STORIE | La magia della N. 7 del Manchester United

Ma il 7 dello United, è davvero magico?

Questa è una storia che ha dei lati oscuri, fantastici, ma non sempre corrisponde alla realtà. Il numero sette del Manchester United, da qualche decennio, è contornato da un alone di magia, dovuta delle volte più alla suggestione che a fatti concreti, e che tralascia qualche flop che in realtà, di magico, ha avuto ben poco.

Per iniziare seriamente a parlare di questo rapporto dobbiamo infatti arrivare a George Best, forse il più grande giocatore inglese di sempre, che con il numero sette ha avuto si un rapporto, ma non sempre fedele come invece il grande pubblico è abituato a pensare.

Best era un talento puro, un giocatore d’attacco che raramente stazionava in una parte del campo, come amano invece fare i numeri sette di un tempo, definiti da sempre ala destra. Best, con lo United, ha giocatore con vari numeri, spesso con l’11, ma anche con il 10 e l’8.

Ma perché, allora, viene sempre raffigurato con il 7?

 

Perché con quel numero sulle spalle ha giocato le sue migliori partite, come nel ’66 quando al Da Luz contro il Benfica di Eusebio incanta in un 5-1 esterno, oppure nel 1968, quando trascina lo United alla sua prima vittoria europea. Segna nella semifinale d’andata con il Real, su rigore, all’incrocio, fa due assist nella sfida di ritorno, a Madrid, con lo United che rimonta da 3-1 a 3-3, ed è ancora decisivo nella finalissima contro il Benfica, a Wembley, quando ruba palla a un difensore e appoggia in rete per il 2-1, lo United poi ne fa altri due ed arriva la prima Coppa dei Campioni.

 

George Best con la maglia dello United
George Best con la maglia dello United

Da quel momento Best, per tutti, è il numero sette dello United, diventa un’icona mondiale, come avverrà anche ad altri due numeri 7 dei red devils. Best non giocherà tantissimo nello United, se ne andrà a 28 anni, ma la sua magia rimarrà inalterata per sempre. Quel sette che diventa magico, nel 1981 assume un altro contorno, grazie a Bryan Robson.  Decisamente diverso da Best, uomo squadra, capitano, ha portato lo United da periodo buio alla gloria, vincendo 3 Fa Cup, 2 Premier League, 1 Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea. Giocatore di altissimo spessore, mancino, incarnava lo spirito di quella squadra che, in patria, aveva a che fare con una corazzata come il Liverpool, che ha dovuto poi aspettare fino ai giorni nostri per nuova gloria in patria.

 

Bryan Robson con la maglia del Manchester United
Bryan Robson con la maglia del Manchester United

Un 7 che è passato dall’anarchico, personaggio da copertina, al capitano capace di farsi carico della sua squadra.

Da qui in avanti, però, si arriva al calcio totale, globalizzato, dove il dello United diventa per tutti un’icona. Serve però un francese, un colletto, e qualche sregolatezza. I numeri di maglia, da qui in avanti, diventano fissi per i giocatori, si assegnano all’inizio della stagione e hanno il cognome scritto sopra. Da qui in avanti, chi sceglie il 7, lo fa per tutta la stagione, forse per tutta la carriera.

Allo United arriva Eric Cantona, e ha un impatto devastante sul campionato inglese e sul Manchester. Ha vinto 4 campionati, tranne quello del suo famoso calcio volante ad un tifoso, è stato l’uomo giusto al momento giusto, ha incarnato lo spirito dei tifosi, è stato rivestito di un alone magico. Non era probabilmente il miglior calciatore di quel momento, ma è stato forse il più decisivo. Quando decideva di scendere in campo, di giocare, spostava le partite, il suo colletto alzato è diventato un modello, ed ancora oggi nell’immaginario dei tifosi dello United quel francese riveste un ruolo incredibile.

 

Eric Cantona con la maglia numero 7 del Manchester United
Eric Cantona con la maglia numero 7 del Manchester United

Prendere l’eredità di quel numero sette non era semplice, serviva un qualcosa di particolare.

Nel 1996, quando Cantona si appresta a giocare la sua ultima stagione, David Beckham si fa scoprire. Segna gol impensabili, accarezza il pallone con il suo piede destro, non incarna la forza di Cantona, né l’anarchia di Best, è un qualcosa di diverso, come è diverso da Robson. Dopo una stagione giocata con il 10, sceglie il numero 7 lasciando la sua a Sheringham. Beckham diventa un’icona, il primo giocatore davvero mediatico a livello mondiale, complice anche la sua storia con una delle Spyce Girls, disegna traiettorie incredibili con il suo piede destro, soprattutto su punizione, ma anche in campo, da qualsiasi zona del terreno verde.

Ed ‘ lui ad avere la numero 7 la sera in cui lo United di Sir Alex, in tre minuti, ribalta la finale con il Bayern Monaco e porta a casa un’altra Coppa dei Campioni, frutto di due gol arrivati sugli sviluppi di due calci d’angolo battuti dal suo piede destro.

 

David Beckham con la maglia del Manchester United
David Beckham con la maglia del Manchester United

C’è chi sceglie la 7, come Cantona o Beckham, e a chi la 7 viene data, come un'investitura. E’ il 2003, e un giovane portoghese di nome Cristiano Ronaldo arriva a Manchester da Lisbona. Sir Alex sa che quello diventerà un campione. Al momento della scelta lui chiede la 28, la sua maglia preferita, ma il tecnico ha un’idea diversa. Gli fa prendere la 7, è sua, e saprà valorizzarla, portarla ad un livello addirittura successivo. Il suo modo di giocare è dribbling, irriverenza, colpi di classe, colpi di tacco, gol incredibili, magie e cross. Gioca sulla fascia in quello United, ma con il passare del tempo diventa un attaccante a tutto tondo.

Fa la storia, si porta a casa una Champions anche se, in quella serata, nel 2008, sbaglia dal dischetto, ma poco importa. Se ne va dallo United dopo sei stagioni e 84 gol in 196 partite, contribuisce al mistero e alla magia di quel numero 7.

 

Cristiano Ronaldo con la maglia numero 7 del Manchester United
Cristiano Ronaldo con la maglia numero 7 del Manchester United

Continuare però, quel filone, dopo Cantona, Beckham e Ronaldo, non è semplice, e infatti da quel momento quella maglia non riesce più a trovare un padrone degno di questo nome.

Ci prova Michael Owen, il ragazzo prodigio di Liverpool, che arriva allo United ma che non incide, fa spesso panchina, è a fine carriera e non onora, al meglio, quell’investitura. Dopo di lui, però, non va meglio, perché nel 2012-13 l’idea malsana è di affidarla ad Antonio Valencia, equadoregno, che fino a quel momento gioca con la n. 25. Mai scelta fu più sbagliata, tanto è che tornerà alla sua vecchia maglia, onde evitare di continuare a disonorare quel vessillo. Nei tempi più recenti non va meglio, ci si prova con Angel Di Maria, argentino di qualità, che non lascia il segno, così come Alexis Sanchez, spedito in prestito all’Inter in cerca della sua identità. Ora sono passati undici anni da quando quel numero sette ha rappresentato, per l’ultima volta, una magia con Cristiano Ronaldo. Un alone fantastico che sembra aver perso quella sua suggestione, che pesa forse troppo sulle spalle di chi non è un predestinato.

In attesa di scoprire se un giorno, quella maglia, tornerà ad essere magica, possiamo solo consolarci ripensando a chi l’ha indossata in modi tanto diversi, da Best e Robson, dal francese Cantona, allo Spyce Boy Beckham, fino a Cristiano Ronaldo, che l’ha fatta sua, la fatta evolvere in un qualcosa di difficilmente eguagliabile, e forse è proprio questo il problema di quella maglia, perché trovare qualcuno in grado di elevarla ancora, sembra essere un’impresa impossibile.

Alessandro Grandoni

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Last modified on Monday, 22 June 2020 14:31
Alessandro Grandoni

Direttore Responsabile, Giornalista Pubblicista dal 2005, ha collaborato con varie testate giornalistiche e diretto, tra le altre, il portale www.calcionazionale.it

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