E’ una delle partite più iconiche degli anni novanta, per noi italiani. E’ una gara che sarebbe potuta passare alla storia come una delle più grandi disfatte di sempre, e invece resta nell’imaginario di tutti come quella della rinascita, della resistenza, della fatica e della resurrezione del Divin Codino, che da lì in avanti ci portò, in un viaggio di prima classe, fino alla finale di Pasadena.

Il 5 Luglio del 1994 va in scena la sfida, ai Mondiali di Usa 94, tra Italia e Nigeria. Si gioca a Boston, e le due squadre arrivano a quella partita in momenti decisamente diversi. Gli azzurri sono guidati da Arrigo Sacchi, l’uomo chiamato a far giocare la nazionale in maniera spettacolare, come il suo Milan degli olandesi. L’Italia ha dei talenti, ma anche qualche problemino da risolvere. La fase a gironi, infatti, è stata tutt’altro che da ricordare. All’esordio, contro l’Eire, l’Italia è stata annichilita, si è presentata in avanti con la coppia Baggio – Signori, ma ha perso per 1-0. La seconda sfida rimane alla storia, più per una sostituzione che per la bellezza di quanto visto. Dopo una ventina di minuti azzurri in dieci per l’espulsione di Pagliuca. Sacchi a questo punto decide la cosa che nessun italiano avrebbe deciso. Fuori Baggio, per far entrare Marchegiani, portiere di riserva, e tutto il mondo, compreso il Divin Codino, pensa “Questo è impazzito”.

Nella ripresa sarà Dino Baggio a risolvere la contesa, dandoci tre punti vitali. Nella terza e decisiva gara, con il Messico, l’Italia che in avanti prova la carta Massaro, non va oltre il pari, uno a uno, ma per la regola che premia le migliori terze è un punto che ci basta per andare agli Ottavi. Di fronte la Nigeria, non una squadra africana tutto muscoli e cuore, ma una formazione con giocatori di buon livello, che sanno correre e anche pensare, ci sono Amokachi, Amuniche, Finidi sulla corsia esterna, Oliseh a far filtro in mezzo al campo e Okocha a inventare calcio a centrocampo. Non sarà una passeggiata.

Non lo sarà soprattutto perché, l’Italia, non ha ancora trovato il suo pupillo. Roby Baggio, il giocatore più atteso e pallone d’oro nel 1993, non ha ancora segnato, è diventato protagonista più per una sostituzione che per ciò che ha fatto in campo, ma è l’unico che ci può portare avanti. Troppo caldo, troppa umidità per poter ammirare il gioco voluto da Sacchi, serve necessariamente qualche colpo di genio, che solo lui può dare.

L’Italia che si presenta a quella sfida gioca con Marchegiani in porta (Pagliuca è ancora squalificato), in difesa ci sono sulle corsie esterne Benarrivo e Mussi, mentre al centro a far coppia con Costacurta c’è Maldini, spostato li per sostituire Franco Baresi, che nella seconda gara del girone si è rotto il menisco e tornerà, miracolosamente per la finale. A centrocampo ci sono Donadoni, anche con compiti di regia, e Beppe Signori sugli esterni (con il capocannoniere degli ultimi due campionati che solo cosi trova spazio), in mezzo Albertini e dare geometrie e Berti per gli inserimenti, davanti c’è Baggio con Massaro, confermato. La Nigeria imbavaglia gli azzurri, che tuttavia nel primo tempo giocano anche meglio degli avversari, senza segnare. Il caldo si fa sentire, l’Italia non è brillante, e questa non è una novità. Al minuto numero ventisei, poi, sugli sviluppi di un angolo, Maldini ha qualche incertezza di troppo, come tutta la difesa, e Amunike ne approfitta per fare l’uno a zero con cui si va al riposo.

 

Usa '94: Italia - Nigeria 2-1 dts

 

L’incubo si sta materializzando, una nuova Corea è all’orizzonte, ed ha la maglia verde. L’Italia, in qualche modo, prova ad andare avanti ma sbatte sempre contro il muro degli africani, bravi e anche ordinati. Sacchi non vede la luce, e allora prova ad affidarsi ad un altro fantasista, Gianfranco Zola, che entra nel giorno del suo ventottesimo compleanno. Fuori Signori, e non Baggio, perché se qualcosa può succedere sarà solo per un’invenzione. Passano pochi minuti e Zola, nel tentativo di riprendere un pallone, va a contrasto con un difensore, l’arbitro fischia un fallo che, forse, neanche ci sta. Sembra finita li ma Brizio Carter decide di entrare tra i protagonisti e tira fuori, al sardo, il rosso diretto. Zola si getta a terra, sconsolato, in ginocchio, con le braccia conserte, in una posa forse mai vista su un campo di calcio, una posa che descrive lo sconforto di quella nazionale e di quel giocatore. Sotto di un gol, in dieci contro undici, forse si possono già iniziare a fare i bagagli. Lo pensano tutti, ma ci sperano tutti, perché non può finire cosi.

 

Zola a Usa 94 dopo l'espulsione con la Nigeria
Zola a Usa 94 dopo l'espulsione con la Nigeria

Si v avanti a stento fino al minuto ottantotto. Mussi, uno dei fedelissimi di Sacchi, entra in area, potrebbe tirare ma decide che non sarà lui a fare l’ultimo tentativo, quello spetta a lui, all’uomo che tutti aspettano, a Roberto Baggio. Palla all’indietro, e Roby capisce che quello è il momento di fare la storia, carica il destro e colpisce di piatto, con la precisione e l’eleganza che solo i grandi campioni possono avere, il pallone si infila tra due giocatori ed entra all’angolino, con Rufai battuto. E’ il gol dell’uno a uno, della liberazione, della resurrezione dell’unico uomo che ci può portare avanti. Si va così ai supplementari. L’Italia rischia, con Yekini vicino al gol in una paio di occasioni, poi al minuto numero centodue la nuova invenzione. Benarrivo ha palla sulla sinistra al limite dell’area, anziché passare la palla la lascia li, e corre in avanti, Baggio la prende e con un pallonetto delizioso mette la sfera nell’unico punto in cui Benarrivo l’aspetta, il difensore del Parma rallenta, viene toccato da dietro e va giù. E’ calcio di rigore, anche Brizio Carter non può non darlo.

Dal dischetto va ancora lui, Baggio. Interno destro, la palla tocca il palo interno ed entra con Rufai spiazzato. E’ il 2-1, quello che con le unghie e con i denti porteremo avanti fino alla fine e che ci consentirà di arrivare, trascinati da un nuovo Roberto Baggio, fino alla finalissima con il Brasile, che purtroppo resterà negli occhi di tutto il mondo per l’errore, del Divin Codino, dagli undici metri.

Il Mondiale americano non ci porterà allori, ma ha consegnato alla storia quel numero dieci, che mai come allora è stato capace di unire tutti gli italiani. Italia batte Nigeria due a uno, cosi decise Roby Baggio.

Alessandro Grandoni

Arrigo Sacchi da Fusignano, uno degli uomini che ha cambiato, letteralmente, il calcio italiano e mondiale. Ha legato indissolubilmente il suo nome a quello del Milan, la società con cui ha cambiato il modo di pensare calcio, con cui ha dato un volto nuovo al football italiano, da sempre legato a difesa e contropiede, e passato in pochi anni all’emblema di chi vuole imporre, sempre il proprio gioco.

Giocatore modesto, impegnato in squadre dilettanti, inizia la sua carriera da allenatore vincendo lo Scudetto Primavera con il Cesena, quando si divide ancora tra il calcio e il lavoro nell’azienda di calzature del padre. Poi il corso a Coverciano, l’esperienza al Rimini, in C1, e la chiamata del Parma. E’ li che Arrigo, nel 1986-87, si fa conoscere al grande calcio, quando con i suoi ducali elimina il Milan dalla Coppa Italia vincendo a San Siro, proponendo un gioco diverso, fatto di zona totale, pressing, copertura degli spazi e schemi dai quali difficilmente si deroga. E’ li che Silvio Berlusconi, divenuto da poco presidente del Milan, si innamora di lui e decide di prenderlo, con cui scriverà la storia di questo sport.  

Il calcio secondo Arrigo Sacchi

Al di là delle vittorie, più in Europa che in Italia, Sacchi cambia il modo di pensare a questo sport. La zona non è un suo marchio di fabbrica, si parte dall’Olanda degli anni ’70, fino a Liedholm e Gigi Radice, ma quello che lui cambia sostanzialmente è la mentalità della squadra. Non c’è più un casa o un trasferta, si gioca allo stesso modo ovunque, si impone ovunque il proprio gioco, a prescindere dall’avversario. Un concetto di calcio che può funzionare solo con una formazione in grado di correre, dettare ritmi e pressing per novanta minuti.

Per questo Arrigo porta anche una preparazione fisica che mai si era vista per una squadra di calcio, i giocatori sono sfiniti dopo la preparazione, sia fisicamente che mentalmente, celebri sono le videocassette del suo Parma che Arrigo fa vedere alla squadra per far capire ogni singolo movimento, con Franco Baresi costretto ad imparare ogni movimento del libero gialloblù Signorini, non sono ammesse sbavature. Un modo completamente diverso di intendere il calcio, una squadra corta, dove le distanze tra i reparti e i singoli giocatori sono minime. Per fare questo Sacchi, oltre i grandi giocatori dal punto di vista tecnico, ha bisogno di menti in grado di portare il suo credo in campo.

E’ cosi che plasma Franco Baresi, ed è cosi che sceglie per il suo centrocampo Carlo Ancelotti. Carletto viene dalla Roma, il suo ginocchio non è in perfette condizioni, ma a Sacchi serve una mente che illumini, che capisca il suo credo, che faccia girare la squadra. Sacchi raccoglie il lavoro di Liedholm e fa un passo in avanti: si gioca, si attacca e ci si difende in undici. Non esistono più attaccante che giocano solo con la palla tra i piedi o quando il pallone ce l’ha la propria squadra. Tutti devono muoversi all’unisono, pressare insieme, attaccare e difendere, ed in particolar modo la sua linea difensiva che diventa un meccanismo perfetto in grado di mettere in fuorigioco chiunque per molte volte (chiedere a Hugo Sanchez per la conferma).

La storia di Arrigo Sacchi al Milan

Il 3 luglio del 1987 inizia la storia tra Arrigo Sacchi e il Milan, ma non sarà una storia semplice, soprattutto all’inizio. Il Milan ha una buona squadra, viene da un quinto posto e da uno spareggio per l’Uefa vinto con la Samp, con una stagione iniziata con Liedholm in panchina e chiusa con Fabio Capello, che tornerà nel 1991. Ci sono Baresi e Maldini, c’è Virdis che è il capocannoniere, ci sono Galli, Tassotti, Donadoni, Di Bartolomei e Massaro, ma non è una squadra dove gli stranieri hanno esaltato, perché di Wilkins e Hateley se ne perdono le tracce.

Con Sacchi, però, arrivano anche tre giocatori che saranno determinanti per l’epopea del profeta di Fusignano. Dal Psv arriva Ruud Gullit, dall’Ajax Marco Van Basten e dalla Roma Carlo Ancelotti. Arriva anche Claudio Borghi, dall’Argentinos, ma non sarà un grande arrivo, mentre fanno parte della squadra anche un giovane Alessandro Costacurta e Angelo Colombo, che sarà importante per Sacchi.

Quella stagione, però, non parte bene. C’è già qualche scettico e con il passare del tempo la fila dei delatori cresce, il Milan perde in casa con la Fiorentina, colleziona qualche pareggio di troppo, esce ai sedicesimi di finale dalla Coppa Uefa per mano dell’Espanyol. Molti, troppi, rivogliono Capello in panchina, ma Berlusconi è irremovibile e dice: “Arrigo resta fino alla fine, voi non so”, riferito alla squadra nello spogliatoio. Sacchi riprende in mano la squadra, il suo gioco inizia a dare frutti, i ragazzi iniziano a seguirlo ed arrivano i risultati. Il Milan vince il derby, batte 4-1 in casa il Napoli di Maradona e batte uno a zero in trasferta la Juventus , è l’inizio di una corsa fantastica che raggiunge il suo apice il 1 Maggio del 1988. A Napoli si gioca la gara scudetto, il Milan sfoggia una prestazione di altissimo livello, batte 3-2 gli azzurri con le reti di Virdis, doppietta, e Van Basten (non servono le reti partenopee di Maradona e Careca) e si laurea campione d’Italia.

1 Maggio 1988: Napoli - Milan 2-3

Il Milan di Arrigo Sacchi

E’ il trionfo di Arrigo Sacchi ed un modo diverso di pensare calcio, ma anche di Berlusconi che ha scommesso su di lui ed ora raccoglie i frutti di un progetto ambizioso. Il suo primo Milan è fedele al credo del tecnico, 4-4-2 d cui è difficile derogare, Giovanni Galli in porta, in difesa ci sono Tassotti, Baresi, Filippo Galli e Maldini, a centrocampo Donadoni e Evani sono gli esterni, Ancelotti e Colombo giocano in mezzo con Bortolazzi primo sostituto, mentre in avanti Virdis viene affiancato da Gullit, con Van Basten che gioca poche gare ma che , in quell’estate, sarà uno dei simboli della vittoria dell’Olanda negli Europei del 1988 (11 presenze e 3 gol al primo anno in Italia per lui).

 Gullit, Van Basten e Rijkaard ai tempi del Milan

 

Il Milan è tornato e ora vuole prendersi l’Europa e lo farà a modo suo, da assoluto dominatore. L’ossatura è la stessa ma per prendersi l’Europa da protagonisti i rossoneri spendono la terza carta straniera (è da poco cambiata la regola) con il centrocampista Frank Rijkaard, che va cosi a comporre il fantastico trio degli olandesi. Davanti Van Basten è ormai una garanzia assoluta, segna, decide, si laurea campione d’Europa con la sua nazionale e a dicembre vince il primo pallone d’Oro davanti ai compagni Gullit e Rijkaard. E’ un Milan stellare che però, in campionato, deve fare i conti con l’Inter dei record che torna campione d’Italia ,in Coppa Italia le cose non vanno benissimo ma è in Coppa dei Campioni che la formazione di Sacchi fa la storia. Dopo aver superato il Vitosha arriva la gara con la Stella Rossa, 1-1 a Milano, nel ritorno, sotto di un gol e con Virdis espulso, arriva la nebbia a salvare il diavolo. Gara da ripetere, ancora uno a uno e vittoria ai calci di rigore con l’errore, guarda un po’, del genio Savicevic, futuro rossonero.

Il 4-4-2 di Arrigo Sacchi, spiegato al Subbuteo

Ai Quarti c’è il Werder, liquidato con un pareggio in Germania e una vittoria in casa firmata Van Basten, ma è tra la semifinale e la finale che il Milan segna un’epoca. Al penultimo turno c’è il Real Madrid, la squadra della Quinta del Buitre, i giocatori partiti dal Real B e arrivati a dettare legge, con Schuster a centrocampo e il messicano Hugo Sanchez in attacco. Il Milan gioca un calcio favoloso, applica alla perfezione il credo sacchiano e mette in fuorigioco gli attaccanti dei padroni di casa più di 40 volte.

Coppa dei Campioni 1989: Real Madrid - Milan 1-1

Il Real è frustrato ma passa in vantaggio, il Milan nella ripresa riparte come se nulla fosse, va in gol con Gullit, annullato, e trova il pari con Van Basten, ma è nella sfida di ritorno che si crea il mito. A San Siro non c’è storia, il Milan impartisce una lezione di calcio mai vista, finisce 5-0 con le reti di Ancelotti, Rijkaard, Gullit, Van Basten e Donadoni, il Real è annichilito, la formazione di Arrigo va in finale dove trova, a Barcellona, la Steaua di Bucarest, già vittoriosa nell’86.

Coppa dei Campioni 1989: Milan - Real Madrid 5-0

Anche qui, però, non si può nulla contro la macchina perfetta costruita dal tecnico di Fusignano. Il Milan chiude la pratica già nel primo tempo con la doppietta di Gullit e la rete di Van Basten, che siglerà poi la doppietta ad inizio ripresa.

Finale Coppa dei Campioni 1989: Milan - Steaua Bucarest 4-0

E’ l’apoteosi del calcio di Sacchi, il suo Milan gioca, diverte e vince, impossibile chiedere di più ad un allenatore che oltretutto, venti giorni più tardi, vince anche la Supercoppa italiana battendo la Sampdoria per 3-1 con le reti di Rijkaard, Mannari e Van Basten. Rispetto all’undici dell’anno precedente entrano nel novero dei titolari Costacurta, che affianca cosi Baresi, e Mussi che da spesso il cambio sull’esterno.

 


La formazione del Milan nella finale di Coppa dei Campioni del 1989 contro la Steaua Bucarest

 

Sul mercato il Milan non tocca molto, se ne vanno Virdis, Mussi e Mannari ed arrivano il portiere Pazzagli, l’attaccante Marco Simone, e tornano dai prestiti Fuser, Massaro, Borgonovo e Stroppa. Sacchi, in pratica, si ripresenta con la stessa formazione che ha incantato il mondo e continua a vincere e dettare la sua legge. Il Milan parte male in campionato ma si riprende, e nel frattempo si toglie il lusso di vincere una Supercoppa Europea contro il Barcellona e la Coppa Intercontinentale battendo il Nacional di Medellin per uno a zero con la rete su punizione di Evani nei supplementari. In campionato la squadra di Sacchi riesce a riprendersi guadagnando la testa della classifica fino a tre giornate dal termine, quando ai partenopei viene data la vittoria a tavolino sull’Atalanta (la famosa monetina di Alemao). Le due squadre vanno a braccetto ma alla penultima, a Verona, il Milan viene sconfitto clamorosamente per due a uno, la squadra perde la testa, vengono espulsi Van Basten, Rijkaard e Costacurta, oltre ad Arrigo, con il Napoli che la settimana seguente, in casa con la Lazio, festeggia il titolo. Il Milan anche in Coppa Italia perde all’ultimo atto, in finale contro la Juventus con la rete di Galia, ma in Coppa dei Campioni il cammino dei rossoneri è pressochè perfetto.

Il Milan fa fuori l’Helsinki, il Real Madrid, il Mechelen ed il Bayern Monaco, e per il secondo anno consecutivo arriva in finale. Stavolta si gioca al Prater di Vienna, avversario il Benfica. La gara è equilibrata ma viene risolta da un’incursione di Rijkaard che sigla l’uno a zero con cui il Milan bissa la vittoria dell’anno precedente di fatto con lo stesso undici, eccezion fatta per Evani che sostituisce lo squalificato Donadoni.

Finale Coppa dei Campioni 1990: Milan - Benfica 1-0

L’anno seguente, il 1990-91, l’ultimo di Arrigo con il Milan, i rossoneri si confermano leader in Europa vincendo una Supercoppa Europea nel derby italiano con la Sampdoria e la Coppa Intercontinentale superando l’Asuncion per tre a zero. E’ questo, di fatto, l’ultimo successo di Arrigo Sacchi in panchina. In campionato le prestazioni sono altalenanti, c’è la novità Sampdoria ed alla fine saranno proprio i blucerchiati ad assicurarsi il titolo. In Coppa Italia la corsa si ferma in semifinale, eliminati dalla Roma con un autogol di Van Basten, mentre in Europa si consuma probabilmente la peggior figura del Milan.

Il principi di gioco del Milan di Arrigo Sacchi

Nei quarti con il Marsiglia, dopo il pari dell’andata a Milano per 1-1, al ritorno la squadra va sotto per uno a zero, all’89’ vanno via le luci dal Velodrome, il Milan abbandona il campo e, seppur ripristinata l’illuminazione, si rifiuta di tornare a giocare. Una decisione, questa, che consegna al Marsiglia il 3-0 a tavolino ed al Milan l’esclusione per un anno dalle coppe europee.  La stagione 1990-91, chiusa al secondo posto, è l’ultima di Sacchi con il Milan dei record. Il suo lavoro è stato però talmente incredibile da guadagnarsi la chiamata della panchina della Nazionale azzurra, che lo chiama per sostituire Vicini, reo di non aver portato l’Italia agli Europei del 1992.

Quello che si consuma con il Milan, però, è un divorzio praticamente inevitabile. Arrigo Sacchi cambia il Milan, cambia il calcio italiano, ma lo fa con metodi di allenamento, di organizzazione e tenuta sotto l’aspetto mentale praticamente impossibile da tenere per un lungo periodo. Per Sacchi conta il collettivo, conta l’abnegazione di tutti al progetto, conta l’essere sempre sul pezzo, in ogni momento. Difficile poter chiedere lo stesso, per tanto tempo, a giocatori come Gullit e Van Basten che pian piano fanno sentire la loro insofferenza. Se nel 1987 Berlusconi sceglie di stare senza se e senza ma dalla parte del tecnico, nel 1991 accade esattamente il contrario.

Sacchi alla guida della Nazionale Italiana: dov'è il calcio di Arrigo?

Il rapporto con Arrigo termina, e Sacchi viene caldeggiato come nuovo allenatore della nazionale. Sarà una scelta complicata quella che prenderà Arrigo, con il suo lavoro che mal si sposa con quello di selezionatore. Sacchi, però, proverà anche qui a cambiare la cultura del paese, imponendo per la prima volta degli stage durante la stagione non legati a partite di qualificazione, ma per poter lavorare di più sul gruppo, per renderlo sempre più simile ad un lavoro di un club, piuttosto che di una nazionale.

Il rapporto di Arrigo Sacchi con la nazionale è, intrinsecamente, difficile. Non si può applicare quella metodologia, quella pratica ad una selezione che si vede una volta ogni due mesi e dove i singoli giocatori sono tutta la settimana in contesti che giocano un calcio diverso da quello voluto da Arrigo. Sacchi ricostruisce la nazionale dopo il fallimento della qualificazione ad Euro ’92 attorno al suo Milan. In giro ci sono indubbiamente elementi forse più forti all’epoca dei suoi fedelissimi, ma poco abituati alla sua zona come Bergomi o Vierchowood. La difesa che si presenta a Usa ’94 è la difesa del Milan, del suo Milan, con Tassotti, Costacurta, Baresi e Maldini, poi riadattata per l’infortunio al menisco di Franco. Se in difesa, bene o male, i meccanismi ci sono, anche se il pressing azzurro non è lontanamente paragonabile a quello del Milan, a centrocampo ed in attacco quegli automatismi svaniscono.

 


Arrigo Sacchi e Roberto Baggio con la Nazionale Italiana

 

Sacchi vuole rigore, metodo e schemi, ma deve fare i conti con la mancanza di un centravanti alla Van Basten, dal punto di vista del talento, e ripiega sul fedelissimo Massaro, con la difficile coesistenza dei due giocatori che il campionato gli aveva indicato come i migliori: Roberto Baggio e Beppe Signori. Il secondo, capocannoniere degli ultimi due campionati, viene relegato da Sacchi a giocare come esterno sinistro di centrocampo del 4-4-2, mentre il primo, pallone d’oro nel 1993, non sembra mai godere della piena fiducia. Baggio, però, la fiducia se la prende da solo in America. Alla seconda partita con la Norvegia, con l’espulsione di Pagliuca, Sacchi toglie lui dal campo dopo venti minuti prendendosi del “matto” dal Divin Codino. Proprio lui, però, contro la Nigeria all’ultimo minuto cambia le sorti di quel mondiale, portando di fatto la squadra in finale con il Brasile (dove perderà ai rigori con gli errori proprio di Baresi e Baggio). Ma quel Mondiale, anche se vinto, non sarebbe mai stato il Mondiale immaginato da Sacchi.

L'Italia ai Mondiali del 1994

Quell’Italia tutto sembrava tranne una squadra organizzata, era una formazione che era arrivata li per i singoli, per il singolo, che rispondeva al nome di Roberto Baggio. Sacchi ci proverà ancora all’Europeo del 1996 in Inghilterra, dove gli fu fatale il turnover praticato contro la Repubblica Ceca con l’Italia fuori ai gironi. Il calcio di Sacchi, in pratica, finisce qui. Quello che Arrigo pretende dagli altri lo pretende anche da se stesso, non riesce a staccare, ossessionato dalla sua idea di football. Proverà ancora al Milan, per sei mesi, poi all’Atletico Madrid, per 7 mesi, ed infine al Parma dove dopo un solo mese decide di lasciar stare per il troppo stress.

Arrigo Sacchi ha cambiato il calcio, ha dato al football italiano un qualcosa che nessuno aveva dato prima, ma nel frattempo non è riuscito a cambiare se stesso, il suo modo di lavorare, di intendere, di sapersi anche piegare alle esigenze del singolo, quando questo è in grado di fare la differenza. Se nel corso degli anni abbiamo visto spettacolo con Zeman, Guardiola e Klopp, una parte del merito è anche di chi, alla fine degli anni ottanta, ha fatto fare al mondo del calcio un balzo in avanti incredibile. Il calcio poi si è continuato ad evolvere e adeguare, Arrigo no. Prendere o lasciare. Sacchi è cosi.

Alessandro Grandoni