Lazio – Fiorentina è stata una gara strana, una partita che poteva davvero finire in qualsiasi modo, e che alla fine forse ha premiato semplicemente la squadra più cinica, quella capace, anche con furbizia, di prendersi quello che le serviva in questo momento. Iachini l’aveva preparata bene, anzi benissimo. Le due squadre si sono presentate in campo in maniera speculare, 3-5-2 con la l’unica differenza rappresentata da una parte da Ribery e dall’altra da Caicedo, più di raccordo il primo, seconda punta il secondo.

A far la differenza, soprattutto nel primo tempo, sono stati i mancati automatismi in casa biancoceleste. La Lazio, prima di qualche titolare di troppo, si è infatti sistemata con Patric sul centro destra, Acerbi a centro e Bastos sul centro sinistra, con Parolo a fare da schermo davanti alla difesa. Una sistemazione inedita per la squadra biancoceleste, che ne ha risentito enormemente dal punto di vista della fluidità della manovra. Se Patric, sulla destra, palla al piede è al livello di Ramos, lo stesso non si può dire dalla parte opposta. Bastos, destro naturale, a sinistra fa fatica, sia in marcatura, sia soprattutto in fase di proposizione. La mossa di Inzaghi per ovviare a questa situazione portava Luis Alberto ad abbassarsi fino alla linea di difesa, lasciando Bastos libero di partire a sinistra, ma con la conseguenza di iniziare a far gioco da troppo lontano e di non avere, poi, quel cambio di passo e quella qualità che può dare lo spagnolo nella zona decisiva del campo. Quando il pallone, poi, andava a sinistra, la coppia Bastos – Jony non garantisce ne qualità ne fluidità. Le cose sono andate meglio dalla parte opposta, ed infatti la Lazio soprattutto in avvio ha cercato con insistenza Lazzari che, a parte qualche spunto, non ha fornito però la solita qualità nell’ultimo passaggio.

Dicevamo della preparazione di Iachini, impeccabile. La Fiorentina si muoveva all’unisono, stretta in difesa, soprattutto per vie centrali, quasi mai lasciate ai biancocelesti, con i viola che prediligevano lasciare la Lazio giocare sugli esterni dove, obiettivamente, potevano arrivare meno pericoli. Caicedo e Immobile, nel primo tempo, non sono quasi mai riusciti a liberarsi, cosi come Milinkovic e Luis Alberto. Dal punto di vista offensivo, invece, i viola andavano spesso a giocare dietro a Parolo con Ribery, un maestro in tal senso, e soprattutto ripartivano forte quando i biancocelesti perdevano palla e si ritrovavano a difendere con i soli tre centrali. Il gol è arrivato da sinistra, ma più che un discorso tattico qui c’è di mezzo l’eccelsa qualità di un giocatore che alla sua età dal punto di vista tecnico non ha eguali. Dribbling, tranquillità e serenità, capacità di operare sempre la scelta migliore al momento giusto, fino a quando la condizione l’ha supportato, Ribery è stato l’autentico padrone del campo. Una volta in svantaggio la Lazio non ha cambiato spartito, ha provato ad accelerare le giocate, a mettere maggiore intensità, ma con scarsi risultati.

 

SERIE A: Lazio - Fiorentina 2-1 - VIDEO

 

Quello che era emerso a Bergamo dal trentesimo in poi, si è in parte rivisto. La Lazio è una squadra che, se gira a mille e con tutti i suoi migliori interpreti in campo, è in grado davvero di battere chiunque, ma nel lungo periodo e con qualche infortunio di troppo, torna una formazione nei ranghi che deve faticare terribilmente per riuscire a portare a casa una vittoria. Nella ripresa Inzaghi ha capito che questa era probabilmente la gara decisiva per il proseguo del campionato della Lazio, e ha rischiato i suoi big in panchina pur di venirne a capo. L’inserimento di Radu al posto di Bastos ha ridato una certa fluidità di manovra, con un sinistro naturale ad iniziare il gioco da quella parte. Gli interscambi con Luis Alberto sono andati decisamente meglio, anche se in difesa la Lazio ha continuato a rischiare, in più di un’occasione, di subire il due a zero dei viola. Come spesso accade in queste occasioni serve un episodio, ed il rigore trovato da Caicedo è stato proprio questo, in una serata che sembrava stregata. Sul penalty si può discutere, probabilmente l’attaccante trascina la gamba ben prima dell’impatto.  Immobile, con una calma olimpica, ha rimesso i biancocelesti in corsa, il resto a quel punto è sembrata una logica conseguenza.

La Fiorentina, fino a quel momento perfetta, si è un po’ disunita, non riuscendo più a difendere con l’ordine mostrato in precedenza. La Lazio, più con il carattere che con la qualità delle giocate, ha provato il tutto per tutto ed anche qui era chiaro che solo una giocata di un campione avrebbe potuto risollevare le sorti dell’incontro. Luis Alberto, dall’ingresso di Correa in campo, ha trovato spazi e nuova linfa. L’argentino, infatti, ha il pregio di potersi spesso sostituire allo spagnolo nel venire indietro a far gioco, cosa che non può fare Caicedo, dando cosi la possibilità al dieci laziale di trovare maggiore campo in avanti. Proprio in una di queste situazione Luis Alberto di ha messo del suo, con qualità e con cattiveria, andandosi letteralmente a prendere il gol del due a uno.

La Lazio alla fine ha vinto, ma è chiaro che se i biancocelesti vorranno continuare a dar fastidio alla Juventus e tenere a distanza l’Inter, occorrerà riprendere il gioco e la brillantezza dei momenti migliori. Il calendario, da questo punto di vista, potrebbe dare una mano ai biancocelesti che dopo una difficile ripartenza, con Atalanta e Fiorentina, nella prossime cinque gare avranno delle sfide abbordabili, con l’unico big-match rappresentato dalla gara interna di sabato prossimo con il Milan.

Per la Fiorentina, alla ricerca di continuità e  di una vittoria, una battuta d’arresto immeritata per quanto fatto vedere in campo, la squadra sta crescendo ma occorre abbinare, alla qualità e alla voglia, anche quel pizzico di cinismo e di esperienza che, in partite come queste, possono fare la differenza.

Alessandro Grandoni

Non c’era modo migliore per ripartire di vedere la sfida tra Atalanta e Lazio, probabilmente le due formazioni più belle che si siano apprezzate nel 2019-20. Due squadre diverse ma anche con caratteristiche comuni, due formazioni che negli ultimi anni si sono spesso affrontate con gli stessi obiettivi, cosa forse impensabile fino a qualche anno fa. Arrivano a questo confronto, però, con due modalità diverse, che potrebbero fare tutta la differenza, ma andiamo prima a vedere la storia recente. Lazio e Atalanta si sono date battaglia, nelle ultime due stagioni, anche per la Champions League, con i bergamaschi che nella scorsa stagione sono riusciti a prevalere, dimostrando una migliore continuità.

Una sfida, tra i nerazzurri e i biancocelesti, che si è riaccesa con la finale di Coppa Italia dello scorso anno. La Lazio era favorita, per tradizione, l’Atalanta sembrava essere più in forma, più competitiva. Ne è uscito un match equilibrato, teso, sbloccato nel finale da Milinkovic Savic e poi chiuso da Correa, due fuoriclasse che hanno fatto la differenza, ma quella finale non è finita li. Gasperini non le ha mandate a dire, protestando per l’arbitraggio, accendendo una polemica che non si è spenta ma, anzi, è diventata ancora più presente in questa stagione.

Finale Coppa Italia: Atalanta - Lazio 0-2

 

Lazio – Atalanta del girone di andata, infatti, è stata per la formazione di Inzaghi la gara della svolta.

Poteva, doveva essere quella del tracollo, addirittura di un possibile cambio in panchina, visto il primo tempo. Lazio sotto tre a zero in casa, ma soprattutto incapace di reagire, di contrastare l’Atalanta che sembrava essersi trasformata nel Real Madrid impegnato nella partitella infrasettimanale. Al ritorno in campo, dopo l’intervallo, cambia tutto. La Lazio spinge e prova il tutto per tutto, i nerazzurri gestiscono, i biancocelesti rientrano nel match a sorpresa, al 66’, con un rigore di Immobile, chiaramente contestato dal Gasp, dopo la rete passano 4 minuti e Correa replica quanto fatto nella finale, 2-3 e tutto in discussione fino al 93’, quando ancora su rigore Immobile sigla il 3-3 finale. Altra gara e altre polemiche di Gasperini. Da qui in avanti, Atalanta – Lazio non è più una sfida come le altre, è una gara che l’Atalanta vuole per vendicare un torto che pensa di aver subito, la Lazio dal canto suo sa che questa è probabilmente la gara più difficile, insieme alla trasferta a Torino con la Juve, del suo campionato.

 

Serie A: Lazio - Atalanta 3-3

 

I tre mesi di blocco, però, hanno consegnato un match con diversi cambiamenti rispetto a quello che era stato preventivato. L’Atalanta, infatti, non ha l’impegno extra campionato della Champions a poterla distrarre, si deve occupare solo di questa competizione, e qualche problema fisico potrebbe accusarlo, alla lunga. La Lazio, però, non sta certo meglio da quel punto di vista. I biancocelesti sono arrivati fin qui potendo quasi sempre contare sulla stessa intelaiatura, con qualche piccola variazione di volta in volta. La squadra che però Inzaghi deve mandare in campo questa volta sembra un inedito assoluto. Gli mancano, infatti, almeno 3 titolari di un certo spessore. Luiz Felipe in difesa, Lulic sulla sinistra e Lucas Leiva al centro, non certo tre elementi qualunque per la sua Lazio. Dalla cintola in su ci sono tutti i migliori, ma i problemi ci saranno, necessariamente.

Dalla parte opposta l’Atalanta si presenta nelle migliori condizioni, eccezion fatta per Pasalic, squalificato. Dal punto di vista tattico le sue squadre giocano in maniera simile, anche se non speculare. La battaglia principale sarà sulle corsie esterne, fondamentali nei moduli di Gasperini e Inzaghi. I nerazzurri schierano Hateboer e Gosens, le migliori sorprese della stagione, hanno qualità e sicurezza. Dalla parte opposta la Lazio è soprattutto sulla sinistra che rischia. La mancanza di Lulic, infatti, è spesso sottovalutata dai non addetti ai lavori, ma parliamo di un giocatore in grado di fare le due fasi con una buona qualità, con corsa, con carattere. Inzaghi non può neanche contare su Marusic, il giocatore su cui si era pensato di insistere da quella parte, ed è costretto a giocarsi, ancora una volta, la carta Jony. Lo spagnolo è migliorato, anche dal punto di vista tattico, ma potrebbe soffrire l’irruenza, l’intraprendenza di Hateboer, un giocatore in grado di fare davvero la differenza. L’altro grande problema per i biancocelesti sarà rappresentato dalla zona di destra della difesa. Ci sarà probabilmente Patric al posto di Luiz Felipe, che in questa stagione si è già dimostrato all’altezza, ma è chiaro che cede qualcosa dal punto di vista difensivo. Facile che Gasperini possa cercare di mettere in difficoltà proprio li la Lazio, visto che a dargli manforte, sulla destra, ci sarà Lazzari, ottimo in attacco ma chiaramente meno propenso al lavoro difensivo. Il Papu Gomez e Ilicic, da questo punto di vista, sono due elementi capaci di mettere in difficoltà chiunque, figuriamoci una squadra che deve necessariamente correre ai ripari.

L’arma della Lazio, dal canto suo, rimane la fase offensiva. Se è vero infatti che l’Atalanta è davvero forte, organizzata e capace di colpire chiunque, è anche vero che in difesa spesso lascia qualche spazio di troppo. Inzaghi dovrebbe partire con Milinkovic e Luis Alberto al fianco di Parolo, sostituto di Leiva, e con Caicedo a far coppia con Immobile. Una batteria importante che potrà poi contare, a gara in corso, su Correa, elemento capace di spaccare le partite e cambiarle.

Entrambe vogliono vincere, ma a ben vedere probabilmente ai biancocelesti, per ripartire, potrebbe anche far comodo un pareggio che allontanerebbe la Juve, ma permetterebbe alla Lazio di riprendere senza scossoni in vista di gare più agevoli con qualche elemento in più della rosa a disposizione. Dalla parte opposta i nerazzurri devono spingere per garantirsi, ancora una volta, la Champions, e dopo il rodaggio con il Sassuolo questa è la gara che a Bergamo aspettano, per riprendersi quello che, secondo loro, gli è stato tolto negli ultimi due confronti.

 

Ecco, quindi, come scenderanno in campo Atalanta e Lazio nella sfida più importante di questa giornata:

ATALANTA – LAZIO    Ore 21.45 (Sky)

ATALANTA:  (3-4-1-2): Gollini; Toloi, Palomino, Dijmsiti; Hateboer, De Roon, Freuler, Gosens; Gomez; Ilicic, Zapata. A disp.: Sportiello, Rossi, Caldara, Sutalo, Castagne, Czyborra, Tameze, Bellanova, Malinvsky, Muriel, Colley, Traore. All.: Gritti (Gasperini squalificato)

LAZIO  (3-5-1-1): Strakosha; Patric, Acerbi, Radu; Lazzari, Milinkovic-Savic, Parolo, Luis Alberto, Jony; Caicedo, Immobile. A disp.: Proto, Guerrieri, Armini, Bastos, Vavro, Falbo, Lukaku, Marusic, Cataldi, D. Anderson, Correa, Moro. All.: Inzaghi

Alessandro Grandoni

Nella nostra storia sulla prima vita di Paul Gascoigne, lo avevamo lasciato, infortunato, dopo la finale di Fa Cup tra Tottenham e Nottingham Forest. La Lazio di Calleri prima e di Cragnotti poi, lo avevano indicato come l'uomo della svolta. Nonostante i problemi fisici, la Lazio non si tirò indietro, e questo fu sempre riconosciuto da Gascoigne. Per la cifra record per l’epoca di 8,5 milioni di sterline, i biancocelesti si accaparrarono quello che, a tutti gli effetti, sembrava un vero crack di mercato. Era il giocatore di maggior talento dell’Inghilterra, ed era anche un personaggio, uno capace di far parlare sempre di se.

 

Paul Gascoigne arriva alla Lazio: estate 1992

 

La gente lo amava ancora prima di vederlo all’opera, al suo arrivo a Roma migliaia di persone lo accolsero a Fiumicino, segno tangibile dell’amore incondizionato che la gente laziale aveva deciso di riservargli.

 

 

Gazza tornava quindi in Italia, nel paese dove aveva vissuto il suo miglior momento calcistico, quel mondiale che lo aveva visto protagonista e che lo aveva fatto conoscere al mondo intero. I postumi dell’infortunio, però, erano ancora presenti, nonostante un anno di stop, infatti, a Gazza servì qualche settimana in più per rimettersi in paro con i compagni, e l’esordio avvenne in una notte di settembre, quando venne organizzata un’amichevole contro il suo Tottenham all’Olimpico. Pochi minuti di gioco ed arriva il gol, proprio di Gazza, sotto misura, la corsa sotto la curva, la gioia ritrovata. Paul è tornato, e ora la sua avventura può davvero iniziare. Il gol e la voglia di vederlo in campo spinse il tecnico dell’epoca, Dino Zoff, a buttarlo nella mischia nella sfida casalinga contro il Genoa, terminata zero a zero. Qualche lampo di classe ma anche apprensione, per una botta al ginocchio poi rivelatasi di poco conto. Gazza resta in campo un tempo, ma da quel giorno si prende la Lazio. La settimana seguente è ancora titolare, contro il Parma, duetta con Signori e la Lazio vince 5-2. La forma dell’inglese pian piano diventa sempre più accettabile, anche se spesso non riesce a finire le partite.

 

Paul Gascoigne con la maglia della Lazio
Paul Gascoigne con la maglia della Lazio

 

Lui è un personaggio, in Inghilterra iniziano a seguire la Serie A come non avevano mai fatto, Gazza rimane sempre lui, e fa parlare spesso anche per i tuoi atteggiamenti fuori dal campo, enfatizzati da una città come Roma, dalla lontananza con le sue origini, tenute strette solo dalla presenza della moglie Sheryl e dell’amico di sempre Jimmy Cinquepancie. Il primo anno di Gascoigne alla Lazio, però, è il migliore. A novembre si gioca il derby, e Gazza da quel giorno resterà per sempre nel ricordo di tutti. La Lazio sotto per uno a zero per il gol di Giannini, a quattro minuti dal termine Signori calcia una punizione in area, Gascoigne è in campo, e già questa è una notizia, sale in cielo di testa, beffa Cervone e corre impazzito sotto la Nord. Piange al suo ritorno verso il centrocampo, è entrato nella storia, ha fatto quello che i tifosi gli avevano sempre chiesto, un gol nel derby, che rimarrà eterno.

Paul Gascoigne: dribbling e gol con la Lazio

 

Gazza la settimana seguente, a Pescara, segna il più bel gol della sua esperienza alla Lazio, salta tre giocatori come birilli e spedisce la sfera in fondo al sacco (dichiarerà, anni dopo, che quella partita la giocò da ubriaco). La sua stagione ha poi un passaggio a vuoto, la condizione inizia a latitare, lui si lascia un po’ andare, e Zoff lo tiene fuori nella sfida con la Juventus, lui alle domande dei giornalisti risponde con un ruttino, che fa andare su tutte le furie il patron Cragnotti. Multa di 20 milioni, discorso, e dopo 4 giorni Gascoigne gioca la miglior partita mai vista in maglia laziale, contro il Torino in Coppa Italia. La Lazio pareggerà 2-2, ma il primo tempo di Gascoigne è qualcosa che si vede raramente su un campo di calcio. Tra alti e bassi Gazza gioca molte partite, segna ancora contro il Milan in casa e con l’Atalanta in trasferta con un gran colpo di testa, è protagonista fino alla fine in una stagione in cui la Lazio centra il quinto posto e torna in Europa, con la qualificazione in Uefa, dopo sedici anni dalla sua ultima apparizione. Gazza è la star di quella squadra, ma quella sarà anche la sua miglior performance in Italia.

L’anno seguente, il 1993-94, Gazza si presenta in ritiro con i capelli lunghi e il codino, frutto di un extension fattosi fare in Inghilterra. Parte un po’ a rilento ma con il passare delle giornate è sempre più protagonista e raggiunge il suo apice nella vittoria casalinga contro la Juventus per 3-1, dove segna, e nel 4-0 casalingo con il Cagliari, quando inventa una punizione magica da distanza impossibile, prima di festeggiare fingendosi una statua. Qualche acciacco di troppo, anche per via di un brutto colpo ricevuto in un derby, lo porta a non essere sempre convocato, ma prima della fine della stagione arriva un altro colpo basso. Nel corso di un allenamento Gazza entra in takle su un giovanissimo Alessandro Nesta, l’inglese rimane a terra dolorante, tra lo sconforto di tutti: rottura di tibia e perone, stagione finita e un altro grande infortunio da dover gestire. Qui si rompe qualcosa, a Roma arriva Zeman al posto di Zoff, la convivenza con l’inglese, per un uomo di schemi, appare subito difficilissima.

Gazza ci mette quasi un anno a riprendersi, e ad Aprile 1995 torna in campo, in una gara casalinga con la Reggiana. Gioca discretamente, scenderà in campo ancora una volta, ma sembra chiaro che la sua esperienza a Roma sia giunta al termine, chiuso da un gioco che non ammette colpi di fantasia, ed anche da una vita privata che mette sempre più alla berlina di tutti i suoi atteggiamenti. L’addio che si consuma dalla Lazio è un addio silenzioso, non roboante come il suo arrivo. Qualche squadra inglese lo cerca, ma lui compie una scelta diversa, e sarà ripagato per questo. Decide di andarsene in Scozia, dove ci sono i Glasgow Rangers pronti a celebrarlo e farne il centro del loro progetto tecnico. Walter Smith, tecnico dei Rangers, lo vuole e mai scelta fu più azzeccata.

 

Paul Gascoigne, dalla Lazio ai Glasgow Rangers

 

Gascoigne è tutt’altro che finito, e nella stagione 1995-96 gioca probabilmente il suo miglior calcio, equiparabile a quello del 1990. Con gli scozzesi si trova a meraviglia, gioca un campionato fantastico e mette a segno ben 19 gol in una stagione, contribuendo in maniera decisiva alla vittoria del titolo. Con queste premesse Gazza si riprende anche la Nazionale, che in quell’estate ospita gli Europei di Calcio.

 

Paul Gascoigne con la maglia dei Rangers Glasgow
Paul Gascoigne con la maglia dei Rangers Glasgow

Dopo sei anni da Italia ’90, Gascoigne è ancora il protagonista del suo paese. Non gioca un Europeo strabiliante, ma segna un gol che rimane nella storia proprio contro la Scozia, con un’esultanza che ancora oggi è un’icona.

 

Paul Gascoigne: il gol in Inghilterra - Scozia

L’Inghilterra perderà, ancora una volta, contro la Germania ai rigori in semifinale, ma Gazza ha dimostrato al mondo che è ancora un giocatore importante, come dimostrerà anche la sua stagione seguente. Rimane ai Rangers, ed il suo score ricalca quello dell’anno precedente. 17 gol in 34 partite totali, tra campionato e coppe, Gazza ha continuità di rendimento e gioco ma non mancano, come sempre, le sue goliardate fuori dal campo, perché in fondo è sempre lui, perché non riesce a godersi la sua fama senza ricadere negli errori e nelle debolezze di sempre.

Paul Gascoigne: dribbling e gol con la maglia dei Glasgow Rangers

 

Paul Gascoigne: la fine della carriera, tra Middlesbrough ed Everton

 

Il terzo anno dell’inglese non è esaltante come i primi due, gioca 20 partite fino a gennaio con solo 3 reti, e decide di tornare in Inghilterra, al Middlesbrough, per candidarsi per i mondiali di Francia ’98. Le prestazioni non sono all’altezza, gli acciacchi fisici ci sono, la condizione non lo supporta, e cosi il Ct Hoddle lo lascia a casa. Con i Rangers, però, è autore anche di una delle esultanze più discusse, durante una gara con il Celtic, segna a mima il gesto di suonare il flauto, richiamando l'origine protestante e leale alla Corona della sua squadra, contro i repubblicani e filo-irlandesi biancoverdi, per lui arrivano richiamo della Federazione e multa della società. 

 

Paul Gascoigne con la maglia del Middlesbrough
Paul Gascoigne con la maglia del Middlesbrough

 

Questo segna probabilmente l’inizio della parabola discendente dell’inglese. Con gli inglese gioca altre due stagioni senza incantare, 26 gare e 3 gol nel 1998-99 e solo 8 apparizioni e 1 rete nel 1999-2000. Il suo cammino, sempre arricchito da una vita privata ormai pubblica, dove si parla apertamente dei suoi problemi con alcool e cibo, è in continua discesa. Passa all’Everton, dove gioca una stagione e mezzo con 38 gare e 1 solo gol, poi al Burnley (6 partite), prima degli ultimi scampoli passati tra la Cina in seconda divisione, e il Boston United, ancora in Inghilterra. Nel 2004 decide ufficialmente di abbandonare il calcio, dopo 481 partite e 110 gol, rimanendo probabilmente uno dei maggiori rimpianti per tutti gli amanti di questo sport.

Forte, fantasioso, capace di giocate incredibili, ma di altrettanti vuoti, di una vita sregolata fino all’eccesso, e di almeno un paio di infortuni seri che ne hanno decisamente tarpato le ali nei suoi momenti migliori. Gascoigne, però, rimane uno dei giocatori più forti degli anni novanta, un giocatore non solo tecnico, ma anche fisico, difficile da spostare, da contrastare. Ha incantato e si è fatto amare, anche fin troppo, dai tifosi che lo hanno sostenuto, guadagnandosi il permesso di qualche uscita fuori pista di troppo. La sua fragilità, il suo lottare contro qualche strano fantasma, la sua incapacità di gestirsi, lo hanno costretto ad una carriera sportiva, e una vita poi, non all’altezza del campione che è stato e che poteva essere.

Per tutti quelli che lo hanno visto, che lo hanno vissuto, John Paul Gascoigne rimarrà sempre Gazza, eternamente legato alla sua doppia natura, quella di giocatore dalle qualità eccelse, e di uomo dalle terribili fragilità. Gascoigne ha segnato un’epoca, nel bene e nel male, e rappresenterà sempre uno dei giocatori più incredibili mai visti su un campo di calcio.

Alessandro Grandoni

Tutti pronti, finalmente si riparte. La Serie A riprende e con essa la lotta per la conquista di questo scudetto che, sicuramente, rimarrà nella storia per le condizioni in cui si è giocato. Tre squadre, ad oggi, sono in lizza per la conquista del titolo, Juventus, Lazio e Inter, tutte con alcune certezze ed alcune incognite, alcuni vantaggi e svantaggi derivati dal cambio delle condizioni in cui terminerà questa stagione.

 

JUVENTUS: vantaggi e svantaggi della ripresa della Serie A

 

I bianconeri sono davanti a tutti, anche in virtù della vittoria, già a porte chiuse, ottenuta nell’ultima sfida buona di marzo contro l’Inter. Quel due a uno ha ridato alla Juve la testa della classifica e abbattuto l’Inter, ma in vista della ripresa qualcosa potrebbe essere cambiato. Le due sfide di Coppa Italia, contro Milan e Napoli, hanno dimostrato, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che questa non è la Juve di Allegri, capace di uccidere i campionati.

C’è qualche crepa, zero gol in 180 minuti e secondo trofeo della stagione sfumato dopo la SuperCoppa. Il sistema Sarri non sembra aver trovato terreno fertile tra i bianconeri, e questo può far sperare le altre, perché mai come quest’anno la Juventus sembra battibile, umana. Dal canto opposto, però, questa ripartenza ha tolto ai bianconeri l’assillo del dover pensare, contemporaneamente, a vincere l’ennesimo scudetto e a concentrarsi sulla Champions.

 

La formazione della Juventus

 

La massima manifestazione europea si giocherà dopo la fine della Serie A, rimandando quindi ad agosto l’ossessione bianconera, ed oltre a questo c’è anche l’aspetto della lunghezza delle rose a pesare in favore della squadra di Sarri, visto che giocando ogni 3 giorni sarà determinante avere ricambi adeguati. Da questo punto di vista la Juve è decisamente avanti a Lazio e Inter, ed in un minitorneo come sarà questo, potrebbe rivelarsi fondamentale.

 

LAZIO: vantaggi e svantaggi della ripresa della Serie A

 

I biancocelesti, prima della sosta, erano la sorpresa della stagione. Trovatisi li senza averlo come obiettivo iniziale, sono la squadra che dal punto di vista mentale è più tranquilla, nessuno gli aveva chiesto lo scudetto, come nessuno lo chiede ora, se lo gioca consapevole che il suo grande obiettivo, il rientro in Champions League, è stato già centrato da tempo (con 17 punti di vantaggio sulla quinta). La Lazio giocava, perché dobbiamo declinarlo al passato, vista la sosta di tre mesi, il miglior calcio, era la squadra più in forma ma, con la ripresa, qualcosa potrebbe cambiare, sia a livello fisico che a livello psicologico.

La rosa non è lunga, e questo lo si sapeva, ma giocando una gara a settimana, come era prima della pandemia, la Lazio aveva la possibilità di rifiatare, di poter impiegare quasi sempre lo stesso undici, di lavorare ogni settimana in funzione della gara successiva, e di dover fare poco ricorso alla sua panchina, non lunghissima. Con il nuovo calendario, che mette una gara ogni 3-4 giorni, tutto cambia.

La Lazio, necessariamente, dovrà far ricorso alla sua panchina, perché è impensabile giocare con gli stessi undici ogni partita. Oltre a questo si aggiunge qualche piccolo problema fisico che già leva ai biancocelesti alcune pedine fondamentali, su tutte Lulic, non ancora guarito dal problema alla caviglia, ma anche Luiz Felipe, al momento ai box ed in grande spolvero prima della sosta.

 

Luis Alberto e Correa si abbracciano

 

Quello che era il grande vantaggio della Lazio, avere solo il campionato di cui doversi preoccupare, di colpo non  c’è più, e questo non può non essere preso in considerazione.

Passando all’aspetto psicologico, ora la Lazio un po’ di pressione la avverte. E’ la società che ha spinto di più per la ripresa, era la più in forma prima della sosta, quando sembrava comunque li in testa in preda a una sorta di magia. Ora è diverso, tutti hanno metabolizzato la sua posizione e le sue giuste ambizioni, e ora tutti si aspettano, anche dalla Lazio, di giocare ogni gara per vincere e provare a cucirsi lo scudetto addosso.

Bisognerà vedere, cosi sotto pressione, come reagirà la squadra di Inzaghi, fino ad ora sempre scesa in campo con altre aspettative.

 

INTER: vantaggi e svantaggi della ripresa della Serie A

 

I nerazzurri, al momento, sono attardati, a 9 punti dai bianconeri ma con il recupero con la Sampdoria da dover giocare. Potrebbero essere sei le distanze dopo questa sfida, un gap grande ma non incolmabile con la Juve di quest’anno. Anche per quanto riguarda i nerazzurri, però, la ripresa porta con se incognite e speranze, vantaggi e svantaggi. I nerazzurri hanno già ripreso in Coppa Italia, e l’avvio non è stato dei migliori, con l’eliminazione consumata contro il Napoli. L’Inter ha giocato, ma non ha incantato, e per provare a dare l’assalto al titolo servirà ben altra convinzione.

Il vantaggio dei nerazzurri, però, ha due aspetti, uno fisico e uno psicologico. Dal punto di vista fisico, come per la Juve, l’Inter non avrà il problema di doversi preoccupare contemporaneamente di Campionato e Coppa, visto che l’Europa League è stata spostata al termine della stagione. Un vantaggio non da poco, che però come per la Lazio costringerà i nerazzurri anche a far parecchio ricorso alla propria panchina, più ricca di quella dei biancocelesti ma meno importante di quella dei bianconeri. Dal punto di vista psicologico i nerazzurri hanno avuto tempo per metabolizzare la sconfitta con la Juventus, che l’8 marzo sembrava aver detto la parola fine sullo scudetto nerazzurro.

 

Lukaku e Lautaro Martinez si abbracciano

 

La botta è stata assorbita, ed ora non ci si può aspettare un calo di testa dalla squadra di Conte, cosa che era invece pronosticabile tre mesi fa. Sempre dal punto di vista psicologico, però, c’è anche un aspetto da considerare: Lautaro Martinez. L’avevamo lasciato come un giocatore in rampa di lancio, voluto da tutti. Lo ritroviamo, in pratica, come un promesso sposo del Barcellona. C’è il serio rischio di vederlo, da qui alla fine, come un corpo estraneo alla formazione nerazzurra, lui che è stato fondamentale, insieme a Lukaku, per portare i nerazzurri ad un grande livello di competitività.

Chi per un verso, chi per l’altro, quindi, ci sono vantaggi e svantaggi in questa ripresa, tutto è ancora in discussione e sarà curioso vedere come questi tre mesi abbiano cambiato o meno, le sorti di un torneo che, in ogni caso, resterà nella storia.

Alessandro Grandoni

Paul John Gascoigne, uno dei giocatori più talentuosi degli anni novanta, ma altrettanto sempre vittima delle sue debolezze, del suo bisogno di non sentirsi mai solo. Ha sempre avuto due facce, Gazza, quella del talento cristallino, del giocatore capace di infiammare il pubblico con una giocata, e quella del ragazzo bisognoso di affetto, di sentirsi parte di qualcosa, amato.

Gascoigne nasce a Gateshead il 27 Maggio del 1967, da una famiglia umile, dal padre John, manovale, e dalla mamma Carol, operaia in fabbrica. Il suo nome deriva dall’amore per Paul McCartney e John Lennon, cresce in una famiglia costretta a sacrificarsi per sostenersi, perché Gazza ha altri tre fratelli, un maschio e due femmine, e perché il padre, John, inizia a soffrire presto di crisi epilettiche. Paul è indubbiamente il più bizzarro della famiglia, fin da piccolo, ma comincia presto ad accusare il contesto in cui è costretto a vivere, finendo in terapia già a 10 anni per alcuni disturbi ossessivi e qualche tic di troppo.

All’età di 15 anni, poi, sviluppa un’ossessione per le slot machine, dove si gioca tutti i soldi che raccimola, oltre a rendersi protagonista di episodi non proprio educativi per le strade della sua città. Divertente, paffutello, è però anche il miglior giocatore di calcio del posto, e questa è la sua unica salvezza perché, alla sua età, ha già assistito alla morte, da vicino, di due persone, e questo non potrà non contare nello sviluppo della sua complicata personalità. Il primo è un amico del fratello, investito mentre erano insieme, l’altro, un suo compagno di squadre, coinvolto in un incidente mentre lavorava per lo zio di Gazza. Due episodi che manderebbero fuori di testa chiunque, e lui non è da meno.

Ha solo una cosa che lo può salvare, il calcio. Dopo esser stato notato per il suo grande talento, a sedici anni entra a far parte del Newcastle United, in un posto dove l’amore per il calcio è simile a quello per la birra e l’alcool, due aspetti che faranno, purtroppo, sempre parte della vita di Paul.

 

Paul Gascoigne - Newcastle United

Che si tratti di un talento purissimo non ci sono dubbi, ma anche di un ragazzo che vive sempre al limite, all’eccesso, che fatica a controllarsi con il cibo e con l’alcool, che è sempre sopra le righe, in campo e fuori, forse perché è l’unico modo che conosce per non dover pensare.  Ha classe, e questo lo porta giovanissimo a far parte della prima squadra che lo divide con la nostra Primavera. Il manager del Newcastle, Jack Charlton, sa che è un cavallo purissimo, ma sa anche che va gestito, accompagnato, controllato, perché per perderlo basta un attimo.

Nel 1985, a diciotto anni, non ha ancora esordito in Premier ma vince il suo primo trofeo, la FA Youth Cup, con il Newcastle che in finale affronta il Watford. L’andata finisce zero a zero, il ritorno in casa del Watford è decisivo, e Gascoigne decide di prendersi la coppa. Termina quattro a uno per il Newcastle, lui ne fa due, uno di testa e uno, come disse Jack Charlton, è un gol che “se sei fortunato, riesci a vedere dal vivo una volta nella vita”. Un partita che non pone più dubbi sulla sua ascesa, Gazza è pronto per il grande calcio, e inizia a far parte stabilmente della prima squadra. In campo è un talento, ma è anche il giocatore, giovane, che non fa altro che scherzare, organizzare prese in giro ai compagni, anche ai più esperti, e questo non sempre è apprezzato. In campo inizia a giocare ma anche gli avversari non sempre lo accolgono a braccia aperte, come appare palese con Vinnie Jones, centrocampista gallese del Wimbledon, che il 6 febbraio 1988, a Plough Lane, si rende protagonista di un gesto che viene immortalato in una delle foto più iconiche della carriera di Paul Gascoigne.

 

Paul Gascoigne e Vinnie Jones durante Newcastle - Wimbledon e poi venti anni dopo
Paul Gascoigne e Vinnie Jones durante Newcastle - Wimbledon e poi venti anni dopo

 

Lui accetta la sfida, e a fine gara di tutta risposta fa recapitare nello spogliatoio del Wimbledon un mazzo di rose per l’avversario. Gazza è cosi, prendere o lasciare. Dal 1985 al 1988, con il Newcastle, gioca uno splendido calcio, riporta in alto la squadra, con un gioco fatto di dribbling, colpi di genio, serpentine e gol. Saranno 21 le reti in 92 gare in tre stagioni in First Division (che a breve prenderà il nome di Premier), il nome di Gascoigne finisce sul taccuino delle maggiori squadre inglesi, il Newcastle è in difficoltà economica, e la sua cessione è la logica conseguenza. Tra i manager che vogliono Gazza è anche Alex Ferguson, non ancora Sir, che è convinto di volerlo per il suo United. In realtà Ferguson strappa anche la promessa al giovane, prima di andarsene in vacanza, ma Gazza qualche giorno dopo sceglie il Tottenham, che gli offre 1500 sterline a settimana e con 2 milioni e 200.000 sterline al Newcastle si accaparra quella che sembra la stella nascente del calcio inglese. Ferguson, negli anni seguenti, più volte racconterà questo episodio e sottolineerà come quello sia stato il più grande errore di Paul, ma prove sul fatto che a Manchester, qualcuno riuscisse a contenere i suoi eccessi, non ce ne sono. Perché è quello il problema di Paul, non il campo, dove in pratica fa quel che vuole. E’ troppo più forte, troppo più astuto, ha una tecnica che gli permette tutto, ma anche un fisico che lo sorregge. Non è un peso piuma, combatte sempre con gli eccessi anche sul cibo, ma ha una stazza nella parte superiore del corpo che gli permette di resistere a qualsiasi contrasto. Nel 1988, Gascoigne, passa quindi al Tottenham, a Londra, nella capitale.

 

Tributo a Paul Gascoigne

L’impatto non è dei più agevoli, e l’esordio arriva proprio sul campo del Newcastle, che non ha gradito la sua partenza. La settimana seguente, però, nel derby con l’Arsenal, segna il primo gol con la maglia degli Spurs, con una scarpa sola, perché l’altra l’aveva persa in un contrasto, da quel momento diventa un idolo anche qui. La sua prima stagione si chiude con 32 presenze e 6 gol, è un beniamino, anche se fuori dal campo i suoi problemi con l’alcool iniziano a diventare sempre più evidenti, è lontano da casa, e questo non aiuta. All’inizio di quella stagione, il 14 Settembre 1988, fa anche il suo esordio nella nazionale inglese, sempre a Londra, contro la Danimarca, giocando quasi tutta la partita. Il tecnico della selezione è Bobby Robson, che ha in testa di farne un titolare inamovibile della squadra che, due anni dopo, dovrà cercare di vincere il Mondiale in Italia, nel 1990.

 

Paul Gascoigne - Tutti i Gol con la maglia dell'Inghilterra

Con il Tottenham continua ad incantare, realizzando sei gol anche nella sua seconda stagione, dove fa coppia con Gary Lineker, il centravanti della nazionale inglese. Ai Mondiali Gazza ci va, non si può non portarlo nonostante qualche eccesso, e quello sarà probabilmente il punto più alto della carriera di Paul John Gascoigne. E’ uno dei punti forti, dei giovani dell’Inghilterra, con lui ci sono Waddle e Platt, mentre in avanti è il suo compagno Lineker a tenere in piedi la baracca. Il ritiro, le partite, è il periodo migliore per Gazza, sempre insieme ai suoi compagni, mai solo. Nasce la sua stella, tutto il mondo di accorge di lui, della sua fantasia, del suo estro, ma anche delle sue debolezze, perché oltre ai dribbling ed ai passaggi illuminanti, negli occhi di molti rimane il Gascoigne che piange in campo, a partita in corso, nella semifinale con la Germania, quando rimedia un giallo che gli avrebbe precluso l’eventuale finale (la Germania vincerà ai rigori), ripetuto a fine gara per l'eliminazione.

 

Paul Gascoigne in lacrime dopo Inghilterra - Germania del 1990, in Italia
Paul Gascoigne in lacrime dopo Inghilterra - Germania del 1990, in Italia

 

E’ quello il periodo migliore, a cui segue una stagione, nel 1990-91, di altissimo livello. E’ il fulcro del Tottenham, gioca e diverte, è un beniamino, trascina la squadra sia in campionato dove realizza 7 gol in 26 partite, sia in Coppa, dove con 6 reti in 5 partite contribuisce in maniera determinante per il raggiungimento della finale.

Gazza è sulla bocca di tutti, ma anche le sue bizze, ma c’è una squadra in Italia che vuole puntare su di lui, che vuole qualcuno che la faccia conoscere nel mondo. La Lazio, ancora del presidente Calleri, riesce a strappare al Tottenham la promessa della vendita del giocatore, con la squadra inglese in difficoltà economiche. L’accordo è fatto, ma c’è da chiudere la stagione, e Gazza la vuole chiudere al meglio.

Scende in campo nella finale di Coppa contro il Nottingham Forest, ma è nervoso. Dopo qualche minuto entra in scivolata nella trequarti difensiva in maniera scellerata, rimane a terra, dolorante. Prova a rialzarsi, non vuole arrendersi, va a comporre la barriera sulla punizione che segnerà il gol del Nottingham di Pearce, poi stramazza al suolo. Viene portato via in barella, si è rotto il legamento crociato del ginocchio, dovrà stare fuori mesi e sarà tutto da vedere se riuscirà a tornare quello di prima. E’ un periodo difficile per un uomo che ha sempre avuto nel calcio, nella possibilità di essere il beniamino di tanti, la sua salvezza. La Lazio confermerà, nonostante l’infortunio, il suo acquisto, con Sergio Cragnotti che subentra a Calleri.

Gascoigne arriva a Roma nel 1992, un anno dopo il suo terribile infortunio, ma questa è un’altra storia…

Alessandro Grandoni

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