a giocarsi la chance di una vita. Il gol, poi, arriva con un gran tiro di Malinovsky, ma cambia poco, perché sarebbe arrivato probabilmente in un’altra maniera, ma appariva inevitabile.

L’Atalanta, che ha già giocato domenica, continua a crescere, giocare e pressare, la Lazio a questo punto non c’è più, e c’è da interrogarsi sul perché. Più che una questione tattica, per cui i biancocelesti alla fine ci sono , è un fattore mentale, di concentrazione, di sacrificio, di unione che manca. Quello che accade nella terza rete, con Strakosha completamente disorientato, così come Caicedo, non può stupire, i biancocelesti avevano praticamente staccato la spina al trentesimo, il resto era solo l’attesa dell’inevitabile. Nel finale, con la Lazio in avanti, stravolta fisicamente, alla ricerca del pareggio, l’Atalanta manca almeno in tre occasioni la quarta rete, mettendo in luce dei limiti che fino a febbraio non era apparsi cosi evidenti nella squadra di Inzaghi.

Certamente una sconfitta non può cancellare quanto di buono fatto, ma in casa biancoceleste qualche correttivo va apportato, per non dilapidare consensi e complimenti raccolti fino ad ora. Bisogna migliorare fisicamente, tatticamente, ma soprattutto di testa, perché da qui in avanti conterà soprattutto quella per poter riprendere la via smarrita. L’Atalanta, dal canto suo, è ripartita come sempre, 4 gol al Sassuolo, 3 alla Lazio, un allenatore che legge le gare, una squadra che corre, che non si arrende, che sa che alla fine  il risultato arriva, perché è la logica conseguenza del lavoro fatto, delle sue peculiarità, della sua voglia di arrivare.

Atalanta batte Lazio tre a due, ora il campionato è davvero ripreso per tutti.

Alessandro Grandoni

Non c’era modo migliore per ripartire di vedere la sfida tra Atalanta e Lazio, probabilmente le due formazioni più belle che si siano apprezzate nel 2019-20. Due squadre diverse ma anche con caratteristiche comuni, due formazioni che negli ultimi anni si sono spesso affrontate con gli stessi obiettivi, cosa forse impensabile fino a qualche anno fa. Arrivano a questo confronto, però, con due modalità diverse, che potrebbero fare tutta la differenza, ma andiamo prima a vedere la storia recente. Lazio e Atalanta si sono date battaglia, nelle ultime due stagioni, anche per la Champions League, con i bergamaschi che nella scorsa stagione sono riusciti a prevalere, dimostrando una migliore continuità.

Una sfida, tra i nerazzurri e i biancocelesti, che si è riaccesa con la finale di Coppa Italia dello scorso anno. La Lazio era favorita, per tradizione, l’Atalanta sembrava essere più in forma, più competitiva. Ne è uscito un match equilibrato, teso, sbloccato nel finale da Milinkovic Savic e poi chiuso da Correa, due fuoriclasse che hanno fatto la differenza, ma quella finale non è finita li. Gasperini non le ha mandate a dire, protestando per l’arbitraggio, accendendo una polemica che non si è spenta ma, anzi, è diventata ancora più presente in questa stagione.

Finale Coppa Italia: Atalanta - Lazio 0-2

 

Lazio – Atalanta del girone di andata, infatti, è stata per la formazione di Inzaghi la gara della svolta.

Poteva, doveva essere quella del tracollo, addirittura di un possibile cambio in panchina, visto il primo tempo. Lazio sotto tre a zero in casa, ma soprattutto incapace di reagire, di contrastare l’Atalanta che sembrava essersi trasformata nel Real Madrid impegnato nella partitella infrasettimanale. Al ritorno in campo, dopo l’intervallo, cambia tutto. La Lazio spinge e prova il tutto per tutto, i nerazzurri gestiscono, i biancocelesti rientrano nel match a sorpresa, al 66’, con un rigore di Immobile, chiaramente contestato dal Gasp, dopo la rete passano 4 minuti e Correa replica quanto fatto nella finale, 2-3 e tutto in discussione fino al 93’, quando ancora su rigore Immobile sigla il 3-3 finale. Altra gara e altre polemiche di Gasperini. Da qui in avanti, Atalanta – Lazio non è più una sfida come le altre, è una gara che l’Atalanta vuole per vendicare un torto che pensa di aver subito, la Lazio dal canto suo sa che questa è probabilmente la gara più difficile, insieme alla trasferta a Torino con la Juve, del suo campionato.

 

Serie A: Lazio - Atalanta 3-3

 

I tre mesi di blocco, però, hanno consegnato un match con diversi cambiamenti rispetto a quello che era stato preventivato. L’Atalanta, infatti, non ha l’impegno extra campionato della Champions a poterla distrarre, si deve occupare solo di questa competizione, e qualche problema fisico potrebbe accusarlo, alla lunga. La Lazio, però, non sta certo meglio da quel punto di vista. I biancocelesti sono arrivati fin qui potendo quasi sempre contare sulla stessa intelaiatura, con qualche piccola variazione di volta in volta. La squadra che però Inzaghi deve mandare in campo questa volta sembra un inedito assoluto. Gli mancano, infatti, almeno 3 titolari di un certo spessore. Luiz Felipe in difesa, Lulic sulla sinistra e Lucas Leiva al centro, non certo tre elementi qualunque per la sua Lazio. Dalla cintola in su ci sono tutti i migliori, ma i problemi ci saranno, necessariamente.

Dalla parte opposta l’Atalanta si presenta nelle migliori condizioni, eccezion fatta per Pasalic, squalificato. Dal punto di vista tattico le sue squadre giocano in maniera simile, anche se non speculare. La battaglia principale sarà sulle corsie esterne, fondamentali nei moduli di Gasperini e Inzaghi. I nerazzurri schierano Hateboer e Gosens, le migliori sorprese della stagione, hanno qualità e sicurezza. Dalla parte opposta la Lazio è soprattutto sulla sinistra che rischia. La mancanza di Lulic, infatti, è spesso sottovalutata dai non addetti ai lavori, ma parliamo di un giocatore in grado di fare le due fasi con una buona qualità, con corsa, con carattere. Inzaghi non può neanche contare su Marusic, il giocatore su cui si era pensato di insistere da quella parte, ed è costretto a giocarsi, ancora una volta, la carta Jony. Lo spagnolo è migliorato, anche dal punto di vista tattico, ma potrebbe soffrire l’irruenza, l’intraprendenza di Hateboer, un giocatore in grado di fare davvero la differenza. L’altro grande problema per i biancocelesti sarà rappresentato dalla zona di destra della difesa. Ci sarà probabilmente Patric al posto di Luiz Felipe, che in questa stagione si è già dimostrato all’altezza, ma è chiaro che cede qualcosa dal punto di vista difensivo. Facile che Gasperini possa cercare di mettere in difficoltà proprio li la Lazio, visto che a dargli manforte, sulla destra, ci sarà Lazzari, ottimo in attacco ma chiaramente meno propenso al lavoro difensivo. Il Papu Gomez e Ilicic, da questo punto di vista, sono due elementi capaci di mettere in difficoltà chiunque, figuriamoci una squadra che deve necessariamente correre ai ripari.

L’arma della Lazio, dal canto suo, rimane la fase offensiva. Se è vero infatti che l’Atalanta è davvero forte, organizzata e capace di colpire chiunque, è anche vero che in difesa spesso lascia qualche spazio di troppo. Inzaghi dovrebbe partire con Milinkovic e Luis Alberto al fianco di Parolo, sostituto di Leiva, e con Caicedo a far coppia con Immobile. Una batteria importante che potrà poi contare, a gara in corso, su Correa, elemento capace di spaccare le partite e cambiarle.

Entrambe vogliono vincere, ma a ben vedere probabilmente ai biancocelesti, per ripartire, potrebbe anche far comodo un pareggio che allontanerebbe la Juve, ma permetterebbe alla Lazio di riprendere senza scossoni in vista di gare più agevoli con qualche elemento in più della rosa a disposizione. Dalla parte opposta i nerazzurri devono spingere per garantirsi, ancora una volta, la Champions, e dopo il rodaggio con il Sassuolo questa è la gara che a Bergamo aspettano, per riprendersi quello che, secondo loro, gli è stato tolto negli ultimi due confronti.

 

Ecco, quindi, come scenderanno in campo Atalanta e Lazio nella sfida più importante di questa giornata:

ATALANTA – LAZIO    Ore 21.45 (Sky)

ATALANTA:  (3-4-1-2): Gollini; Toloi, Palomino, Dijmsiti; Hateboer, De Roon, Freuler, Gosens; Gomez; Ilicic, Zapata. A disp.: Sportiello, Rossi, Caldara, Sutalo, Castagne, Czyborra, Tameze, Bellanova, Malinvsky, Muriel, Colley, Traore. All.: Gritti (Gasperini squalificato)

LAZIO  (3-5-1-1): Strakosha; Patric, Acerbi, Radu; Lazzari, Milinkovic-Savic, Parolo, Luis Alberto, Jony; Caicedo, Immobile. A disp.: Proto, Guerrieri, Armini, Bastos, Vavro, Falbo, Lukaku, Marusic, Cataldi, D. Anderson, Correa, Moro. All.: Inzaghi

Alessandro Grandoni

Tutti pronti, finalmente si riparte. La Serie A riprende e con essa la lotta per la conquista di questo scudetto che, sicuramente, rimarrà nella storia per le condizioni in cui si è giocato. Tre squadre, ad oggi, sono in lizza per la conquista del titolo, Juventus, Lazio e Inter, tutte con alcune certezze ed alcune incognite, alcuni vantaggi e svantaggi derivati dal cambio delle condizioni in cui terminerà questa stagione.

 

JUVENTUS: vantaggi e svantaggi della ripresa della Serie A

 

I bianconeri sono davanti a tutti, anche in virtù della vittoria, già a porte chiuse, ottenuta nell’ultima sfida buona di marzo contro l’Inter. Quel due a uno ha ridato alla Juve la testa della classifica e abbattuto l’Inter, ma in vista della ripresa qualcosa potrebbe essere cambiato. Le due sfide di Coppa Italia, contro Milan e Napoli, hanno dimostrato, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che questa non è la Juve di Allegri, capace di uccidere i campionati.

C’è qualche crepa, zero gol in 180 minuti e secondo trofeo della stagione sfumato dopo la SuperCoppa. Il sistema Sarri non sembra aver trovato terreno fertile tra i bianconeri, e questo può far sperare le altre, perché mai come quest’anno la Juventus sembra battibile, umana. Dal canto opposto, però, questa ripartenza ha tolto ai bianconeri l’assillo del dover pensare, contemporaneamente, a vincere l’ennesimo scudetto e a concentrarsi sulla Champions.

 

La formazione della Juventus

 

La massima manifestazione europea si giocherà dopo la fine della Serie A, rimandando quindi ad agosto l’ossessione bianconera, ed oltre a questo c’è anche l’aspetto della lunghezza delle rose a pesare in favore della squadra di Sarri, visto che giocando ogni 3 giorni sarà determinante avere ricambi adeguati. Da questo punto di vista la Juve è decisamente avanti a Lazio e Inter, ed in un minitorneo come sarà questo, potrebbe rivelarsi fondamentale.

 

LAZIO: vantaggi e svantaggi della ripresa della Serie A

 

I biancocelesti, prima della sosta, erano la sorpresa della stagione. Trovatisi li senza averlo come obiettivo iniziale, sono la squadra che dal punto di vista mentale è più tranquilla, nessuno gli aveva chiesto lo scudetto, come nessuno lo chiede ora, se lo gioca consapevole che il suo grande obiettivo, il rientro in Champions League, è stato già centrato da tempo (con 17 punti di vantaggio sulla quinta). La Lazio giocava, perché dobbiamo declinarlo al passato, vista la sosta di tre mesi, il miglior calcio, era la squadra più in forma ma, con la ripresa, qualcosa potrebbe cambiare, sia a livello fisico che a livello psicologico.

La rosa non è lunga, e questo lo si sapeva, ma giocando una gara a settimana, come era prima della pandemia, la Lazio aveva la possibilità di rifiatare, di poter impiegare quasi sempre lo stesso undici, di lavorare ogni settimana in funzione della gara successiva, e di dover fare poco ricorso alla sua panchina, non lunghissima. Con il nuovo calendario, che mette una gara ogni 3-4 giorni, tutto cambia.

La Lazio, necessariamente, dovrà far ricorso alla sua panchina, perché è impensabile giocare con gli stessi undici ogni partita. Oltre a questo si aggiunge qualche piccolo problema fisico che già leva ai biancocelesti alcune pedine fondamentali, su tutte Lulic, non ancora guarito dal problema alla caviglia, ma anche Luiz Felipe, al momento ai box ed in grande spolvero prima della sosta.

 

Luis Alberto e Correa si abbracciano

 

Quello che era il grande vantaggio della Lazio, avere solo il campionato di cui doversi preoccupare, di colpo non  c’è più, e questo non può non essere preso in considerazione.

Passando all’aspetto psicologico, ora la Lazio un po’ di pressione la avverte. E’ la società che ha spinto di più per la ripresa, era la più in forma prima della sosta, quando sembrava comunque li in testa in preda a una sorta di magia. Ora è diverso, tutti hanno metabolizzato la sua posizione e le sue giuste ambizioni, e ora tutti si aspettano, anche dalla Lazio, di giocare ogni gara per vincere e provare a cucirsi lo scudetto addosso.

Bisognerà vedere, cosi sotto pressione, come reagirà la squadra di Inzaghi, fino ad ora sempre scesa in campo con altre aspettative.

 

INTER: vantaggi e svantaggi della ripresa della Serie A

 

I nerazzurri, al momento, sono attardati, a 9 punti dai bianconeri ma con il recupero con la Sampdoria da dover giocare. Potrebbero essere sei le distanze dopo questa sfida, un gap grande ma non incolmabile con la Juve di quest’anno. Anche per quanto riguarda i nerazzurri, però, la ripresa porta con se incognite e speranze, vantaggi e svantaggi. I nerazzurri hanno già ripreso in Coppa Italia, e l’avvio non è stato dei migliori, con l’eliminazione consumata contro il Napoli. L’Inter ha giocato, ma non ha incantato, e per provare a dare l’assalto al titolo servirà ben altra convinzione.

Il vantaggio dei nerazzurri, però, ha due aspetti, uno fisico e uno psicologico. Dal punto di vista fisico, come per la Juve, l’Inter non avrà il problema di doversi preoccupare contemporaneamente di Campionato e Coppa, visto che l’Europa League è stata spostata al termine della stagione. Un vantaggio non da poco, che però come per la Lazio costringerà i nerazzurri anche a far parecchio ricorso alla propria panchina, più ricca di quella dei biancocelesti ma meno importante di quella dei bianconeri. Dal punto di vista psicologico i nerazzurri hanno avuto tempo per metabolizzare la sconfitta con la Juventus, che l’8 marzo sembrava aver detto la parola fine sullo scudetto nerazzurro.

 

Lukaku e Lautaro Martinez si abbracciano

 

La botta è stata assorbita, ed ora non ci si può aspettare un calo di testa dalla squadra di Conte, cosa che era invece pronosticabile tre mesi fa. Sempre dal punto di vista psicologico, però, c’è anche un aspetto da considerare: Lautaro Martinez. L’avevamo lasciato come un giocatore in rampa di lancio, voluto da tutti. Lo ritroviamo, in pratica, come un promesso sposo del Barcellona. C’è il serio rischio di vederlo, da qui alla fine, come un corpo estraneo alla formazione nerazzurra, lui che è stato fondamentale, insieme a Lukaku, per portare i nerazzurri ad un grande livello di competitività.

Chi per un verso, chi per l’altro, quindi, ci sono vantaggi e svantaggi in questa ripresa, tutto è ancora in discussione e sarà curioso vedere come questi tre mesi abbiano cambiato o meno, le sorti di un torneo che, in ogni caso, resterà nella storia.

Alessandro Grandoni

Paolo Futre, la Joya portoghese, il più grande interprete del calcio lusitano nella seconda metà degli anni ottanta e nella prima degli anni novanta. Talento cristallino, un sinistro che parlava, per molti la versione portoghese del dieci argentino che in quegli anni vinceva a Napoli e con la Selecion e che risponde al nome di Diego Armando Maradona.

Una carriera probabilmente non all’altezza delle sue grandissime doti, ma in quei sette anni, dal 1987 al 1993, Paolo Futre è stato uno dei maggiori interpreti di questo sport. E’ un 10 classico ma al tempo stesso moderno, classe e talento abbinati ad una velocità di pensiero ed esecuzione non comuni all’epoca, se non guardiamo, appunto, il 10 dei partenopei.

 

La carriera di Paolo Futre con Porto, Atletico Madrid e Reggiana

 

La storia di Futre parte da Lisbona, dove Paolo inizia a giocare con lo Sporting e dove fa il suo esordio nel calcio professionistico portoghese nella stagione 1983-84 (il 22 settembre 1983 c’è anche l’esordio con la Nazionale in un Finlandia – Portogallo ad Helsinki).

Ventuno presenze e 3 reti alla prima apparizione in A, non male per un neofita della categoria. La sua classe non passa inosservata ed il Porto, il maggior interprete in quel momento in Portogallo, non si fa scappare l’occasione. Con il Porto Paolo Futre viene di fatto incoronato come uno dei più grandi talenti del suo tempo.

 

Paolo Futre con la maglia del Porto
Paolo Futre con la maglia del Porto

Tre stagioni in maglia biancoblù ed un palmares che parla da solo: 81 presenze e 25 gol, due titoli nazionali, due coppe nazionali, una Coppa dei Campioni e per due volte il premio come miglior giocatore dell’anno in Portogallo. Senza contare, poi, il secondo posto nel 1987 nella corsa al Pallone d’Oro, vinto da Ruud Gullit, su cui Futre continuerà a discutere fino ai giorni nostri, accusando Berlusconi di avergli soffiato quel titolo.

 

Paolo Futre: i gol e le migliori giocate con la maglia del Porto

 

Il 1987 è anche l’anno della Coppa dei Campioni, l’odierna Champions, per il Porto che dovrà aspettare l’arrivo di Josè Mourinho per tornare sul gradino più alto d’Europa. La finale contro il Bayern è l’incoronazione per Futre, il numero dieci portoghese incanta, semina avversari come birilli e mette il suo marchio su quella vittoria, con classe e talento. Il pallone d’oro di quell’anno non poteva che andare a lui, ma la storia purtroppo dice altro.

 

1987: Bayern Monaco - Porto, il video della finale Coppa dei Campioni

 

Dopo tre stagioni al Porto Futre passa all’Atletico Madrid, che di dieci portoghesi se ne intende e che ora spera che Joao Felix possa ripercorrere le sue gesta. Undici miliardi, non pochi per l’epoca, con il Presidente Jesùs Gil che si porta a casa il più grande talento dell’epoca.  All’Atletico passa sei anni, non pochi, anche se dal punto di vista della squadra non arrivano i successi dell’epoca portoghese. Nella storia, però, rimane un derby giocato contro il Real del Buitre e di Hugo Sanchez, un 4-0 con la sua firma (un gol e due assist), una gara ancora ricordata da tutti i tifosi dei colchoneros.

 

Paolo Futre - Le migliori giocate e i gol con la maglia dell'Atletico Madrid

 

La carriera di Futre all’Atletico viene però ricordata anche e soprattutto per la Copa del Rey del 1992, dove il dieci lusitano contribuisce in maniera decisiva alla vittoria dell’Atletico Madrid. Due a zero al Real ma parliamo, probabilmente, dell’ultimo vero colpo del fantasista. Già in difficoltà per i continui infortuni, Futre non sarà ma più lo stesso giocatore.

Dopo una breve apparizione in patria con il Benfica e in Francia, con la maglia dell’Olympique di Voeller e Stojkovic, nel 1993 viene acquistato dalla Reggiana, formazione provinciale italiano che punta sulla sua resurrezione. L’esordio, in realtà, è da brividi. Si gioca Reggiana – Cremonese, Futre prende palla in area sulla destra, converge al centro, salta un giocatore come un birillo e mette in rete. Potrebbe essere tornato lui, ma nella stessa gara Pedroni decide che non sarà così, entra duro, viene espulso, e per Futre la stagione è già finita. In quell’anno giocherà una sola gara, e si rivedrà nella stagione successiva, con la Reggiana che retrocede in B e lui che disputa 12 gare con 4 reti all’attivo.

 

Paolo Futre - Il video con i 5 gol con la maglia della Reggiana

 

Berlusconi, accusato di avergli portato via un pallone d’Oro, vuole scommetterci ancora e nel 1995-96 nel suo Milan con Baggio, Savicevic, Van Basten (che però non giocherà) e Weah, inserisce anche il talento portoghese. Gli infortuni al ginocchio, però, non lo faranno quasi mai vedere, scenderà in campo nel finale di stagione con lo scudetto già vinto nel 7-1 rifilato alla Cremonese.

Da lì in avanti Futre non sarà più il talento ammirato, girovaga tra Inghilterra (West Ham), Spagna (con un ritorno all’Atletico nel 1997) e Giappone.

 

Paolo Futre con la maglia della Reggiana
Paolo Futre con la maglia della Reggiana

In Nazionale, seppur con un esordio da giovanissimo, non riuscirà quasi mai a lasciare il suo marchio. Con il Portogallo gioca in tutto 41 gare mettendo a segno 6 reti.

Paolo Futre non resta quindi negli almanacchi come uno dei più grandi della storia, la poca continuità e gli infortuni gli impediscono di stare al tavolo con le grandissime stella, ma un tecnico, portoghese, che di calcio se ne intende dice:

Per me rimane uno dei migliori giocatori che abbia mai visto giocare in 30 anni di carriera.” (José Mourinho)

Tra Eusebio e CR7, quindi, non ci sono solo Rui Costa e Deco. Il calcio portoghese, per tutti, è stato anche Jorge Paulo Dos Santos Futre.

Alessandro Grandoni

E’ la stagione della svolta, per la Serie A. Il campionato 1986-87 resta alla storia come il primo scudetto del Napoli ma anche come il primo vinto da una formazione del Sud. A quel campionato le squadre che vivono al di sotto di Roma e che partecipano alla Serie A sono solo due, Napoli e Avellino, e la formazione di Maradona riesce nell’impresa di aggiudicarsi il torneo battendo in volata Juventus e Inter.

Stagione 1986-87: il calciomercato e la rosa del Napoli

Ma andiamo con ordine. E’ il torneo del dopo Messico 86, il campionato del mondo che ha incoronato Diego Armando Maradona come il giocatore più forte del mondo, quello capace di vincere, quasi da solo, un titolo mondiale. Il Napoli, quindi, parte come una delle grandi favorite ma sono diverse le novità di quella stagione. La prima, anche per l’importanza che rivestirà in futuro, è l’arrivo come presidente del Milan di Silvio Berlusconi, che si presenta per l’occasione portando in dote dal calciomercato Giovanni Galli, Galderisi, Massaro e Donadoni, strappato alla concorrenza della Juventus dall’Atalanta per la cifra di 11 miliardi (con Liedholm in panchina). La Juventus divorzia dal Trap, che passa all’Inter con l’arrivo in nerazzurro di Daniel Passarella, la Fiorentina punta su Diaz e Di Chiara, la Samp sposa il progetto con Vujadin Boskov mentre la Roma prova a ringiovanirsi rispetto al passato.

Il Napoli viene dall’ottimo terzo posto della passata stagione, resta con Ottavio Bianchi in panchina ed aggiunge qualche pezzo importante in sede di mercato. Su tutti spiccano, per l’importanza che rivestiranno, gli arrivi del centrocampista Fernando De Napoli, dall’Avellino, e dell’attaccante Andrea Carvevale dall’Udinese.

 

Maradona, De Napoli e Carnevale all'inizio della stagione 1986-87
Maradona con i due nuovi acquisti, De Napoli e Carnevale, all'inizio della stagione 1986-87

Il Napoli che si presenta ai nastri di partenza è una squadra che schiera Garella in porta, in difesa ci sono Bruscolotti, Ferrario, Renica ed un giovanissimo Ciro Ferrara, a centrocampo Romano è affiancato da De Napoli e Salvatore Bagni, con l’estro di Diego Armando Maradona al servizio di due cannonieri importanti come Bruno Giordano, ex simbolo della Lazio, e Andrea Carnevale. Un ruolo importante, per l’esito del torneo, lo svolgeranno anche Volpecina, Caffarelli, Sola e Muro, con Raimondo Marino, Vigliardi e Di Fusco a fare piccoli apparizioni. La partenza è da urlo, uno a zero al Brescia con un super gol , neanche a dirlo, di Diego, che scarta tutti e mette il pallone sul secondo palo.

Campionato 1986-87: il cammino del Napoli Campione d'Italia

I partenopei però non prendono subito il largo, Milan e Inter inciampano, ma anche gli azzurri regalano qualcosa a Udinese (1-1 in casa) e Avellino (0-0). Maradona, però, è sui giornali anche per le vicende che riguardano la sua vita privata, il secondo figlio dalla moglie Claudia, ma anche quello che Cristina Sinagra chiama Diego Armando Junior, e che il Pibe de Oro non riconosce. Maradona non vuole parlare più con nessuno, minaccia di lasciare tutti, Napoli trema, ma intanto continua ad ammirare la sua classe, lo coccola, e lo fa suo. Il Napoli batte il Torino per tre a uno e la Samp per due a uno in trasferta.

I partenopei, nonostante un rigore di Maradona, non riescono a superare l’Atalanta al San Paolo ma sono le successive tre gare a fare del Napoli la candidata più accreditata per la conquista dello scudetto. A fine ottobre gli azzurri sono di scena a Roma, contro i giallorossi di Eriksson, ed è proprio un gol di Maradona a decidere la sfida. Sette giorni più tardi il Napoli gioca in casa dell’Inter di  Trapattoni, finisce zero a zero, ma è la gara seguente a fare la storia del campionato.

La Juve passa in vantaggio con Laudrup nella ripresa, ma il Napoli reagisce e nel giro di diciassette minuti, dal 73’ al 90’, ribalta il risultato vincendo alla fine per tre a uno con le reti di Ferrario, Giordano e Volpecina. E’ la vittoria che lancia il Napoli in testa alla classifica, una posizione che non lascerà più.

 

Campionato 1986-87: Juventus - Napoli 1-3

 

La squadra di Ottavio Bianchi è lanciata, vince 4-0 in casa con l’Empoli (doppietta di Carnevale, gol di Maradona e Bagni), pareggio zero a zero con Verona e Milan, a san siro, e vince in casa per due a uno con il Como con la doppietta di Caffarelli. Sembra il preludio ad una volata storica ma il 4 Gennaio 1987, a Firenze, gli azzurri cadono. Non basta Maradona, i viola con Diaz, Antognoni e Monelli riassestano il Napoli.

Sarà una sconfitta salutare. La squadra di Bianchi torna a essere una squadra imbattibile, e tra l’11 gennaio ed il 22 febbraio, in cinque gare, mette in fila cinque vittorie con 12 gol fatti e uno solo subito. E’ soprattutto la vittoria sul Torino, in trasferta, con la rete di Giordano all’84’ a dare al Napoli la convinzione che può davvero essere l’anno dello scudetto.

Le altre stentano, nella Juventus Platini sembra il lontano parente del calciatore ammirato nelle stagioni passate, il Milan di Berlusconi è ancora troppo acerbo, l’Inter di Trapattoni è solida, ma sembra mancare quel pizzico di imprevedibilità che Maradona garantisce al Napoli, mentre la Roma di Eriksson gioca bene ma manca in continuità. Il Napoli viaggia a vele spiegare fino al 15 marzo, quando in casa proprio contro la Roma i partenopei non riescono a sfondare il muro giallorosso, finisce zero a zero e sette giorni dopo per Carnevale e compagni c’è la trasferta in casa dell’Inter.  Il 22 marzo del 1987 il Napoli, però, si trova di fronte un super Walter Zenga, che dimostra di essere probabilmente il miglior portiere d’Europa in quel momento. Vince l’Inter uno a zero nel finale con il gol di Bergomi, la Roma sale e va a -3 ma il Napoli è duro a morire.

Una settimana dopo, al San Paolo, arriva la Juventus e la squadra di Maradona, per la seconda volta in stagione, fa capire chi è il più forte. Renica porta avanti i suoi, Serena pareggia a inizio ripresa, ma otto minuti più tardi ci pensa Romano, una delle anime della squadra, a siglare il definitivo 2-1. E’ un Napoli che va ancora a corrente alternata, che vince le grandi sfide ma si perde nei campi delle cosiddette provinciali. A Empoli, contro la neopromossa di Salvemini, alla prima apparizione in A, finisce 0-0, mentre sette giorni dopo il Verona mostra ancora lampi di grande squadra. Maradona e i suoi cadono per tre a zero sotto i colpi di Pacione, Elkjaer e l’autogol di Renica.

L’Inter di Tarapattoni non molla, vince ad Avellino e torna a soli due punti dalla capolista. A questo punto mancano quattro giornate alla fine, serve un colpo di classe, ed i partenopei lo mettono a segno il 26 Aprile. Al San Paolo arriva il Milan, che pochi giorni prima ha liquidato Liedholm e ha affidato temporaneamente la panchina a Fabio Capello per le ultime giornate.  Lo stadio è una bolgia, Maradona sale in cattedra e sigla uno dei suoi gol più belli, aggancio in area, tocco di sinistro a saltare il portiere e palla depositata in fondo al sacco, è il raddoppio dopo il vantaggio di Carnevale, il Milan nel finale segna con Virdis, che alla fine sarà capocannoniere, ma termina due a uno. L’Inter, però, non si arrende, con un gol di Ciocci vince con la Fiorentina e resta li, ad un passo.

 

Campionato 1986-87: Napoli - Milan 2-1

 

La squadra di Bianchi, pur prima in classifica, sembra aver perso un po’ di quella brillantezza invernale, il 3 maggio a Como arriva un pareggio per uno a uno in rimonta, dopo l’iniziale vantaggio di Giunta ed il pari di Carnevale, ma il risultato più importante matura ad Ascoli. I bianconeri del patron Costantino Rozzi battono l’Inter, portando cosi a +3 il vantaggio dei partenopei a due giornate dal termine. Al Napoli basta un pari contro la Fiorentina per vincere uno storico scudetto, con l’Inter impegnata contro l’Atalanta. E’ il 10 Maggio 1987, è il giorno più lungo per tutti i napoletani. In un San Paolo colpo, con 95.000 spettatori, il Napoli passa a condurre con Carnevale ma nel finale del primo tempo è Baggio, su calcio di punizione, a rimettere tutto in discussione. A Bergamo l’Inter va sotto con un autogol di Passarella, la ripresa va avanti con il fiato sospeso ma alla fine, alle 17.42 del 10 Maggio del 1987, il Napoli è Campione d’Italia.

 

Campionato 1986-87: Napoli - Fiorentina 1-1

 

Per la prima volta il Napoli è sul tetto d’Italia, una squadra del Sud vince uno scudetto, è una rivoluzione. Il Napoli vince contro tutti, contro le squadre del Nord, e Maradona, dopo aver portato l’Argentina sul tetto del mondo, riesce nell’impresa di portare Napoli sul gradino più alto d’Italia. L’ultima giornata vedrà il Napoli giocare ad Ascoli e pareggiare uno a uno, quel che conta è stato già fatto. Ma il Napoli  e Diego non sono ancora sazi. Gli azzurri corrono anche in Coppa Italia, e dopo aver fatto fuori nelle eliminatorie Brescia, Bologna e Cagliari, a Giugno sfidano l’Atalanta per la conquista del trofeo. Si decide tutto all’andata, il Napoli vince 3-0 con i gol di Renica, Muro e Bagni, a Bergamo ci mette la firma Giordano per un double storico.

La stagione 1986-87, in Italia, è indissolubilmente legate al nome del Napoli e di Diego Maradona, è la stagione che consegna alla storia una squadra di cuore, grinta e talento, capace di battere le grandi del passato e instillare l’idea che anche nel calcio, il Sud, può alzare la voce.

Alessandro Grandoni

Stagione 1986-87: TI AMO CAMPIONATO (immagini e commenti Rai), la sintesi di tutta la stagione